Elizabeth McCracken.
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MORIRE PORTA MALE.
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Titolo originale: Here's Your Hat What's Your Hurry.
Traduzione di: Alessandra Tubertini.
1999. Fazi Editore.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Forse vi chiederete come mai una ragazza ebrea di Des Moines porti Ges Cristo tatuato sul corpo in tre punti: su una coscia mentre ascende al cielo, crocifisso sull'altra, e impegnato in un'apocalisse in miniatura sotto la spalla destra. Non  stata la fede a metterceli:  stato Tiny, mio marito. Ho anche un Budda, dietro la schiena. Voleva mettermi Mos che separa il Mar Rosso, ma stavo finendo lo spazio.
Nove racconti legati da un filo rosso. L'irruzione di una piccola squadra di freak - personaggi estranei, diversi, per qualche motivo originali - in un mondo sempre pi indifferente e omologato. Uomini e donne emarginati da una societ che tende inesorabilmente all'appiattimento, a volte geniali, inevitabilmente portatori di un
messaggio di libert che stravolge la routine di vite prefabbricate, prigioniere del sistema.
Come Tiny, un artista del tatuaggio, che sposa una spilungona di un metro e ottanta che solo i suoi ghirigori riescono a far sentire a suo agio nella propria pelle.
Come zia Helen Beck, gigantesca signora di mezza et senza fssa dimora, che passa il tempo a far visita a parenti fin troppo lontani,sparsi in tutti gli Stati Uniti.
Come il maldestro Jake, che va a farsi una birra tutti i sabati in un bar di Bayside, dove c' un amico che lo aspetta. E pi giovane, ma hanno parecchio in comune. Sua madre e la moglie di Jake sono compagne di stanza nel vicino istituto per cerebrolesi. Come lo zio Plazo, che ha lavorato tutta la vita nel circo con il suo
gemello Zleeno, nel numero dei Favolosi Bambini Aztechi, e a settantanni cerca rifugio nella famiglia normale della Donna Senza Braccia.
La scrittura tesa, matura, estremamente efficace di Elizabeth McCracken riserva continue sorprese, ed esplora un vasto spettro di emozioni. Alle quali  impossibile resistere.
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L'AUTRICE.
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Elizabeth McCracken  nata a Boston nel 1966. Vive a Provincetown, Massachusetts.  stata inserita tra i venti migliori scrittori under 40  di Granta. Il suo primo romanzo, The giant'shouse, ha vinto molti premi ed  stato finalista del National Book Award. Attualmente sta scrivendo il suo secondo romanzo.
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MORIRE PORTA MALE.
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Indice.
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Morire porta male.
Alcuni hanno accolto angeli, senza saperlo.
L'ospite  come il pesce.
Il bar della nostra recente infelicit.
Mercedes Kane.
La vera storia dei Favolosi Bambini Aztechi.
June.
Segretario di Stato.
Le cose cambiano.
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Fine Indice.
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Forse vi chiederete come mai una ragazza ebrea di Des
Moines porti Ges Cristo tatuato sul corpo in tre punti: su
una coscia mentre ascende al cielo, crocifisso sull'altra, e
impegnato in un'apocalisse in miniatura sotto la spalla
destra. Non  stata la fede a metterceli:  stato Tiny, mio
marito. Ho anche un Budda, dietro la schiena. Voleva mettermi
Mos che separa il Mar Rosso, ma stavo finendo lo
spazio. E poi, gli dissi, cominciavo a sentirmi come un
libro a fumetti sui Grandi Personaggi della Religione.
Mi rivolse uno sguardo sognante in quel momento.
Brigham Young, disse, con qualche moglie.
Io risposi: Tiny, non ho posto per un poligamo.
Tiny stesso era stato sposato tre volte prima di incontrarmi,
una moglie dopo l'altra. Io ho avuto solo lui, l'unico,
e adesso sono sei mesi che  morto.
Incontrai Tiny l'estate del diploma, nel 1965, quando io
avevo diciott'anni e lui quarantanove. Mia cugina Babs, che
era un po' ribelle, stava con uno scoppiato (l'intera famiglia
era preoccupata) e lui e i suoi amici la sfidarono a farsi tatuare.
Lei mi chiam e mi chiese di accompagnarla, ma
senza giudicare, frignare o svenire alla vista del sangue.
Comunque, sapeva benissimo che tutto questo non era nel mio stile.
Andammo al negozio di Tiny sulla 14esima Est perch  l
che Steve, lo scoppiato, si era fatto fare la pantera che se ne
stava accucciata sopra la sua spalla. Il negozio era pulito e
profumava di disinfettante: io e Babs rimanemmo un po'
deluse. Sui muri erano appesi manifesti in ordinarie cornici
nere, classificati per soggetto: su uno c'erano Topolino e
Woody Woodpecker, su un altro un'infermiera in divisa da
crocerossina e una geisha che offriva una bevanda da un
vassoio. Un grande espositore vicino alla porta mostrava
disegni pi ambiziosi: King Kong e Cleopatra, uno di fronte
all'altra, che si guardavano distrattamente negli occhi.
Tiny se ne stava ritto su uno sgabello in fondo a fumare
una sigaretta, un ometto minuscolo accanto a un paravento
giapponese. Indossava una camicia blu con le maniche
arrotolate, e aveva mani e braccia coperte di strisce blu e
nere, stelle sulle nocche, serpenti che si attorcigliavano fino
a scomparire sotto la camicia. La larga cravatta a fiori che
gli copriva il petto e la pancia sarebbe andata bene a uno
grande e grosso, ma su Tiny sembrava un giardino incolto.
I pantaloni erano bianchi e spiegazzati, con una macchia di
inchiostro blu all'altezza del ginocchio. Una giacca, pure
spiegazzata, pendeva dall'attaccapanni in fondo.
Tiny ci squadr tutti quanti, guard accigliato Steve e i
suoi due amici, e rivolse occhiate di studiata complicit a
me e a Babs.
Allora, disse. Chi se lo deve fare?.
Io, rispose Babs, cercando di fare la dura. Gli disse
cosa voleva: un piccolo arco rsso e nero sulla natica. Lui
le chiese se era maggiorenne e lei tir fuori il portafoglio e
gli mostr la patente.
Steve e i suoi amici si aggiravano per il negozio, guardando
i manifesti e puntando il dito sui tatuaggi che pi li
attiravano.
Gi le mani dai disegni, ragazzi, disse Tiny. Non
posso tatuare impronte digitali. Si rivolse a Babs: Okay.
Vieni dietro il paravento. C'era qualcosa del sud nel suo
accento, ma non riuscivo a capire cosa. Salt gi dallo sgabello,
e vidi che era almeno trenta centimetri pi basso di
me. Io sono alta un metro e ottanta, fin da quando avevo
tredici anni. Guardando gi potevo vedere l'attaccatura
dei suoi capelli, neri e lisci.
Accennammo tutti quanti a seguirlo. Tiny ci guard e
scosse la testa.
Voi ragazzi dovete stare qui fuori.
Sono il suo ragazzo, disse Steve. Il suo culo l'ho gi
visto, e poi sono io che pago.
Se l'hai gi visto, lo vedrai ancora, quindi non importa
che tu lo veda adesso. E comunque, non nel mio negozio.
Tu, e mi indic, vieni a testimoniare che sono un gentiluomo.
Ci condusse dietro il paravento, verso un lettino tipo
quelli degli ambulatori medici, ma molto pi basso. Si volt
educatamente mentre Babs si abbassava i jeans e saliva
su. Si gir di nuovo, aggrott le sopracciglia, abbass appena
le mutandine gialle a fiori di Babs come se stesse togliendo
la pelle da una coscia di pollo, e le tocc un punto.
 qui che lo vuoi esattamente?.
Va bene.
Dolcezza, va bene, o  l che lo vuoi?.
Babs si gir a vedere, cercando di non incrociare il suo
sguardo.  l che lo voglio.
Spruzz un po' di disinfettante, prese un rasoio e depil bene la zona. Io mi sedetti su una sedia pieghevole di
fronte a loro.
Tiny si allent la cravatta, la sfil, e, ancora annodata, la
appese a un chiodo. Ehi, spilungona, disse, rivolto verso
di me. Come ti chiami?.
Lois.
Lois. Da Louise?. Si arrotol le maniche ancora pi
su. Babs si aggrappava al lettino come un naufrago e Tiny
non aveva ancora tirato fuori l'ago.
Lois, risposi, e in fretta, perch dovevo parlargli al di
sopra del sedere di Babs e la cosa mi imbarazzava un po',
da mio zio Louis. Dovevano chiamarmi Natalie, come mio
zio Nathan, ma poi mor Louis, che era il preferito della
mamma.
Io mi chiamo Tiny. Il perch  fin troppo chiaro.
Prese un ago elettrico dal piano di lavoro e si mise in cerca
della boccetta del colore giusto.
Io sono Babs, disse Babs, allungando la mano per
stringere la sua. Tiny guardava altrove, immerse l'ago in
un inchiostro scuro e ne aspir un po'. Per Barbara?,
chiese, pungendole la pelle.
A-a-a-a-bigail. Ahi. Babs si aggrapp al lettino.
Dolcezza, disse Tiny, non fa male. Ti ho preso in un
buon punto, dove c' carne. Pu pungere un po', ma non
fa male.
Okay, disse Babs, e sembrava quasi convinta.
Da Abraham, intervenni io improvvisamente. Abigail
da Abraham.
Due ragazze carine con nomi da uomo, disse Tiny,
prendendo uno straccio per asciugare l'inchiostro e vedere
cosa stava facendo. Credevo che succedesse solo al sud.
A ripensarci, sembr che ci mettesse un'ora a lavorare
su Babs, ma ora so che non possono esserci voluti pi di
dieci minuti. Di tanto in tanto mi guardava, sorridendo o
strizzando l'occhio. Io pensavo che fosse uno che ci provava
con tutte, uno con una gran faccia tosta, e che se avesse
potuto guardare Babs in faccia, invece che in quel posto,
avrebbe fatto lo stesso con lei. Anni dopo mi disse che era
rimasto sbalordito da tutti quei centimetri quadrati di pelle,
da quanto ero grande eppure non grassa. Mi sei piaciuta
subito, disse.
Fino ad allora avevo sempre pensato che la sola cosa sensata
da fare fosse innamorarmi di uomini alti, cos non sarei
sembrata quel gigante che ero. In quel modo avremmo potuto
ballare in pubblico, in scala, senza scene da circo. Ad
ogni modo, non aveva molta importanza: fino ad allora nessuno
mi aveva mai chiesto di uscire, e non conoscevo un
passo di danza. Passavo il tempo al cinema, perch la maggior
parte delle star del cinema sembravano abbastanza alte,
anche se era solo un trucco dell'inquadratura, o un rialzo
che mettevano sotto i piedi nelle scene d'amore.
Tiny, senza dubbio, non c'erano trucchi, era basso, ma
mi affascin fin dall'inizio. Il suo fascino era immediato,
istantaneo come il suo ago, e come l'ago poteva farlo funzionare
quando voleva. In quei marted pomeriggio in cui lo
andavo a trovare prima che ci sposassimo, ne ho visti di
tutti i tipi far trillare il campanello della sua porta: omoni,
ragazzi ossuti, coppie nervose pronte a scommettere sull'amore
eterno. Quasi tutti chiedevano la stessa cosa: Fa male?.
A quelli che non gli andavano a genio, rispondeva: Se
la cosa ti preoccupa, penso che tu non voglia farlo sul serio;
con quelli che gli piacevano, specialmente le donne, sfoderava
qualcosa come: Posso farti sorridere mentre lo faccio.
E poteva, davvero. Poteva raccontarti il tuo passato solo
sfiorandoti la pelle, e parlare di cose ridicole (risultati del
baseball, ricette per fare la birra in casa, l'infelice stato della
musica), di tutto tranne che del lavoro che stava facendo.
Poteva persino affascinare mia madre, che quando lo
conobbe, quest'ometto di soli due anni pi giovane di lei,
dovette ammettere, sebbene a malincuore, che le piaceva.
Quando ebbe finito con Babs, le mise un cerotto e le
diede un cartoncino bianco con scritto Come avere cura
del vostro nuovo tatuaggio. In basso c'erano il suo nome e
il suo indirizzo. Lei lo lesse e annu. Lui si volt e ne diede
uno anche a me.
Per te niente, oggi?, mi chiese.
No, no. Faccio solo da accompagnatrice.
Che peccato. Un tatuaggio ti starebbe benissimo. Hai
la pelle chiara... un bel contrasto. Allung la mano e mi
diede un buffetto sul collo.
Ora anche Babs sembrava un po' smorta, l in piedi a
tirarsi su la lampo dei pantaloni. Tiny prese la cravatta e se
la rimise, stringendola mentre ritornava sul davanti assieme
a noi.
Mi piace essere inappuntabile, mi disse. E poi disse a
Steve, in tono professionale: Otto dollari.
I ragazzi facevano capannello intorno a Babs, che improvvisamente
sembrava allegra e compiaciuta, e scuoteva
la testa: no, non mi ha fatto male... non un granch... no,
adesso no, te lo faccio vedere dopo. Io sono ancora l'unica
della famiglia a sapere che ha quel tatuaggio.
Vuoi fermarti un po' a fare quattro chiacchiere?, mi
chiese Tiny, intascando i soldi di Steve. Il marted  un
giorno calmo.
I ragazzi si voltarono a guardarmi, come se tutto a un
tratto fossi io la dura. Vedevo che Babs era gelosa.
Certo, risposi.
Attenta, Lois, disse Steve. Prima ancora che questo
soggetto abbia finito con te, sarai la Donna Tatuata.
Ma non mi fece il primo tatuaggio che un anno pi
tardi, il giorno dopo il nostro matrimonio: una piccola farfalla
inabissata sul fondo della schiena. Cinque anni dopo,
cominci a parlarne come del suo esordio, anche se aveva
fatto tatuaggi per venticinque anni prima di incontrarmi.
Al contrario di quanto potreste pensare, la cosa non
mi disturbava: mi piaceva l'idea di essere il suo primo
lavoro, il lavoro di oggi e quello di domani. Quella piccola
farfalla se ne stette l da sola per un po', ma in cinque anni
Tiny la sommerse di altri disegni: garofani, una mela, un
bombardiere, le sue iniziali.
Quando raccontai a mia madre di quel primo tatuaggio,
lei disse: Mio Dio.  bello, almeno?. Come ogni buona
madre, aveva sempre saputo che il peggio deve ancora
accadere e fu delusa e sollevata allo stesso tempo quando
infine accadde. Ma non mi chiese di vederlo, quel tatuaggio,
e nemmeno quelli che seguirono. La domenica, quando
andavo a mangiare da lei, mi vestivo con molta cura.
Mi coprivo, comunque, ogni volta che uscivo dal negozio:
odiavo quelle ficcanaso che dal fruttivendolo cercavano di
leggermi il braccio mentre mi allungavo per prendere i
piselli, sospettavo che ogni cameriera sparlasse di me in
cucina. Quando andavo a trovare mia madre, in ogni caso,
stavo superattenta. Col passare degli anni, le mie maniche
diventarono sempre pi lunghe, i tessuti sempre pi pesanti.
Non vestivo mai di bianco quando andavo da lei: i
colori trasparivano da sotto.
Come facevo a spiegarlo a mia madre? Era sempre stata
una donna elegante, non usciva mai senza uno specchietto,
sempre a controllare il suo aspetto, a sistemarsi e risistemarsi.
Quando ero ragazzina, stavo giorni interi senza
guardarmi allo specchio, evitavo perfino il mio riflesso
nelle vetrine dei negozi. Il trucco mi odiava: il mascara mi
faceva gli occhi pesti, il rossetto trovava sempre il modo di
imbrattarmi i denti o il mento. Tutt'al pi, in occasioni formali,
sbirciavo nello specchietto della trousse per guardarmi
le labbra, nient'altro. Tiny cambi tutto questo. Mi
becc in ginocchio sulla sponda del bagno mentre cercavo
di guardarmi parte della schiena tra l'armadietto dei medicinali
e il portacipria, e cominci una vera e propria campagna,
installando specchi dappertutto, a tradimento. Mise
un triplo specchio da negozio d'abbigliamento nella nostra
stanza, e un altro sopra la vasca da bagno, per tutta la
sua lunghezza. Una volta, aprendo il freezer, mi ci vidi riflessa,
ricoperta di brina, la faccia allarmata in una cornice
rossa di plastica vicino al succo d'arancia.
La maggior parte dei tatuaggi che aveva Tiny erano vecchie
cose che aveva fatto quando era ancora agli inizi.
Aveva imparato la tecnica viaggiando col circo negli anni
Trenta, allora poteva far pratica solo su se stesso o su un
pompelmo, e a volte non c'erano pompelmi a portata di
mano. Aveva la parte alta della coscia completamente nera
di esperimenti.
Appena sposati, scopriva ogni notte un tatuaggio diverso,
rimasto nascosto fino a quel momento: prima una rosa
sull'alluce, poi uno stendardo con scritto E PLURIBUS
UNUM, quasi completamente sommerso tra le pieghe dell'ascella,
e ancora la sua firma, brutta e storta, all'interno
di un labbro. Una notte disse: Sei pronta?, e prima che
potessi rispondere si rovesci le palpebre, e c'era una stella
nera sospesa dietro a ognuna, isolata, quasi un esperimento
scientifico.
Rovesciarle, disse, rimettendole a posto, fa pi male
dell'ago. Ero giovane, ubriaco e incosciente quando me le
sono fatte fare, e quello che me le ha fatte era anche pi
giovane, pi ubriaco e pi incosciente di me. Sono fortunato
che si sia fermato, e non mi abbia tatuato gli occhi di
rosso.
Mi mostrava tutti quei disegni come se stesse facendo
dei giochi di prestigio, e a volte mi aspettavo che passando
la mano sull'alluce la rosa sparisse e ricomparisse sul palmo
della sua mano, o che lo stendardo finisse per rotolargli
da sotto il braccio dritto nell'aria, salendo in un fulmine
di fuoco, o che il suo nome si cancellasse da solo, o che
io stessa mi sarei addormentata e avrei trovato sui miei occhi
quelle stelle sospese, nere e scomposte come i capelli
di Tiny.
Non mi ci volle molto ad abituarmi all'ago. Imparai ad
amarlo. Tiny mi fece circa due tatuaggi l'anno per i primi
quattro anni di matrimonio. Di quelli piccoli. Il pi grande
prese forma nell'arco di qualche mese, o anche pi. A
volte faceva degli schizzi sul suo ginocchio. Cominciai a
starmene seduta in negozio in canottiera e gonna corta,
pantaloncini corti e larghi, pronta ad alzarmi muovendo la
gamba di qua o di l, per mostrare ai clienti come venivano
i colori. Vedevo gli stessi tipi che avevo visto in quei
marted prima di sposarmi, pi altri: uomini d'affari, preti,
centraliniste, membri del comitato scolastico. Adesso era a
me che chiedevano: Fa male?, e io dicevo la verit. Certo
che fa male, pi o meno come una vaccinazione, una sbucciatura
al ginocchio, ma meno di un pugno ben assestato,
di un crampo muscolare, o del pagare le bollette. E guarda
cos'hai in cambio: qualcosa che non ti possono rubare, che
non puoi perdere o impegnare e di cui non ci si pu pi
liberare.
Alla fine degli anni Sessanta, quando Tiny lavorava ancora
sulle piccole dimensioni, ogni volta che avevo un nuovo
tatuaggio, lo toccavo di nascosto ogni giorno: sentivo la
crosta crescere, coprire i colori, diventavo impaziente e cominciavo
a pensare di grattarla via. Tiny mi leggeva nel pensiero
e mi sgridava, cos io mi limitavo a far scorrere il dito
sul tatuaggio per sentirne la sagoma alzarsi, come succede
sempre quando  fresco. Poi la crosta si toglieva da sola, e
un giorno, posando il dito, non sentivo pi la differenza
sulla pelle, allora era veramente una parte di me. Era esattamente
da quel momento che cominciavo a volerne un altro.
Eravamo sposati da dieci anni, quando Tiny cominci a
interessarsi all'arte. Mamma mi aveva regalato un grande
libro intitolato Capolavori del Rinascimento (voleva che mi
dedicassi a qualcosa, che andassi al college, e immaginava
che la storia dell'arte, tutto considerato, avrebbe potuto
interessarmi). Era un bel libro: la carta patinata dava l'impressione
che i dipinti fossero ancora freschi, le pagine
emanavano odore di nuovo. Lo sfogliai il giorno che me lo
regal, e poi lo misi da parte. Il pomeriggio seguente, lo
presi e vidi che tutte le riproduzioni erano state tolte con
una lametta. Niente pi Raffaello, Michelangelo: al loro
posto solo un tunnel di cornici vuote, dall'inizio alla fine
del libro.
Corsi gi al negozio, brontolando. Le illustrazioni del
libro erano attaccate al muro, e Tiny aveva gli occhi puntati
su un El Greco e disegnava.
Che cosa credi di fare?, gli chiesi, le mani sui fianchi,
come faceva mia madre quando iniziava una discussione.
Togliti i pantaloni, disse.
Hai rovinato il mio libro.
Ho risparmiato la dedica di tua madre. Quando avr
finito, rimetteremo a posto tutte le figure. Dai, Lois, voglio
fare una prova.
Grazie, ma non ho voglia di farmi tatuare, oggi.
Penna e inchiostro, tutto qui. Voglio solo fare uno schizzo.
Fallo sulla carta.
La carta non ha le tue curve. Ci vorr solo un minuto.
Per favore.
Cos mi arresi, e Tiny mi disegn qualcosa sul fianco
con la penna a sfera. Qualsiasi cosa avesse fatto, non gli
piaceva e la cancell con l'alcol. Il giorno seguente prov
di nuovo. Con tutta calma. Io mi ero presa un libro da leggere
mentre lavorava (le cose provvisorie non destavano
minimamente il mio interesse), ma non riuscivo a capire
come mettermi. Mi appoggiavo di qua e di l, tenendo il
libro con le braccia alzate, e Tiny mi diceva di smetterla di
dimenarmi. Sera dopo sera, and avanti a disegnare e cancellare
per una settimana. Al termine di ogni seduta, le mie
mani erano completamente addormentate a forza di tenere
su il libro, e quando le sbattevo sul bordo del tavolo per
svegliarle vibravano come un diapason. Non lasci mai
che vedessi cosa stava facendo.
Una sera alla fine della settimana, dopo la chiusura,
Tiny disse che era riuscito a ottenere ci che voleva. Aveva
intenzione di tatuarlo sul mio fianco e farmi una sorpresa.
Io feci resistenza: il fianco era il mio, e volevo sapere
cosa ci avrebbe messo. Lui promise che sarebbe stato bello
e decoroso: un capolavoro.
Ti piacer, disse. Ho gi in mente tutto quanto con
esattezza.
Okay, risposi allora.
Decise di fare il lavoro di sopra, a casa. Io mi stesi sul
letto, e lui mise su un disco di Bing Crosby. Tiny adorava
Bing Crosby e a un certo punto voleva tatuarmi la sua faccia,
ma su questo mi impuntai davvero. Mi diede un bicchiere
di vino: lasciava spesso che ne bevessi uno, o anche
due, mentre lavorava su di me. Mai di pi, perch era contro
i suoi principi tatuare un ubriaco.
Cominci alle otto e lavor fino alle undici. Aveva il
tocco leggero, e per la fine della serata avevo un pezzetto
di El Greco. I colori non erano proprio quelli giusti, ma
era una meraviglia, o quasi, quel viso di monaco spagnolo
che era sbocciato sul mio fianco, Frate Felix Hortensio
Paravicino. Tiny era bravo, credetemi.
Adatt un bel po' di dipinti da quel libro, ne fece dei
manifesti e li appese in negozio. Erano in pochi a chiedere
quei disegni (per Tiny erano comunque solo un modo per
attirare l'attenzione), ma una signora magra come uno
scheletro si fece fare la Gioconda sulla schiena, con tutti
quei panneggi e le stradine serpeggianti sullo sfondo.
Per fortuna  fatta come un ragazzo, disse Tiny, intendendo
la donna, non la Gioconda. Altrimenti il disegno
sarebbe venuto tutto sbilenco.
Ogni tanto andavamo all'Art Centre e, una dopo l'altra,
passeggiavamo per tutte le sale. Io cercavo di portare Tiny
a vedere il dipinto che preferivo, un piccolo paesaggio di
Van Gogh, ma lui ogni volta scuoteva la testa.
Quest'uomo, diceva, non  un pittore. E uno scultore.
Tutti quei quadri e quelle didascalie mi facevano venire
sonno, cos mi buttavo su una panca mentre Tiny se ne
stava col naso spiaccicato sulle tele pi antiche.
I guardiani erano molto innervositi dalla nostra presenza.
Tiny cominci a lavorare sempre pi in grande, e mi
faceva disegni sulle braccia, lungo tutte le gambe. Alla fine,
mi lasci libere solo le mani, i piedi, il collo e la faccia:
potevo ancora vestirmi e sembrare immacolata. Ma bastava
guardarmi svestita per vedere quanto Tiny fosse migliorato
col tempo: il suo periodo patriottico, il suo periodo religioso.
Gli piacevano soprattutto i verdi e i rossi, e i profili sottili
a un solo ago, che lui definiva preziosi ed eleganti.
Ho George Washington su un braccio e Lincoln che libera
gli schiavi sull'altro; ho un giardino che cresce tra i miei
seni, margherite e peonie giapponesi, rossi e gialli spenti;
ho un paio di minuscole braccia che affondano nel mio
ombelico con sopra la scritta AIUTAMI A USCIRE.
La mia vita faceva diventare matta mia madre. Tutto ci
che desiderava per me era che diventassi miracolosamente
bianca. Io le spezzavo il cuore: quello era il mio lavoro. Lei
non si tratteneva dal farmi sapere che il suo cuore era in
pezzi: quello era il suo lavoro. Lei mi voleva bene, ancora
me ne vuole. Mia madre ha vissuto cento vite: da ragazza
era carina e poteva ballare e avere i suoi spasimanti. Quando
mor sua madre impar a prendersi cura del padre e
del fratello maggiore, e ancora era felice, vezzeggiata e corteggiata.
Durante il college, lavorava come donna delle
pulizie, and a New York a studiare legge e l rimase per
un po' a far pratica in uno studio legale. Spos il proprietario
di un negozio di abbigliamento per signora e si trasfer
nel Midwest. And a Indianapolis a imparare come
confezionare biancheria femminile, e ottenne il Diploma
di Corsetteria della Gossard School. Quando mio padre
mor nel 1955, prese in mano lei il negozio e lo mand
avanti per vent'anni. Ha insegnato danza e viaggiato all'estero.
 consulente per le piccole aziende, vicepresidente
del comitato parrocchiale e presidente dell'associazione
femminile. Sa dipingere, scolpire, ricamare, lavorare a maglia,
e nell'ingresso del suo appartamento c' un tavolo che
lei stessa ha fatto sessant'anni fa. Mia madre crede nella capacit
di ricominciare tutto daccapo ogni volta che la vita
lo richiede. I tatuaggi la confondono.
Una domenica quando avevo trent'anni e cominciavo a
diventare la Donna Tatuata (Tiny aveva iniziato l'Ascensione
una settimana prima), mia madre mi vers una tazza
di caff e disse: Gli innamorati incidono i loro nomi sugli
alberi, non sulla loro pelle. Non ti capita mai di pensare
che la tua non  una vita normale?.
S, risposi. Grazie. Mi aggiustai i pantaloni e mi sbirciai
la caviglia per vedere se mi ero messa nei guai da sola, se
un tatuaggio non fosse per caso riuscito a liberarsi e a scivolare
sul pavimento. Doveva venire a pranzo anche mia cugina
Babs, che aveva appena avuto un bambino, e io e mia
madre eravamo sedute ad aspettare sul divano di broccato.
Ho solo la sensazione che tu ti stia facendo intrappolare
da quei tatuaggi, mi disse mamma. Come sta Tiny?.
Molto bene, risposi. C' molto lavoro. Mia madre
sobbalz.
Suonarono alla porta. Mamma and a rispondere e fece
entrare Babs, ancora un po' ingrossata, ma elegante nel
suo tailleur, calze in tinta e messa in piega.
Mamma la fece accomodare sul divano.
Allora, cara, disse. Com' questo bambino?.
Che vuoi,  un bambino, disse Babs. No,  buono, 
dolce.
Bene, disse mamma. Guarda che bei vestiti.
Babs si era calmata col passare degli anni. I suoi le avevano
offerto una macchina se smetteva di vedere Steve, e fu
uno scambio pi che vantaggioso. Dopo il college, incontr
e spos un preside che si era dato alla politica, e adesso
sembrava che in lei non fosse rimasta nemmeno la pi piccola
goccia di ribellione.
La vista di una Babs vestita di tutto punto non mancava
mai di stupirmi. Nessuno sospetterebbe mai che hai avuto
una giovent ribelle, le dissi.
 vero, disse Babs. Mi guard con un'ombra di rimpianto
e sospir. Ora sono una distinta signora sposata
che a volte beve un bicchiere di troppo a uno dei party del
marito e allora dice la verit. Cambi posizione, accavallando
le gambe. Immaginai il suo arco tatuato che le pungeva
la pelle, una vecchia ferita di guerra che si risvegliava.
Stavamo l sedute a parlare di cronaca locale, figli,
ricette. Ci nascondevamo. Guardando mia madre, mi accorsi
di quanto poco la conoscevo. Non molto tempo prima,
armeggiando attorno alla sua scrivania nel tentativo di
scovare un elenco telefonico, avevo trovato il certificato di
una mammografia, con la descrizione di due macchie sospette
e la data dell'appuntamento successivo. Mi mancava
il respiro ogni volta che ci pensavo. Forse il suo corpo portava
i segni di ci che era successo dopo? Il suo volto no, e
nessuno, soprattutto io, chiedeva queste cose a mia madre.
Anche Babs, a parte quella macchia di colore, che altro? La
pancia ingrossata, il segno di una cicatrice?
Io mi conoscevo bene sotto il completo verde, potevo
fare il solletico sul mento a George Washington, pungermi
il dito con la spina di una rosa, far frusciare le ali di un
angelo del Giudizio, tracciare il profilo di un cuore che
Tiny mi aveva regalato dopo la nostra prima lite.
Mi si poteva leggere come un libro.
Quando mia madre and in cucina a posare i piatti
sporchi, mi avvicinai a Babs.
Vacci piano col whiskey, le dissi, una volta o l'altra
finirai coll'abbassarti i pantaloni per mostrare a un ospite di
riguardo il risultato variopinto di una giovent bruciata.
Sembrava triste e consapevole. Oh, disse piano, lo so.
Quella sera, quando Babs se ne and, mia madre mi port
nel suo guardaroba per darmi qualcuno dei suoi vecchi
vestiti. Era alta quasi quanto me e molto elegante, e i suoi
scarti spesso erano pi belli delle mie cose nuove.
Ecco, disse, allungandomi una pila di gonne e di
abiti. Provali. Non prendere cose che non puoi usare.
Feci per andare in bagno a cambiarmi.
Lei sospir. Sono tua madre, disse. Provavo corsetti
su donne dai corpi anche pi strani del tuo. Non devi vergognarti.
Cos mi svestii davanti a lei e provai i vestiti. Mia madre
mi guardava e aggrottava le sopracciglia. Alla fine, mi misi
seduta sul suo letto in reggiseno e mutandine e mi accesi
una sigaretta.
Non vuoi qualcosa da mangiare?, mi chiese.
Volevo, ma non potevo. Avevo appena ripreso a fumare
perch avevo messo su qualche chilo, e Tiny mi aveva detto
che era meglio darci un taglio prima che tutti i tatuaggi
cambiassero espressione. Se non stavo attenta, Washington
e Ges e Frate Felix avrebbero cominciato a sembrare
sorpresi o, nella migliore delle ipotesi, disgustati.
No, grazie, risposi.
Mia madre, che fumava solo negli aeroporti e nelle sale
d'aspetto degli ospedali (Tutta quella pulizia e quell'ansia
sono davvero troppo per me, diceva), sfil una sigaretta
dal pacchetto, prese la mia e con quella accese la sua. Mi
guard tutta distesa sul letto, accenn a sfiorarmi la pelle,
poi allontan la mano.
Bene, disse, soffiando il fumo, ti sei finalmente trasformata
nel fenomeno da baraccone che hai sempre pensato
di essere.
La guardai di sottecchi, senza sapere cosa dire.
Adesso, disse, sembri quasi una bambola di pezza.
Mia madre si sbagliava. Non mi ero mai sentita un mostro
a causa della mia altezza: mi sentivo come un fantasma
che occupa troppo spazio, come quei genitori che straparlano
vagando inquieti per casa quando i figli se ne vanno.
Io ero inquieta. E come quando traslochi in un posto
nuovo, e nonostante il mutuo e nonostante l'affitto che hai
pagato non ti senti a casa, e non sei sicuro di voler restare.
Magari per un po' non disfi i bagagli, magari lasci i muri
bianchi ed eviti di riempire il frigorifero. Ebbene, farsi un
tatuaggio...  come mettere le tendine, o sistemare un tappeto,
o piantare il primo chiodo su un muro intonacato di
fresco:  decidere di abitarci.
Alla soglia dei settant'anni, Tiny smise di lavorare. Le
mani cominciavano a tremargli un po', e non sopportava
l'idea di non poter fare lavori accurati. Avevamo ancora
l'appartamento sopra il negozio, e Tiny tenne aperto cos
che la gente potesse entrare a parlare. Nessuno si fece vivo
per prendere le lezioni di tatuaggio che offriva: dopo un
po' di tempo, cerc di convincermi a imparare. Diceva che
avrei attirato un sacco di affari. Gli dissi che no, non avevo
i nervi saldi, non ero coraggiosa come lui.
Trovai invece lavoro in biblioteca, a rimettere i libri
sugli scaffali. Lavoravo tutto il giorno nel deposito, e Tiny
dormiva per stare sveglio a chiacchierare quando tornavo
a casa. Sapevo che aveva riposato tutto il giorno. Invecchiava
in fretta, ora che aveva smesso di lavorare.
Spinsi il tavolo da pranzo davanti alla vetrina del negozio,
perch a Tiny piaceva osservare chi andava e veniva. Picchiava
sul vetro e salutava i passanti, anche gli sconosciuti.
Una sera, una settimana prima del suo settantaseiesimo compleanno,
a met della cena cominci a fargli male il braccio.
Chiamo un'ambulanza, dissi.
Non farlo, mi disse.  come ammettere che qualcosa
non va. Porta male.
Morire porta male, dissi io, e telefonai.
Fu una sorpresa vederlo cos imponente in quel letto
d'ospedale, al contrario del suo compagno di stanza, che
sembrava volesse scomparire nel letto. Dopo una settimana,
questi spar e fu rimpiazzato da uno grande e grosso,
un professore con problemi di cuore.
Un giorno, Tiny mi chiese un favore impossibile. Voleva
che mi portassi dietro l'ago e che mettessi le mie iniziali
su di lui.
Ah, Tiny, gli dissi. Non sono ancora pronta per metterti
la sigla finale.
Tu hai su di te le mie iniziali, ma io non ho le tue. Porta
male.
Non lo so fare.
L'hai visto un milione di volte.
Il professore stava origliando, e sembrava un po' stomacato.
Ci beccheranno, mormorai.
Faremo piano.
 un ospedale, dissi io, nel caso non lo avesse notato.
Ambiente sterile, rispose lui.
Cos, il giorno seguente portai l'ago e dell'inchiostro
nero, mi arrotolai le maniche e mi misi al lavoro. Dovemmo
comprare il silenzio del professore, ma non ci cost
molto. Tutto ci che chiese fu una bottiglietta di Old Milwaukee
e quel genere di cibo che avrebbe potuto ucciderlo. Accendemmo il televisore per coprire il ronzio dell'ago.
Il professore fingeva di dormire, cos se arrivava un'infermiera
poteva dichiararsi innocente.
Vivemmo nel terrore delle infermiere. Una di loro avrebbe
potuto sorprenderci o notare qualcosa di diverso sul
braccio di Tiny. Sarebbe potuto morire mentre io lavoravo,
e l'ospedale avrebbe concluso che tatuare era una
qualche strana forma di eutanasia. Il professore avrebbe
potuto alzare il prezzo e richiedere cibi pi sofisticati, birre
d'importazione che non potevo permettermi.
Cominciai con una G, e il giorno dopo misi una U.
Quel pomeriggio, mentre ero l seduta a guardarlo dormire,
Tiny apr gli occhi a mezz'asta e mormor: Vorrei
averti finita.
Pensavo di essere gi finita, Tiny, dissi.
Macch, disse lui. Mi tocc il braccio con una mano,
aveva le unghie ruvide come corteccia. Un albero, per
esempio. Non hai un albero.
Dov' lo spazio?.
Piante dei piedi, lobi delle orecchie. C' sempre spazio.
Ormai  tardi. Ma cambierai comunque, con o senza ago.
Per esempio, quando te l'ho fatto, George Washington era
serissimo. Quando avrai la mia et, sorrider da un orecchio
all'altro. Sbadigli, poi all'improvviso si appoggi sui
gomiti, aggrappandosi al mio braccio con la mano. Dimmi
la verit, disse. Ti senti proprio finita?.
S, risposi, e anche se avevo quarantacinque anni, era
vero: fino a quel momento non avevo mai pensato che
avrei dovuto continuare a esistere anche dopo che lui se
n'era andato.
Il giorno seguente stavo facendo una A sul suo braccio,
quando Tiny disse: Fammi un favore Lois, eh? Non mi
dimenticare.
Il professore cominci a ridacchiare nel suo letto e fin
con lo sghignazzare forte. Pensi che ne sarebbe capace,
anche se volesse? Guardala:  un promemoria vivente.
Pensavo davvero che avrei continuato cos, che gli avrei
messo una lettera al giorno per un anno, anche pi. Speravo
che questo lo avrebbe fatto andare avanti, perch
sembrava che si stesse un po' lasciando andare.
In capo a una decina di giorni, il braccio di Tiny portava
scritto GUARISCI in lettere di grandezze tutte diverse.
Bene, disse.  un po' noioso.
Si far pi interessante.
Sar meglio, mi disse, con un sorriso. Domani puoi
fare un ferro di cavallo come portafortuna. Un po' di immaginazione.
Metti un cuore per amore.
Okay, gli dissi. Ma mor quella notte, se ne and senza
il mio nome, n il cuore, solo con i miei auguri sul braccio.
Cosa ne sar di te ora?, mi chiese mia madre. E se ti
volessi risposare? Chi mai ti potr volere quando qualcun
altro ti ha scarabocchiata dappertutto?.
Un mese dopo la morte di Tiny, mamma mi disse che
aveva intenzione di cominciare a invitare qualche giovanotto
carino ai nostri pranzi domenicali. Mi compr degli abiti
nuovi, che mi coprissero bene, e disse che avremmo dovuto
mantenere segreto il mio aspetto (ne parlava sempre come
del mio aspetto, come se, negli anni, mi fossi messa addosso
un po' di cose che potevano essere facilmente rimosse).
Io vado per farla contenta, e me ne sto seduta sul divano
mentre i figli grassocci e divorziati dei suoi amici corteggiano
lei invece di me, ben sapendo che cos andranno molto
pi lontano. A volte me ne sto l a mangiare il dolce e non
dico una parola per tutto il pomeriggio.
Ogni giorno mi alzo e vado al lavoro in biblioteca, in
pantaloncini e maniche corte, senza calze. La direttrice mi
ha detto che spavento la gente.
Mi spiace, le ho detto. Questi sono i miei abiti da
lutto.
Tre settimane fa ho ricevuto una lettera da un ragazzo
della costa, un tatuatore, che mi scriveva che Tiny era un
grande artista e che io ne ero la prova. Voleva farmi delle
foto, vedere l'intera galleria. Gli ho mandato un pacco con
le cose di Tiny, vecchi manifesti e aghi e pagine di El
Greco, e gli ho detto di studiarsi quelli. Lui mi ha chiamato
e mi ha detto che io ero meglio di qualsiasi museo. Gli ho
risposto che mi scusavo, che capivo, ma davvero, io non
sono un museo, non ancora. Sono una lettera d'amore. Una
lettera d'amore.

 ALCUNI HANNO ACCOLTO ANGELI, SENZA SAPERLO.

I.
I miei genitori non andavano molto d'accordo con cacciaviti
e chiavi inglesi. Non capivano nulla di rubinetti e
tubature, avevano idee confuse su come incollare il linoleum,
seguivano un filo elettrico volante terrorizzati da ci
che li poteva aspettare all'altro capo. La nostra casa vittoriana
era costata poco perch c'erano troppi lavori da fare: le
porte tra il soggiorno e la sala da pranzo si aprivano solo
dopo ripetute minacce e le vetrate istoriate erano quasi
tutte in frantumi. Quando ero molto piccola, la casa sembrava
sempre sul punto di esplodere. Del resto  anche successo,
a volte, in un certo senso: una perdita nel seminterrato,
un incendio nel camino, o la nascita di mio fratello
Jackie. Quando mia madre mor di emorragia cerebrale (io
avevo sei anni e Jackie tre), pap ci parl di cattive tubature
e di fili messi male: la mamma non si poteva pi aggiustare.
Due mesi dopo pap cominci a portare a casa vari randagi,
perlopi di specie umana: ubriaconi, squattrinati,
sbandati, divorziati. Nutriva una strana ammirazione per
le persone incapaci di guadagnarsi da vivere e si mise ad
accogliere una quantit di gente incontrata in qualche bar
nelle stanze ammuffite in cui noi non mettevamo piede.
Quegli estranei cominciarono a sistemare la casa. Partirono
dalle loro stanze, poi passarono al resto della casa
su cui ben presto marciarono armati di chiodi e martello.
Bobby Noonan, un flautista quarantenne che rifiutava di
prendere parte a quelle che lui riteneva esibizioni avvilenti
(e cio sotto un tetto, in un locale, o dietro regolare compenso),
sapeva come convincere un rubinetto dell'acqua
calda a mantenere le proprie promesse. E anche con le
persone ci sapeva fare. Fu Bobby, fumando la sua pipa, a
dirigere il poeta dai capelli lunghi e dal baffo alla Fu
Manchu quando questi si arrampic sul tetto per mettere a
posto le tegole. Fu sempre Bobby a tenere la vecchia pittrice
lontana dai secchi di vernice, ben conoscendo la sua
inclinazione a dipingere murales a sfondo pornografico.
Per un po' pap si aggir per casa con le mani piene di
chiodi, fermandosi di tanto in tanto a tener ferma la scala a
qualcuno. Canticchiava, con un mezzo sorriso compiaciuto
stampato in volto. Era innegabile, pian piano la casa
stava assumendo un aspetto pi accettabile. Mike Ianelli, il
poeta, sapeva lavorare il legno e fece mobili e scaffali,
mentre Gertrude, la nostra pittrice, a sessantacinque anni
era ancora un'eccellente saldatrice. Ricordo la gioia che
provai un giorno nello scoprire che il bagno di sopra aveva
una porta e, cosa ancor pi straordinaria, uno sciacquone
perfettamente funzionante.
La nostra casa si riemp di gente. In cucina Suzanne
Peterson, pallida e aspra come un'aspirina, rimestava di
continuo in una serie di pentole ammaccate che contenevano
i nostri pasti. Kenneth Graves, eterno studente, nonostante
facesse due volte al giorno esercizi di meditazione,
seduto in cucina, era cos nervoso da minacciare di morte
una povera rappresentante della Avon che aveva avuto il
coraggio di bussare alla nostra porta. Bobby era dell'opinione
che fosse una persona d'animo gentile, e gli affid il
compito di badare a noi bambini.
Io e Jackie fummo trasferiti nella mansarda recentemente
ristrutturata. La mia nuova camera da letto aveva
una carta da parati a fiori e mobili in miniatura che Mike
aveva costruito utilizzando vecchi pezzi di legno. La stanza
di Jackie era azzurra, con un cavallo a dondolo che aveva
una criniera fatta con una scopa di stracci e una biglia
come unico occhio (sempre opera di Mike). Per un mese
intero feci fatica ad addormentarmi: qualche tempo prima
un gufo era entrato nel sottotetto, e ricordavo ancora il
rumore delle ali contro le travi e le imprecazioni di pap.
Jackie diceva che pap ci aveva fatto sloggiare dalle nostre
stanze per darle ad altri. Ma l potevamo dormire tranquilli e
sicuri: sopra di noi si sentivano solo i passi degli alberi.
Ben presto dimenticai il gufo e lass, tra le braccia del
tetto, dormii meglio di quanto non avessi mai fatto.
C'erano ospiti che rimanevano anni, altri che se ne
andavano quasi subito. Ogni notte, per un mese, un uomo
grasso di nome Candy si addorment piangendo. Per sette
settimane Denny Horkan trascin il suo goffo corpo di
irlandese da un angolo all'altro della casa disseminando
prima semplici opuscoli religiosi, poi terribili biglietti ad
personam (Finirai all'inferno, fratello. Tanto, per quel che
importa!, recitava l'ultimo). Un uomo di cui non abbiamo
mai saputo il nome (lo avevamo soprannominato Mr
Nobody, ovvero signor Nessuno) se ne and il giorno stesso
in cui era arrivato, portando con s l'intero corredo di
spezie di Suzanne. A pap dispiaceva soltanto se i suoi
ospiti non erano per qualche verso memorabili. Immaginava
Mr Nobody in una misera stanza d'hotel in centro
mentre si sfregava le mani e la testa pelata, circondato da
bacchettine di zafferano e dall'odore prepotente del cumino,
e mormorava qualcosa tutto soddisfatto. Oppure immaginava
Denny Horkan alle porte del paradiso che spiegava
che ci aveva provato, davvero, ma c'erano cos tanti
peccatori, ed erano tutti cos testardi. Quando una stanza
rimaneva libera, pap sedeva in cucina e si inventava nuovi
ospiti con gambe di legno ed enormi bauli pieni di collezioni
di farfalle o di mogli morte ammazzate.
Sul camino cominciarono ad accumularsi le fotografie:
Jackie e Bobby ad Halloween, con una candela accesa
sotto il mento; Jackie a quattro anni, che galoppava tra gli
alberi di Cabot Woods sulle spalle di Mike; io a sette anni
in grembo a Kenneth Graves, in piena estate, tutt'e due
cos magri che gomiti e ginocchia erano le nostre sole rotondit,
e con lo sguardo di chi sa di non avere nessuna
speranza nella vita.
Pap odiava quelli che erano cos sgarbati da andarsene
senza un rumore n una scenata, senza lasciare traccia. Dai
suoi ospiti, come affitto, reclamava soltanto una bella storia
da raccontare quando se n'erano andati.
Per esempio un giorno, alle cinque del mattino, qualcuno
fece la valigia, apr furtivamente la porta d'ingresso,
usc e prima di arrivare in fondo alle scale inciamp, mandando
per aria vestiti e bottiglie e svegliando l'intera casa.
Una finestra dopo l'altra si illumin e tutti guardarono il
fuggitivo raccattare le sue cose e allontanarsi un po' zoppicante,
lasciando dietro di s una scia di maglioni di lana
fatti a mano, whiskey e bestemmie. Il mattino seguente
trovammo un assegno di cinquemila dollari in cucina e un
dente spezzato sul vialetto d'ingresso.
Quel qualcuno era mio padre.
Volete saperne di pi? Pap, che era bibliotecario, vi
avrebbe risposto: Servono dei dati, dei riferimenti incrociati.
Se si guarda in un libro, si viene rimandati a un altro,
il quale a sua volta rinvia a un terzo, anch'esso collegato
a un testo in quattro volumi, a un annuario, a una bibliografia.
Infine, quando pensi di aver trovato il libro giusto,
ti ci perdi dentro: guarda questa nota, confronta quell'articolo.
Anche mio padre, che riferimenti non ne aveva, era di
difficile consultazione. Diceva che un fatto  sempre collegato
a un altro. Come quando si seguono le tracce di una
parola, fino a risalire al suo significato etimologico: coniuga,
declina. Mio padre coniugava: andr, scappa,  sparito.
Il mio primo ricordo  di un posto buio, appiccicoso
come il miele, illuminato appena da una luce sempre color
del miele. Sono seduta per terra (su un marciapiede?) e
ascolto delle voci, anche queste come il miele, dense e
misteriosamente dolci. Una scarpa impolverata di mio padre
 parcheggiata accanto a me, e io l'allaccio e la slaccio.
Dopo un po' mi fanno male le dita dalla fatica.
Qualche anno pi tardi capii: ero sul pavimento del
Kinvaraugh Pub mentre mio padre si ubriacava.
Prima che arrivassero i nostri inquilini, pub e bar erano i
migliori baby-sitter di pap. Rispettivamente a sei e tre
anni, io e Jackie frequentavamo regolarmente il Black Rose,
il Plough and th Stars, il Georges, il Silhouette. Pap ci
portava con s nel suo giorno libero quando i gestori non
avevano mai niente in contrario, oppure la domenica quando
ci era permesso piroettare sugli sgabelli o starcene seduti
sul bancone e bere di tanto in tanto un sorso di birra dagli
enormi boccali che qualcuno ci porgeva. A Jackie piaceva
cos tanto quel sapore che birra fu una delle prime parole
che pronunci. L'unica volta che la madre del babbo, che
era astemia, ci venne a trovare, Jackie, sentendo il rumore
di una bottiglia, corse in cucina urlando Birra! e scopr
pap sulla porta della dispensa che cercava di nascondere
una cassa dietro i suoi fianchi troppo magri.
Naturalmente, se raccontate questa storia a Jackie, lui
giurer che non  vera.
Pap era magro allora, e forse lo  ancora, col viso lungo
e sottile come un clarinetto. Aveva una voce sommessa,
musicale, con trilli di balbuzie, e quando era arrabbiato diventava
acuta e stridula. Mia madre era tozza e baritonale
quanto mio padre era sottile e stridulo. Le sole parole che
ricordo di lei sono: Per l'amor del cielo, Peter, cerca di
parlare da uomo.
Pap era un buon bibliotecario, ossessionato da cose a
cui la gente non dava alcun peso. Amava i film di comici
semisconosciuti degli anni Venti e Trenta, li proiettava sul
muro della propria camera con un vecchio proiettore rumoroso
e aveva tappezzato le pareti con le loro foto. Gli
piacevano soprattutto due attori che lavoravano in coppia:
uno aveva un paio di occhiali disegnati in faccia col cerone.
Gli piaceva anche la loro storia: quando i loro film non
ebbero pi successo, quello senza occhiali entr in depressione
e fin in un istituto per malati di mente. Due anni
dopo, dal momento che sembrava migliorato, il suo compagno,
che da solo se la cavava egregiamente, and a prenderlo.
In macchina, il manicomio ormai alle spalle, fantasticarono
di un ritorno alle scene: immaginarono i teatri in
cui si sarebbero esibiti, i nuovi film che avrebbero girato,
la celebrit. Magari ci credevano pure. All'improvviso, il
depresso indic il palo bianco e rosso di un barbiere e
chiese all'altro di fermarsi: voleva farsi fare una bella rasatura
come quelle di una volta. Probabilmente l'amico fece
anche una battuta: Certo che dopo due anni dovrebbe
essere bello poter finalmente tenere in mano una lama,
ma accost comunque al marciapiede. Nel negozio, non
appena il barbiere gli ebbe insaponato la punta del mento,
lui salt su e in un sol colpo afferr il rasoio e si tagli la
gola da parte a parte.
Questa era la storia che pi di tutte pap amava raccontare
per farci addormentare.
E questo  tutto ci che mi rimane di lui: bobine di vecchi
film con attori ormai defunti ed episodi della vita di
altre persone. Pap ci distribuiva pezzetti di biografia come
la maggior parte della gente allunga spiccioli o caramelle
ai bambini. Ne aveva una scorta inesauribile: la vita
di Louis Wain, un inglese matto che dipingeva gatti, le
campane a morto in occasione della Great Boston Molasses
Flood, o la storia di santa Caterina da Siena che raccolse
la testa mozzata di un peccatore che, come tanto
spesso accade, aveva ritrovato Dio pochi secondi prima
che l'ascia calasse su di lui con tale veemenza da fargli saltar
via le orecchie.
Pi a lungo rimanevano gli ospiti, pi lavori facevano,
pi il babbo si teneva le sue storie per s. Andava di rado
nelle stanze che erano state risistemate e non usciva da
quelle che aveva sempre usato: la cucina, il bagno di sotto,
la sua camera da letto. Una sera tardi gli altri riuscirono a
convincerlo a unirsi a loro in salotto. Bobby raccont qualche
episodio della sua giovinezza a Boston, condendo le sue
storie di ninnananne e accenti strani. Mike, il poeta capellone,
rievoc una scena primaria della propria infanzia, assumendo
di volta in volta il ruolo del grasso padre italiano,
della madre, un'indiana Cherokee, e di una sorella che, inspiegabilmente,
era mezza samoana. Anche altri ospiti raccontarono
le storie della propria vita. Infine, in un momento
di silenzio, Mike disse a pap: Tocca a te ora, Pete.
Pap si schiar la gola. Un giorno, il giovane John Stuart
Mill disse al padre....
No, lo interruppe Mike. Una storia sulla tua famiglia.
Non ne ho, rispose pap.
Ma s, dai.
Davvero, disse pap. Non ne ricordo neanche una.
Una storia qualsiasi, insistette Bob. Va bene tutto.
Senti, disse pap, fuori di s. Non ne so neanche
una, va bene? Il mio albero genealogico..., e tir un respiro
profondo, comincia da me.
Sapendo che non avrebbe lasciato mai nulla di inesplorato,
sono sicura che si era arrampicato su quell'albero e
non aveva trovato niente: soltanto qualche onesto avvocato
avanti con gli anni, senza conti in sospeso. Incontrai sua
madre solo quella volta, ed  la sola parente che io abbia
mai visto. Ho il sospetto che i suoi genitori fossero persone
normali, forse anche un po' noiose, che andavano in
chiesa ogni domenica e non facevano mai niente di speciale.
Magari sono ancora al mondo e vivono da qualche parte
nel Connecticut. Pap dovette arrangiarsi con storie di
seconda mano che leggeva nei libri, racconti di vagabondi,
disperati e mascalzoni. Per i suoi figli voleva di meglio.
Ecco perch prese in casa tutta quella gente. Ecco perch
se ne and. Jackie dice che gli do troppo credito, che la
verit  che la nostra infanzia fu cos anomala perch la
situazione gli era sfuggita di mano. Io dico che ogni esplosione,
cos come ogni sconosciuto che faceva gargarismi
nel nostro bagno, era un altro regalo per aiutarci a familiarizzare
con la vita. Jackie non la beve. Io rimango ferma
nella mia convinzione.
Perch altrimenti, davvero, quale altra spiegazione c'?
Non sembrava che a pap piacessero molto quegli strani
tipi che ronzavano per casa. Se ne stava seduto in cucina
quando tutti se n'erano andati oppure si fermava con gli
altri solo quando qualcuno offriva del buon whiskey o
della birra, anche scadente. Al mattino, immobile in cucina,
guardava la sigaretta bruciare nel portacenere.
Un giorno Mike si svegli con i postumi di una brutta
sbornia. Candy, il nostro piagnucolone, che come al solito
era inconcepibilmente allegro a colazione, stava versando
quintali di zucchero su tutto, anche sul bacon, canticchiando
tra s. Io stavo mangiando un po' di porridge che mi
ero preparata versando l'acqua del rubinetto direttamente
nella ciotola. Mike mi appoggi una mano sulla spalla e
indic il piatto di Candy.
Guarda, mormor.
Mike era il mio preferito (aveva dei bellissimi occhi azzurri),
cos, per compiacerlo, dissi: Bleah!, pi forte che
potevo.
 disgustoso, vero Annie?, disse Mike.
Tu tagliati quei capelli, rispose Candy, come se gli
stesse facendo un complimento. Che sono anche pi
disgustosi.
I miei capelli si intonano perfettamente ai miei baffi,
ribatt Mike. E poi, io non morir di certo a causa dei capelli.
Invece quella roba finir coll'ammazzarti.
Michael, disse Candy, e si sentiva che il suo buonumore
se ne stava andando, non potremmo evitare di parlare
di morte come prima cosa la mattina?.
Semplicemente non voglio che questa dolce fanciulla
pensi che il tuo  un modo normale di mangiare.
Candy pos la forchetta e si alz affrontando Mike con
un sorrisino nervoso. Senti....
Hai voglia di fare a pugni?, gli chiese Mike.
Persino io avevo capito che era una battuta, ma gli occhioni
di Candy si fecero ancora pi grandi. Sembrava fatto
tutto a cerchi, come si disegna un cartone animato: un
cerchio per la testa, uno per la pancia, uno per i capelli e
due per le ginocchia, e infine un piccolo nodo rotondo per
il naso, senza attaccatura. Non riuscivo a capire come facessero
a stargli su gli occhiali. Si era gonfiato tutto per essere
pi imponente e aveva ottenuto l'unico risultato di sembrare
ancora pi rotondo. Senti, Mike....
Lascia stare, Chubs, concluse Mike. Mangia quello
che vuoi.
Candy si volse verso mio padre, che era ancora l. Pete,
gli disse. D a Mike di smetterla.
Mio padre, che non aveva affatto prestato attenzione, lo
guard senza posare la tazza di caff. Infine gli rispose:
Sbrigatela da solo. Non sono mica tuo padre. Cosa c'entro
io?. Con un ampio gesto indic la cucina. Ti sembro
forse il padrone qui?.
Ed  vero, mio padre raramente diceva: Questo  mio.
Per s rivendicava veramente poco: n le storie, n i mobili,
e nemmeno i figli. Portava cravatte a farfallino perch
gli ricordavano vecchi personaggi famosi e voleva sempre
chiamare i nostri animali come quelli dei libri.
Ma sono i nostri, obiettavamo io e Jackie.
Una volta, poco prima che se ne andasse, pap era in cucina
con me e Jackie. Noi due stavamo facendo un puzzle
enorme e pap era seduto davanti a noi e cercava di trovare
un angolino per appoggiare la sua birra.
Suzanne entr con un vestito che riconobbi immediatamente.
Era di mia madre. Suzanne era molto magra e l'abito
le stava largo in vita.
L'ho trovato nel ripostiglio di sotto, disse. Posso tenerlo?.
Fece una mezza piroetta. La stoffa liberava l'odore di
mia madre a ondate, un odore cos intenso che riuscivo
quasi a vederlo.
Senz'altro, rispose pap dopo qualche istante, apparteneva
a qualcuno che ha vissuto qui.
Due giorni dopo, Bobby, il nostro flautista, chiese a
pap se per favore smetteva di fare lavoretti per casa. Nonostante
non mancassero persone molto pi abili di lui,
mio padre continuava ad appendere apparecchi telefonici
che rimbalzavano dal muro al primo squillo e aveva stagnato
il bagno con tale entusiasmo che mancava solo una
spruzzata di panna montata in cima alla doccia per farla
sembrare una torta nuziale. Ma non capiva, gli disse Bob,
che in quel modo non solo non risolveva i problemi, ma ne
creava di nuovi? Pap sapeva usare la testa, continu Bobby,
e sarebbe statcv meglio che si concentrasse sulle cose,
vive, di cui tra l'altro in casa c'era grande abbondanza.
Era novembre e io avevo undici anni. Da noi non c'era
solo Candy che piangeva nella sua stanza, ma anche Lucky,
un affettuoso e sfortunato cane da caccia dotato di un appetito
fuori del comune, che aveva fatto la punta e riportato
due gattini dei vicini, un estintore e un'anziana barboncina
chiamata Queen Marie. E poi c'era Anastasia, un levriero
afgano che oziava tutto il giorno semisvenuto sul divano,
mostrando, secondo Mike, tutti quanti i Dieci indizi che
vostro figlio si droga di Ann Landers. C'erano i tre canarini
di Kenneth Graves: Sidney, Sidney-bis e Sidney-Lou.
C'era il gatto di Gertrude, Tommy, un genio diceva lei, che
siccome aveva imparato a farsi portare in spalla, ora aveva
preso la mania di balzare gi dal frigo su ogni testa che passava.
C'erano le due palme in vaso di Suzanne, i germogli di
avocado nei vasetti sul davanzale, qualche ragno a penzoloni
in giro, che si era introdotto in casa a tradimento, e due
bambini svegli e tristi di cui tutti si prendevano cura tranne
il padre. Me lo vedo ancora pap in salotto che si guarda
intorno, circondato da tutte quelle cose vive e consapevole
di non poterne aggiustare neanche una.

II.
Non lo si pu biasimare, disse Bobby il giorno che il
babbo se ne and, sentendosi personalmente responsabile.
Kenneth Graves non era d'accordo e disse che lui invece
lo biasimava, altroch. Kenneth Graves era molto portato
al biasimo.
Io e Jackie ce ne stavamo l seduti, senza ben capire il
motivo di tutta quella discussione. Ascoltavamo Suzanne e 
il bacon che si insultavano a vicenda. Gertrude fece irruzione
in cucina, con i soliti pantaloni stretti fantasia schizzati
di vernice e una maglia con le maniche a palloncino e
un disegno di perline. Anche se era vecchia (allora a me
sembrava davvero vecchissima), aveva il corpo esile di una
dodicenne. Di solito era lei la prima a svegliarsi in casa. Si
guard attorno, ed esclam: Buongiorno sole!, e aggiunse:
Oggi s che  una bella giornata!.
Mike si sedette sul piano di lavoro e disse, pulendosi i
baffi sporchi di briciole di plumcake: Il padrone del castello
se ne  andato.
Oh, bene, esclam Gert. Festeggiamo.
Suzanne era meno allegra. Si trovava bene con pap,
meglio che con gli altri: era formale ed educata con Bobby,
a malapena tollerava Mike, ignorava Gert, e odiava Kenneth
Graves con un'intensit che, lo capii solo parecchi
anni pi tardi, non poteva derivare che dall'esserci andata
a letto.
Beh?, fece lei.
Eh, rispose Bobby e scroll le spalle. Sembrava proprio
il tipo di padre che pu nascere dalla fantasia di un
bambino, con tutti quei capelli bianchi e la pipa sempre in
tasca. Essendo il pi preciso dei presenti, venne tacitamente
investito della responsabilit della baracca. E cos,
disse rivolgendosi a me e a Jackie, pare che vostro padre
se ne sia andato per un po'. Ma noi abbiamo intenzione di
rimanere e di prenderci cura di voi.
Suzanne sbatt una forchetta sul piano di lavoro.
Dal momento che, continu Bobby, ce l'ha chiesto.
Non ce l'ha chiesto, disse Suzanne. Ci ha lasciato un
assegno.
Bobby accavall le sue lunghe gambe sotto il tavolo,
urtandolo con un ginocchio. Pass una mano sui jeans appena
stirati.- Sulla matrice c' scritto Per i bambini.
Poi, come primo atto ufficiale di ufficioso padrone di
casa, domand a Suzanne, che era l'unica ad avere la patente,
di accompagnarci a scuola. Non era un compito facile:
il sedile della nostra vecchia Cadillac era rotto e mio
padre l'aveva puntellato con una cassetta di bottiglie di
birra vuote. Suzanne, seduta in equilibrio precario, rischi
di mettere sotto il vigile all'entrata della scuola.
Quella sera passarono da noi alcune colleghe di pap.
Erano tutte alquanto strane, sembravano nate dalla fantasia
di un gruppo di bambini dell'asilo: gli occhi strabici, una
gamba pi lunga dell'altra, il naso sproporzionato rispetto
al resto del viso, i fianchi pi stretti del collo. Erano cinque
o sei e parlavano tutte assieme. Aveva dato le dimissioni il
giorno prima, dissero, senza preavviso. Cos'era successo?
Niente di grave, si auguravano. Gli volevano bene, ci assicurarono,
come a un figlio. Ma comunque, dov'era Petey?
Io, Jackie e Bobby rimanemmo seduti sul divano, incapaci
anche solo di aprire bocca. No, grazie, risposero le
signore, non volevano sedersi, dovevano proprio andare.
Volevano solo lasciarci le cose che erano rimaste nell'armadietto
di Petey: un farfallino, un pettine (una tirava
fuori da un sacchetto le varie cose, le altre le identificavano
ad alta voce), un libro sulla famiglia reale svedese, il
Guinness dei primati dell'anno prima, alcuni assegni annullati
e tre lettere contenenti le parole In caso di mancato
pagamento si provveder a.... La capobanda, la pi
magra e strana di tutte, ci consegn un pacco con un casco
di banane in via di decomposizione e una confezione di
merendine scadute.
Quando svolazzarono fuori, la capobanda indugi un
istante. Invece di salutarci, sussurr: Dio ci aiuti.
Andato, se n' andato: per tutto il giorno non avevamo
udito altro. Cos, disse Bobby quando le bibliotecarie si
furono allontanate, ha lasciato anche il lavoro. Sembra
proprio che se ne sia andato davvero.
Quella notte Jackie venne in camera mia e mi disse che
aveva paura. Indossava un pigiama termico a fiori, di qualche
taglia pi grande: probabilmente era il mio, anche se a
casa nostra c'era sempre un certo numero di indumenti la
cui attribuzione era circondata da un fitto mistero.
Non ti preoccupare, gli dissi. Sono sicura che pap
torner. Mentivo. Ma mi sentivo abbastanza grande per
poter dire una bugia a un bambino.
No, mi rispose. Si morse il labbro.  per quelle
donne.
Compresi immediatamente. La camera di pap era vuota,
presto qualcuno l'avrebbe occupata. Era per questo che
erano venute? Volevano dare un'occhiata in giro? Ma non
era stato il loro aspetto, e nemmeno le loro frasi telegrafiche,
a spaventare Jackie, erano state quelle banane. I nostri
ospiti ci portavano sempre qualcosa da mangiare. Quando
lavorava in mensa, Suzanne portava a casa gli avanzi:
cracker stantii con formaggio alle erbe, fettine di carne unte
e bisunte, cigni alla panna montata con la testa mozzata.
Kenneth Graves faceva il commesso in un negozio di cibi
naturali in centro, ma si azzardava a rubare solo bulgur.
Mike lo chiamava il Bulgaro, e gli diceva che il bulgur era
molto buono (bisognava stare molto attenti a non offendere
Kenneth), ma anche le verdure, e le uova, e il latte non
erano male. Ma la settimana dopo Kenneth si ripresentava
con il solito bulgur, scuro come il sacchetto in cui l'aveva
nascosto. Il pi generoso era Bobby: dopo aver suonato nel
parco tutto il pomeriggio, tornava a casa serio serio e scuoteva
la testa per convincerci che non aveva guadagnato un
centesimo. Ma poi tirava fuori dall'impermeabile un sacchetto
con del pollo arrosto e un bel po' di costolette di
maiale, oppure, nelle serate migliori, bistecche per tutti,
scintillanti come pietre preziose nella carta bianca.
Io e Jackie dormimmo insieme nel mio letto quella prima
notte senza pap, stretti stretti, vicino al tetto della mansarda,
sognando prodotti da forno a met prezzo scaduti,
che avevano ormai perso ogni fragranza, asciutti e rinsecchiti
nelle loro confezioni di plastica.
Il giorno dopo Jackie raccont le sue paure a Bobby,
che rispose: no, no. Quella era la camera di pap. Questa
sarebbe sempre stata la sua casa, nessuno avrebbe mai preso
il suo posto.
Io non capivo bene quel che intendesse. A volte pensavo
che la nostra casa era come un malato agonizzante, un
grande spazio vuoto in attesa di un trapianto.
Quel sabato pomeriggio Bobby ci port con s a suonare
nel parco. Ceravamo gi stati altre volte, con la Cadillac.
Pap, che quando cantava era pi balbuziente che
mai, faceva il coro, ma siccome i solisti tra una canzone e
l'altra si scolavano bicchieri su bicchieri di brandy, prima
della fine della serata non ricordavano pi una sola parola.
Allora la voce di pap (B-B-Buonanotte, signooooore!)
tuonava al di sopra dei solisti, uno dei quali diceva addio,
esitante, alle signore e l'altro, pi sicuro, a Irene. Anche da
ubriaco, mio padre ricordava le parole di centinaia di canzoni,
ma a casa, davanti a un bicchiere di whiskey irlandese,
cantava solo Besame Mucho.
Quel giorno io, Bobby, Mike, Gert e Jackie prendemmo
l'autobus per andare in citt. I cantanti si limitarono a
bere qualche sorso di whiskey da una fiaschetta per scaldarsi
un po' e rimasero abbastanza sobri. Io e Mike, nonostante
la nostra inesperienza e le nostre gambe a ics, volteggiavamo
instancabilmente davanti a loro. Il vento ci sferzava
le guance. Fresca di compere, la folla natalizia si fermava
a guardarci mentre tornava verso la metropolitana, e
il cappello di tweed che Jackie faceva girare era gonfio di
monete e banconote. Gert, un po' per il whiskey e un po'
per il freddo, prima di sera aveva due gote rosse come un
bambino.
Portammo a casa cosciotti d'agnello comprati nella
costosissima macelleria in fondo alla strada. Suzanne, che
aveva appena sfornato un immenso polpettone, ci tenne il
broncio finch Bobby non le mostr i cosciotti, conquistandosi
cos il suo cuore di cuoca. Fu l'unica volta che lo
vidi azzardare qualcosa di simile a un flirt. Rimanemmo a
tavola per ore, a parlare dei manicaretti migliori che ognuno
di noi aveva mangiato, dei pi bei concerti mai ascoltati,
dei volti pi incantevoli che avevamo incontrato. Poi
Suzanne present in tavola una torta di mele talmente lievitata
che sembrava una bombetta inglese. Corred ogni
fetta di generose cucchiaiate di panna montata, quasi felice.
Gert si ritir presto nella sua stanza: il whiskey le impediva
ormai di tenere gli occhi aperti. Dalla credenza sbucarono
diverse bottiglie. Bobby prepar una tazza di cioccolato
per s, per Jackie e per me.
La scena era la stessa di tante altre sere: bevitori abituali
e bevitori onorari raccolti intorno al tavolo a discutere di
arte. Quasi non si sentiva la mancanza di mio padre: uomo
poco avvezzo alla conversazione, scivolava sempre nel silenzio
o nella lettura. Non successe nulla di nuovo. Mike decise,
come ogni settimana, che voleva ascoltare la sua canzone
preferita, Love and Breakfast. Era l'unico pezzo che gli piaceva
dei Bootless, un gruppo di Los Angeles. Aveva scritto
lui le parole. Suzanne e Kenneth ripresero la loro solita
discussione sulla musica: lei ascoltava vecchi cantanti
urlatori, Wagner e i canti gregoriani, lui di tutto, tranne quello
che piaceva a Suzanne. La discussione anche quella sera fin
nel solito modo: uno dei due metteva su una canzone per
dimostrare quanto l'altro fosse cocciuto. Era il turno di
Kenneth, che, in piedi accanto al giradischi, una mano sull'altoparlante
e l'altra in aria, spandeva come fumo la voce
di Jerry Lee Lewis per tutta la stanza. Sentite? Sentite?.
Alle undici Bobby ci guard. Io stavo costruendo una
cattedrale con le gotiche ossa dell'agnello, Jackie dormiva
con le braccia lunghe distese sul tavolo, come se stesse
subendo una metamorfosi, da anfibio a essere umano.
Okay, disse Bobby.  ora di andare a dormire. Su,
forza.
Questa era nuova. Pap ci faceva sempre andare a letto
quando volevamo, era convinto che i bambini dovessero
decidere di propria spontanea stupidit, prima o poi avrebbero
imparato da soli. Nel mio caso c'era da temere che
questo si verificasse solo nel ventunesimo secolo. Bobby
svegli Jackie e lo prese in braccio, Mike mi prese per
mano e mi accompagn di sopra, in bagno. Si stese nella
vasca mentre Bobby si affacciava alla porta per controllare
che faccia e denti venissero lavati a dovere. In camera,
Bobby trov i pigiami e ci disse di metterli. Io di solito mi
addormentavo coi vestiti che avevo addosso. Poi ci rincalz
per bene le coperte, come se potessero proteggerci
da traumi improvvisi.
Al mattino, contento del pigiama e delle coperte ancora
a posto, Jackie pens che forse non sentiva tanto la mancanza
di pap.
Io, invece, s. Mi sedetti sulla sua sedia in cucina e cercai
di immaginare la sua vita, come era solito fare lui quando
qualcuno se ne andava. Tutto quel che riuscii a ottenere
fu una chiara immagine di mio padre seduto in un'altra cucina,
a immaginarsi la nostra vita.
Bobby annunci le nuove regole, e, tra queste, il bagno
quotidiano. Non era certo un problema per Jackie, la cui
unica mania era il bisogno di fare la doccia almeno due
volte al giorno; io invece ero un osso duro. Suzanne si
prese la bega di convincermi, e cominci col fare commenti
sul mio odore, pass a minacce proferite dal mio invisibile
padre, e concluse con storie tremende di muffe, piante
e piccoli animaletti che si sarebbero impossessati di me.
Risultato: le mie interiora sarebbero esplose, mi aspettava
una vita senza amore.
Insultata, la chiamai con l'epiteto peggiore che conoscevo,
che si d il caso fosse qualcosa che avevo orecchiato
durante una lite tra lei e Kenneth.
E come no, esclamai, vecchia puttana d'una vacca.
Mi tir su (anche se ero piccola per la mia et, non ero
pi una bambina), mi caric sottobraccio e si avvi di
sopra. Credevo che mi avrebbe ucciso, perci decisi di
reagire e combattere. Invece apr la porta della camera di
Mike e mi sbatt dentro. Mike era seduto a gambe incrociate
tra i cuscini e leggeva un libro. Atterrai con la testa
tra i suoi piedi.
Se sei tanto intelligente e responsabile, grid Suzanne,
occupatene tu.  abbastanza sudicia per essere
perfetta pr te.
Mike mi guard di sotto in su, alz un sopracciglio, poi
l'altro. Non so cos'hai fatto, ragazzina, mi disse, ma
scommetto che hai fatto bene. E mi diede una solenne
stretta di mano.
E cos fui affidata a Mike. A ventitr anni, era il pi giovane
dei nostri ospiti e, per certi versi, anche il pi incostante.
Si poteva contare sull'imprevedibilit di Kenneth
Graves, mentre Mike a volte spariva per un'intera settimana,
per fare, come diceva lui, un po' di baldoria.
Al suo ritorno era accompagnato da odore di birra e di
donne, di carte e di sigari, e piroettava per casa, toccava i
capelli a me e a Jackie e diceva: Ah, i bambini, ah, queste
piante, ah, la purezza. Quei suoi capelli rossi sempre
spettinati e i baffi che si lisciava in cucina a colazione non
dicevano nulla della sua vera identit: era un duro dal
cuore tenero che veniva da Brooklyn, beveva bourbon, e
leggeva Poe, Whitman e Raymond Chandler. Ho sempre
pensato che un cappello di feltro e un completo gessato gli
sarebbero stati meglio, ma di fatto lui preferiva la tuta e le
magliette sbiadite. Una voce maliziosa, tagliente, nasale
spuntava da sotto quei baffi.
Io e Jackie siamo d'accordo su questo: dopo la partenza
di pap, io sono stata allevata da Mike, e lui da Bobby.
Forse avrebbe potuto funzionare anche il contrario,
dice Jackie. Forse le cose si sarebbero compensate, e ora
ci assomiglieremmo di pi.
Per met pazzi e per met normali?, chiedo io.
Eh, gi.
No, mai. Io voglio bene a Bobby, ancora adesso, ma mi
sembra troppo rigido, distante. Non ho mai amato gli uomini
dai solidi principi. Bobby mi avrebbe pettinata ogni
giorno, avrebbe rivoltato i miei maglioni dalla parte giusta,
mi avrebbe sottoposta a un corso di buone maniere visto
che, fin da quella parabola di atterraggio in camera di Mike,
mi sono sempre mancate. Se Mike avesse avuto in consegna
Jackie, avrebbe cercato di instillargli il gusto per la
poesia e di insegnargli la tecnica per fare canestro. N io,
n Jackie, invece, abbiamo avuto questo tipo di lezioni. La
stretta di mano di Mike era assolutamente seria. Voleva
dire: puoi comportarti male finch vuoi. Cerca solo di
attutire la botta, quando ti arriva.
Suzanne smise di cucinare. Si offr di pulire, ma non
voleva assolutamente essere una figura materna, per nessuno.
Lo disse a Kenneth Graves mentre dormicchiava sul
divano. Bobby e Mike presero il suo posto in cucina, condannati
a far tutto in coppia come gli attori amati da pap.
Bobby si specializz nel mettere insieme gli avanzi: gli riusciva
pi difficile produrre le pietanze originarie. Mike
apparecchiava e lavava i piatti. Mentre Bobby era alle prese
con cibi per lui misteriosi, Mike lo osservava da dietro
le spalle (un bello sforzo, dal momento che Bobby, pi di
uno e novanta, era quasi trenta centimetri pi alto di lui), e
commentava: San Noonan e il Miracolo dello Stufato.
Bobby era cattolico, e Mike, che lo era stato da bambino,
non riusciva a capire come si potesse rimanerlo una volta
adulti. Mike aveva ragione: con la faccia arrossata dal vapore
e il grembiule schizzato di sugo, Bobby sembrava davvero
un martire della fede. Per favore, gli diceva piano,
chiamami san Bob.
San Noonan e la Resurrezione della Carcassa di Pollo,
rispondeva Mike. San Noonan e la Conversione dell'Arrosto
della Settimana Scorsa. Una volta, Mike non fece
in tempo ad aprir bocca che Bobby, senza neanche guardare,
gli sbatt un mestolo in testa e disse: San Noonan
Punisce l'infedele.
Due uomini con un ragazzino ciascuno. Per un po' fu
tutta una gara: pronti, ai posti, via. Chi avrebbe avuto il
bambino pi educato, pi brillante, pi adatto a essere invitato
alla Casa Bianca, come ospite o come presidente? A
Mike era capitata la sorella maggiore, ma Bobby part davvero
col piede giusto. Jackie era gi identico a lui in tutto e
per tutto: era studioso e avido di spiegazioni, non faceva
mai nulla di immotivato. Bobby gli compr un telescopio,
lo sistem davanti a una finestra in soffitta e tutti e due se
ne stavano a scrutare il cielo per ore nella speranza di scoprire
nuove comete o di scorgere una timida galassia svestirsi
come un'ignara bagnante davanti a una finestra illuminata.
Poi pulivano insieme le scarpe in cucina, lustrando le
linguette col lucido nero. Gli scarponi scintillavano e le stelle
brillavano di nuovo, questa volta tra le loro mani.
Per tutto quel tempo pap continu a inviare un vaglia
a Bobby e una cartolina a me e Jackie. Sulla cartolina scriveva
cose come: Il poeta Hart Crane usc di casa senza
maglia e rimase paralizzato per un colpo d'aria. Suo padre
invent la Polo. La caramella, non la maglietta. Oppure:
Dutch Schultz, il pi grande spillatore di birra del New
Jersey, prima di morire farfugli per due ore cose incomprensibili,
che uno stenografo della polizia annot scrupolosamente.
Le sue ultime parole furono Zuppa di fagioli
franco-canadese. Jackie non voleva nemmeno leggerle,
quelle cartoline. Io le appendevo in camera, dalla parte
della scritta. La calligrafia di mio padre era sottile e un po'
storta, come lui. Solo i francobolli erano brutti: mai un
timbro da Istanbul, o da Kalamazoo. Sempre Cambridge,
Massachusetts.
Non ci diede mai un recapito, cos si perse tutte le nostre
nuove storie. Probabilmente non gli sarebbero piaciute
granch. Non mor nessuno, non di casa, almeno. Un giorno
Kenneth Graves si rinchiuse nella stanza di Suzanne e la
crisi di astinenza che ne segu comport la rottura di tutti i
dischi di lei, uno dopo l'altro. Ci sentimmo un po' come
quell'uomo a cui la moglie aveva tralasciato di dire che era
incinta finch non partor nella vasca da bagno. Nessuno,
eccetto forse Suzanne, aveva capito che si drogava. Dovemmo
chiamare la polizia che forz la serratura e lo trascin
fuori tra le bestemmie, talmente sporco che sembrava
gli fosse cresciuta la barba in un giorno solo.
Smise di drogarsi in un centro di recupero e si trasfer a
New York per sfuggire, come ci scrisse, alle cattive compagnie
di Boston. Ci scriveva: Sette settimane e sono ancora
pulito, oppure: Tre mesi e nessun ripensamento. A Natale
ricevemmo un biglietto di auguri che diceva: Quasi un
anno e vado forte. Due giorni dopo un suo amico ci chiam
per dirci che Kenneth Graves era morto di overdose.
Curiosit, raccont a Mike. Nostalgia. Solo per una
volta. Lo sai come vanno queste cose, no?.
Non erano riusciti a rintracciare la famiglia, il nostro
indirizzo si trovava nella sua agenda sotto la voce Casa.
Quella sera scoprimmo con dispiacere che nessuno di
noi riusciva a ricordare di averlo visto felice. Suzanne se ne
and un mese dopo per sposare un uomo che non avevamo
mai visto. Ci doveva essere sotto qualcosa.
Bene o male, Mike e Bobby ci aiutarono a superare le
crisi della nostra infanzia. Jackie, per quel che mi ricordo,
ne ebbe una sola: un giorno, nel bagno di sotto, mentre
usciva dalla vasca, sfond il pavimento e sprofond fino
alle anche fermandosi soltanto quando urt un tubo con
un piede. Completamente nudo, senza neanche poter raggiungere
l'asciugamano, rimase l, imbarazzatissimo, finch
Gert apr la porta, lo guard un momento e disse:
Guarda guarda, ecco una scena che andrebbe dipinta.
Furibondo, Jackie le scagli una saponetta in testa, poi le
chiese se per favore chiamava Bobby. Si era rotto un piede,
che si stava gonfiando a dismisura sotto il pavimento.
Mike allarg il buco attorno alla gamba mentre Bobby,
nella vasca, sorreggeva Jackie tenendolo sotto le ascelle.
Io invece davo a Mike un gran bel daffare. Cominciai
quando mi si scucirono i pantaloni durante la lezione di
matematica cosicch l'intera classe ebbe modo di constatare
che, non essendo riuscita a trovare un paio di mutande
quella mattina, ero uscita senza. Il preside mi mand a casa
con la giacca legata alla vita. L'anno seguente feci il mio
ingresso a scuola con dei pantacollant a pois, una dolcevita
di Bobby e una parrucca, dicendo che ero una nuova arrivata.
Alle medie tinsi di rosa il camice dell'insegnante di
scienze, dichiarai che la grassa insegnante di ginnastica non
sarebbe riuscita a fare la ruota nemmeno a costo della vita,
e venni anche cacciata dall'aula per aver fatto commenti
inopportuni sulle crociate. Sempre in cerca di nuove storie,
mi accodai per un po' ai duri della scuola. Volevano essere
trasgressivi, ma non facevano mai nulla di originale: rubavano
alcolici ai genitori, bevevano finch qualche ragazzina
delicata vomitava e alla fine tutti quanti perdevano i sensi o
iniziavano a piangere come vitelli.
Mike decise che il suo compito era quello di insegnarmi
come combinare guai senza pagarne le conseguenze. La
domenica andavamo a fare il brunch al tempio di Krishna,
cantavamo una filastrocca durante le preghiere, importunavamo
qualche sventurato dal vestito giallo zafferano interrogandolo
sul senso della vita. Mi port a prendere il t
al Ritz e sentenzi che era essenziale che andassi nella
toilette delle signore a rubare qualche goccia di cristallo
dal lampadario salendo in piedi sul gabinetto. Ubbidii. Il mio
primo anno alle superiori trascorremmo numerosi pomeriggi
fumando delle canne nella galleria di un cinema d'essai
di Cambridge.
Mi aiutava anche coi compiti. Spesso, pi di una volta a
semestre, mi presentavo in cucina alle sette di sera e comunicavo
che l'indomani dovevo consegnare una tesina. Allora
Mike si precipitava con me alla biblioteca Howard
Johnson oltre la superstrada. Bevevamo caff per tutta la
notte (verso l'alba Mike beveva direttamente dal thermos)
e cercavamo di lavorare con metodo.
Okay, mi chiedeva Mike. Qual  l'argomento?.
Io glielo dicevo, lui mi raccontava quel che sapeva, poi
mettevamo insieme un po' di dati e un po' di riferimenti
bibliografici. Mio padre si sarebbe scandalizzato, ma i miei
insegnanti non ci facevano molto caso. Mi consigliavano di
scrivere a macchina invece che in stampatello, si lamentavano
delle macchie di marmellata sui fogli, oppure dicevano
che avrei dovuto centrare di pi l'argomento. Di solito
prendevo dei buoni voti: erano lavori agili, creativi,
brillanti. Ne feci male uno solo. Mike mi aveva convinto
a fare una ricerca su Lefty Frizzell, un cantante country, e
poi non aveva fatto altro che cantare per tutta la notte.
Riuscii a carpirgli una sola frase: Le persone intelligenti
non possono non intuire che Lefty Frizzell  sinonimo di
cuore infranto. La professoressa non accett il lavoro
perch si accorse che uno dei libri citati era curato da me e
tradotto da Howard Johnson.
Mike voleva sempre vedere i compiti quando me li riportavano
e imprecava sottovoce contro i professori. Me li
riconsegnava borbottando un Cosa ne sanno.
Mike mi insegn a non aver paura di niente. Jackie non
aveva di che temere. Aveva ereditato da pap il bisogno di
sapere sempre nuove cose, ma lo rivolse alla fisica, alla biologia.
Nemmeno i bulletti gli davano noia. Aveva messo su
due belle spalle larghe, come quelle di Bobby, come se ne
avesse acquisito i geni per simpatia, o per impollinazione.
A dire il vero, fino a poco tempo fa non avevo mai pensato
che Mike e Bobby avrebbero anche potuto avere di
meglio da fare. Sembravano contenti: in fin dei conti, se ne
stavano l a far niente, no? Bobby invitava a casa i suoi
amici musicisti, donne magre e fulve simili a un fiammifero,
uomini con fibbie di peltro che affondavano nelle loro
pance molli. Nella stanza di Mike c'era un continuo via vai
di ragazze filiformi, una delle quali un giorno trov la
cucina e bruci qualcosa che avrebbe dovuto assomigliare
a una colazione, finch Bobby non arriv a toglierle il cucchiaio
di mano e a rispedirla da Mike.
In casa, oltre a noi quattro, era ormai rimasta soltanto
Gert. Man mano che qualcuno se ne andava, Bobby non
voleva pi ospitare nessuno: d'un tratto il pensiero di avere
degli estranei che si aggirassero per casa inizi a preoccuparlo,
dimenticandosi che lui si era unito a noi proprio in
quel modo. Gert era sempre pi vecchia e svampita e i suoi
dipinti si erano fatti ancora pi osceni e dettagliati. Poteva
farti posare tutto vestito, le gambe accavallate, un mazzo di
fiori in mano e l'espressione seria, e ti avrebbe dipinto interamente
nudo, un ginocchio di qua e uno di l, la lingua
penzoloni a destra e gli occhi, vuoti, a sinistra. Mappava
ogni singolo capello, ogni pi piccola ghiandola con la precisione,
e soprattutto l'immaginazione, di un cartografo
medioevale. Non capiva perch nessuno volesse posare per
lei, n perch, se accettava, non volesse poi vedere il
risultato. Quando ero ormai alla fine delle superiori, si trasfer
in una casa di riposo in Florida per dipingere sulla spiaggia.
A pap sarebbe piaciuto sentire questa.
Cos sei orfana, mi disse la mia amica Jenny, il primo
anno delle superiori. Eravamo sedute in cucina e avevamo
bevuto abbastanza bicchieri di vino dolce da provare brividi
di meraviglia alla vista degli ultimi raggi di sole. No,
risposi.  mia madre che  morta. Mio padre no.
Ah. I suoi erano divorziati, pensava di capire.
Sta a Cambridge, o l vicino, continuai. Ci manda
qualche cartolina.
Allora se n' andato?.
Gi. Mi scolai l'ultimo goccio di vino. Mike mi aveva
insegnato che si deve essere cavalieri in certe situazioni.
Perch?.
Chi lo sa. Voglio dire, anche mio padre ha i suoi problemi.
Questa era una frase che Bobby usava spesso, soprattutto
quando arrivava un altro assegno che diceva che
per il momento mio padre non sarebbe tornato: Anche
vostro padre ha i suoi problemi.
Era semplicemente arrivato anche per lui il momento
di andarsene, spiegai a Jenny.
E ci credevo, davvero. Tutti quanti prima o poi se ne andavano
da casa nostra. Perch mio padre avrebbe dovuto
abusare della propria ospitalit? Non era diverso dagli altri.
A volte, quando sentivo la sua mancanza, mi sforzavo di
ricordare che al momento della sua partenza io stessa avevo
tirato un sospiro di sollievo e che tutti, inclusi me e Jackie,
da settimane desideravamo in segreto che se ne andasse.
Una sera Mike ci raccont la storia dell'uomo che non
riusciva a ricordarsi nemmeno di fare il pieno di benzina.
Ci chiamava in continuazione, disse. Rimaneva a secco
all'imbocco dell'autostrada nell'ora di punta, oppure in
pieno centro a Waltham. Ogni volta che tornava a casa
aveva un diavolo per capello, ma sosteneva sempre che siccome
gli americani in media rimangono senza benzina tre
volte l'anno, noi avremmo potuto prenderlo in giro solo se
lui fosse arrivato a quattro, non prima.
Era pap, disse Jackie che aveva una memoria di ferro.
Certo. Era Pete. Mike si gratt la testa imbarazzato.
Piano piano, archiviammo pap tra Candy e Mr Nobody:
uno tra tanti che avevano abitato qui.
Per me  ancora cos. Se non sei felice, te ne vai. Forse,
se l'avessi conosciuta, mia madre mi avrebbe detto che a
volte bisogna accettare dei compromessi. I miei amici,
materni e premurosi, me lo dicono sempre. Parlano dei
compromessi con le altre persone, naturalmente, ma per
me  gi abbastanza difficile venire a patti con la vita: il telefono
che squilla, le vitamine da prendere. La vita reclama
a gran voce Accettami, Fai attenzione a questo, Non
ti dimenticare di quello. Fare compromessi con una persona
 fuori discussione.
Soltanto l'amore o la solitudine possono cambiare la pettinatura
di un uomo. L'anno seguente, a giugno, apparve un
sentiero, una riga chiara, sulla testa di Mike. Era l'amore. Si
lasciava fare anche le trecce dalla sua nuova ragazza: una
grossa fune dietro la schiena, oppure due cordicelle dietro
le orecchie. Bobby cominci a chiamarlo Pocahontas.
Zitto, uomo bianco, rispondeva Mike, stizzito.
One little, two little, three little Indians..., canticchiava
Bobby.
Va bene, va bene, si arrendeva Mike.
Dopo qualche tempo, Bobby non ebbe pi bisogno
nemmeno di nominarli, gli indiani, gli bastava canticchiare
il solito motivetto: Michael ti-spiace appare-cchiar, prender
l'a-cqua e il pan.
Io non vedevo l'ora che arrivasse l'estate per passarla
con Mike a non far niente. E poi, se andavamo in un bar,
lui era abbastanza vecchio perch facessero entrare anche
me senza chiedermi i documenti. Ma Mike aveva altri programmi.
La sua nuova ragazza era identica a tutte le precedenti.
Sembrava quasi che Mike avesse scelto una famiglia
con uno stuolo di figlie, per innamorarsi di tutte, una dopo
l'altra.
Giravo per casa annoiata. Avendo frequentato in tre
anni la bellezza di non pi di quattro lezioni di ginnastica,
alla cerimonia di consegna dei diplomi ricevetti un foglio
bianco. Bobby mi sugger di frequentare qualche corso
estivo e Mike mi promise che, se volevo, avrebbe trovato il
modo di mandarmi all'universit, con o senza soldi, con o
senza diploma. Il solo pensiero mi agit.  vero che Mike
con la chiacchiera riusciva a farsi strada quasi dappertutto
e di rado pagava il cinema o il teatro. Di solito utilizzava la
penosa scusa dell'amico che aveva deciso di andare a morire
di overdose proprio in quel cinema, dove aveva trascorso i
momenti pi belli della sua vita.
Mi lasci entrare, che lo porto fuori, diceva alla cassiera.
Non disturberemo, ve l'assicuro. Abbiamo ancora la
nostra dignit.
Gi mi vedevo Mike che mi faceva entrare al college
con i suoi soliti metodi. E mentre seguivamo insieme una
lezione di economia politica, la polizia del campus faceva
irruzione in aula e ci indicava. ECCOLI L!. E noi che
scappavamo come delle furie, saltando da una fila all'altra
sulla testa della gente, per poi camuffarci da studenti di
chimica pakistani, nasconderci in un laboratorio e l essere
smascherati di nuovo.
Invece mi assunsero come fattorino presso la facolt di
urbanistica all'universit di Boston. Dopo un anno, mi fu
concesso di frequentare gratuitamente le lezioni, ma mi
decisi solo l'anno seguente. Cominciai con un corso serale
di archeologia, e un giorno, leggendo una rivista, incappai
in quest'articolo.
Un tempo, in un paese del Mediterraneo, si ergeva un
colosso. Venne costruito prima dell'invenzione della scrittura,
ma documenti pi tardi riferiscono che non ci sono
mai state parole per descriverlo, n mai ci saranno. Dopo
anni e anni di clima torrido, anche quei muscoli di marmo
si stancarono e cedettero: prima cadde un orecchio, poi la
cintura. Un dito  ora puntato sui visitatori del Louvre, il
mento  conservato a Madrid, un labbro fa un mezzo
broncio a Cambridge. Ma il naso  ancora nella terra dove
 stato scolpito, in una stanza costruita appositamente.
L'uomo che per anni lo custod con apparente devozione,
un giorno cerc di fracassarlo con una mazza. Gli altri
guardiani lo atterrarono, gli stritolarono le mani, poi lo
uccisero. Ora al suo posto c' un'anziana donna che siede
dando le spalle al naso (severa disposizione), troppo debole
per distruggerlo. In grembo ha una pistola, ed  pronta
a sparare a vista su ogni malintenzionato.  un naso seducente,
che parla dell'arte, della cultura e dell'ineffabile.
In quel momento, leggendo l'articolo, mio padre mi
manc da morire. Mi aveva sempre parlato di fatti strani,
di morti ridicole, e improvvisamente lo volli l con me, a
raccontarmi quella storia. Avrei voluto raccontargliela io
stessa. Immaginavo che mi avrebbe ascoltato attentamente,
il che dimostra quanto poco lo conoscessi.

III.
Jackie fin le superiori con votazioni eccellenti e numerosi
corsi extracurricolari al suo attivo e vinse una borsa di
studio all'universit del Maryland. Bobby gongolava alle
spalle di Mike: il suo protetto stava imboccando la strada
verso una vita normale e felice.
Io iniziai un corso estivo di sociologia della devianza. Sia
io che il professore eravamo stupiti di quanto gli altri studenti
trovassero deviante o ineducato: starnutire in biblioteca,
gettare cartacce per terra, guidare a tutta velocit, suonare
nel parco per racimolare qualche spicciolo. Il professore
chiedeva, quasi implorante: Davvero nessuno di voi conosce
un drogato, o un alcolizzato, o un fanatico religioso?.
In agosto nella mia mansarda il caldo fu insopportabile.
Una notte, mentre scendevo con il cuscino sottobraccio per
andare a dormire sul divano, sentii un rumore nella stanza di
pap. Aprii la porta e vidi proiettate sul muro le immagini di
un matrimonio. A destra del proiettore, un uomo in piedi,
di spalle. Riconobbi subito pap, ubriaco. Avanz nel fascio
di luce e questo gli illumin la schiena. Mi sembr quasi di
vedere i suoi muscoli rilassarsi, come sotto il getto caldo
della doccia. Si mosse lentamente, allontanandosi da me. Il
film passava su di lui, poi si proiettava sul muro. Per un attimo
pensai che potesse essere il filmino del matrimonio dei
miei genitori, poi una torta alla crema strisci lungo la schiena
di mio padre. Non era il loro matrimonio. Pap cercava
di guardare le immagini da vicino, coprendole con la propria
ombra ogni volta che spostava la testa. Dissi: Pap.
Gir su se stesso, piano, esitante, e guard dentro l'obiettivo
del proiettore, come se la voce provenisse da l.
Sorrise, forse vedendo finalmente proiettato nel bianco dei
suoi occhi ci che voleva.
Poi si accorse di me e apr appena le labbra. Sulla spalla
gli fluttuava una bombetta. Aspettai che parlasse, che mi
dicesse dove era stato tutto quel tempo, o che almeno mi
raccontasse la storia della vita di quell'uomo con la bombetta
che in quel momento si trovava, sorpreso e impietrito,
sulla sua maglietta.
Tutto ci che disse fu: Scusami, piccola, pi tardi.
Pi tardi volle dire a colazione. Quando arrivai in cucina,
pap era seduto al suo solito posto, tra Jackie e Bobby.
Bobby si volt verso di me. Tuo padre rivuole indietro
la casa.
Non  che la voglio, intervenne pap. Ne ho bisogno.
Qualche ora prima il suo viso era attraversato da calzoni
fuori misura, signore su tutte le furie e torte volanti.
Adesso lo vedevo bene: il naso era piegato all'ingi, gli occhi
sembravano ancor pi distanti. Era come se la sua testa non
avesse pi un centro di gravit e i suoi lineamenti orbitassero
nel vuoto senza meta. Ho bisogno di soldi, spieg.
Jackie pass la mano lungo il bordo del tavolo, poi controll
se gli erano rimaste delle schegge nelle dita. Tempismo
perfetto, comment. Adesso che i bambini sono
cresciuti.
 vero, rispose pap.
Con noi, aggiunse Bobby.
Non avrei voluto arrivare a questo, continu pap.
Non era nei miei piani. Volevo che la casa rimanesse a
loro.
Grazie tante, disse Jackie.
Non vorrei portarvela via. Mio padre tent una smorfia
di rammarico, ma il suo labbro superiore aveva perso
elasticit.
Ti voglio chiedere una cosa, disse Jackie. Avevi programmato
di andartene? Avevi accolto in casa questa gente
per lasciarci con loro?.
Pap si mise a ridere, poi scosse la testa. Due gesti
molto distinti. No. Non per quello.
E perch, allora?, domandai, aprendo bocca per la
prima volta.
Rispose: Alcuni hanno accolto angeli, senza saperlo.
Cosa?, chiese Jackie.
Lo dice anche la Bibbia, rispose pap.
Non scherzare. Che cosa c'entra?.
C'entra con l'ospitalit e la generosit nei confronti
dei derelitti, disse pap.
C'entra con Dio, disse Bobby.
Quella notte, salendo di sopra, sentii Bobby piangere,
proprio come avevo sentito Candy ogni notte per un mese
dieci anni prima. Ricordavo ancora quei singulti incontrollati,
interrotti da amari sospiri. Il pianto di Bobby era sommesso
e contenuto, inframmezzato da lunghi sospiri senza
grinze.
Al mattino, come Candy, era di nuovo allegro.
Bobby si trasfer a Waltham, Jackie se ne and nel Maryland,
Mike si spos e vol in Nepal con la moglie. Mi
mand una cartolina: era molto contento, era la prima
volta che andava all'estero. Aveva solo ventun anni quando
era venuto ad abitare da noi.
Io ero stanca di Boston, di conoscere a memoria l'orario
di tutti gli autobus, meglio di una guida turistica. Tramite
i miei contatti all'universit ottenni un lavoro all'universit
di Rhode Island e mi trasferii a Providence. La mia
mente era popolata da immagini di cose che andavano in
pezzi: il colosso, il volto di pap, la nostra casa.
Da allora sono passati quattro anni, due dall'ultima volta
che ho visto mio padre. Ero andata a Boston per incontrare
Jackie che era a casa per le vacanze, e assieme andammo a
sentire Bobby che suonava in un bar di Cambridge, uno dei
posti in cui aveva bazzicato mio padre per anni. Bobby aveva
detto a Jackie che avrebbe suonato con una vecchia band
irlandese, invece lo trovammo sul palco con un chitarrista e
una donna infelice che cercava di suonare con alcuni cucchiai,
ma non riusciva neanche a tenere il tempo. Il posto
era strapieno e io e Jackie ci infilammo a un tavolino in
fondo. Un cameriere venne a prendere l'ordinazione e i
soldi dell'ingresso. Ordinai vodka and soda, e seppi di essere
nel posto giusto quando mi chiese: Grande o piccola?.
Bobby fu grande. E in pi era anche bello con i capelli
che gli sfioravano il collo della camicia. Nel bel mezzo di
una canzone, qualcuno url: Vai, Bobby!. Era un omone
ubriaco, dall'aria vagamente familiare: forse in passato
era stato anche lui da noi per qualche giorno. Brind alla
salute di Bobby, sorridendo felice in mezzo a un pubblico
alquanto serio. Seduto accanto a lui c'era pap, le mani
impegnate in una lotta col proprio mento, che tentava di
crollare sul tavolo e ce la stava quasi facendo. Decisi di
non dire nulla a Jackie, non perch pensassi che ci sarebbe
rimasto male, ma perch temevo il contrario.
Eravamo arrivati tardi, mancava poco alla fine della
prima parte dello show. Bobby si chin sul microfono e
annunci una breve pausa. Jackie and a salutarlo. Io rimasi
seduta per non perdere il posto e per non farmi scappare
il cameriere al successivo giro di ordinazioni. Jackie
pass accanto a pap, che lo vide ma rimase seduto dov'era.
Dopo qualche istante diede una gomitata all'uomo accanto
a lui e gli disse qualcosa come: Ma  mio figlio,
quello?. Quello squadr Jackie e Bobby che parlavano
sul palco, l'uno con un braccio sulle spalle dell'altro. Poi
scosse la testa.
Ma era evidente che pap aveva riconosciuto Jackie, anche
se erano due anni che non lo vedeva, da quando Jackie
aveva iniziato l'universit, da quando era cresciuto dieci
centimetri e si era tagliato i capelli cortissimi, da quando
mi aveva chiamato per dirmi che, per quanto lo riguardava,
si considerava un orfano con molti genitori.
Infine Jackie scese dal palco e riattravers la sala. Pap
si alz e gli si avvicin come quando due parenti lontani
da tanti anni si incontrano nelle scene dei film: le lacrime
agli occhi, pronti all'abbraccio. Jackie si strinse nelle spalle
poi lo abbracci, senza chinarsi, senza rinunciare a esibire
quella sua figura alta e magra di cui si valeva per apparire
educato con gli adulti e affascinante con le ragazze. Per un
attimo dissi a me stessa: Ma guarda. Guarda come si  abbassato
pap,  molto pi piccolo di Jackie. Poi mi ricordai
che non era mai stato alto.
Un attimo prima di separarsi, si voltarono verso di me.
Pap aveva un paio di occhiali con una montatura sottile e
lenti spesse. Da dov'ero non riuscivo a vedere i suoi occhi.
Tutto ci che riuscii a cogliere fu quel lampo di azzurro
incredulo che diceva: Non capisco cos' successo qui.

 L'OSPITE  COME IL PESCE.

Zia Helen Beck aveva una corporatura robusta ed era
incline al mal di testa. Si stendeva su divani troppo corti per
lei e i suoi piedi si arrampicavano sul muro o riposavano sul
bordo di un tavolinetto da caff sbattendo per terra vasi di
fiori. I bambini che ebbero occasione di vederla in azione,
narrarono i Racconti di zia Helen Beck prima agli amici e
poi ai propri figli, che talvolta ebbero la ventura di incontrare
l'anziana signora e di collezionare racconti di prima
mano, identici a quelli che avevano gi ascoltato. Il potere
curativo della melassa, le lettere dettate a parenti defunti, la
mania di declamare le poesie di James Whitcomb Reilly o
di qualsiasi poeta altrettanto funereo che avesse tre nomi:
Edgar Allan Poe, Edward Arlington Robinson. Raccontava
di aver incontrato James Whitcomb Reilly da ragazzina a
Indianapolis, quando, durante una recita scolastica, gli
aveva offerto un mazzo di fiori. Era ubriaco.
Dopo qualche tempo tutte le persone che aveva conosciuto
passarono a miglior vita, cos zia Helen Beck si mise
a scrivere una lunga serie di lettere. Le dettava ai bambini
di casa che, nonostante fossero terrorizzati dalla gigantesca
vecchia signora distesa sul divano, si divertivano un mondo
a scribacchiare: Caro Arthur. Sei morto da cinquant'anni
e ancora non ti ho perdonato. Zia Helen Beck teneva
sempre in mano un borsellino di pelle, cos vecchio da
essere ormai ammuffito, che agitava costantemente mentre
parlava. Zia Helen Beck diceva che c'erano dentro due
penny, anche se non li aveva mai mostrati a nessuno.
Ho queste monetine da sessantacinque anni, ripeteva
sempre. E voglio che siano sepolte con me.
Zia Helen Beck aveva fatto molti progetti per la sua
morte. Per lei essere morta era come per qualcuno essere
inglese: non lo era, tutto faceva credere che non lo sarebbe
mai stata, ma si capiva che era la sua pi grande aspirazione,
dal momento che tutte le persone che stimava lo erano.
Sono tua zia Helen Beck.
Esordiva sempre cos al telefono, indipendentemente
da chi prendeva la chiamata. L'importante era dare per
scontato che chi rispondeva dovesse ricordarsi di lei, anche
se ovviamente, non avendola mai vista, raramente erano
in grado di farlo.
Zia Helen Beck!, replicavano. Come stai?.
A dir la verit, rispondeva lei, non troppo bene. Sono
qui a Springfield (o a Delta Bay, o a Cedar Rapids, o a
Yrma) e sto cercando una sistemazione.
A volte spiegava che era venuta a trovare un'amica che si
era improvvisamente ammalata. Se era gi stata ospitata da
un loro parente, lo faceva presente. Allora salivano in macchina
(un pick-up, una berlina o una giardinetta sgangherata)
per venire a prenderla e, quando scorgevano l'unica
donna anziana che si guardava attorno in cerca di qualcuno,
nei loro occhi si leggeva un evidente sconcerto. Era come se
avessero controllato sul dizionario l'ortografia di una parola
difficile: Santo cielo, ma si scrive proprio cos?.
Zia Helen Beck adorava quel momento. Era molto pi
grande di quanto se la fossero immaginata e sembrava
quasi che non avrebbe mai smesso di crescere, a giudicare
da quelle mani e da quelle ginocchia troppo grandi, come
quelle di un adolescente. La gente pensava delle donne
quel che pensava dei cani: quelli grandi dovevano morire
presto, per lasciare spazio a quelli piccoli, nevrotici, facilmente
eccitabili e difficilmente pettinabili.
Poi saliva in macchina e se la portavano a casa.
Quel giorno era arrivata con il traghetto per Orcas Island,
a Puget Sound, ed era appena sbarcata. Scorse immediatamente
Ford e la moglie Chris: setacciavano la folla con gli
occhi, in silenzio. Ford teneva la moglie per mano. Zia Helen
Beck era stata da Abbie, la sorella di Ford, qualche anno
prima. Fu in quell'occasione che si procur il suo indirizzo,
anche se all'epoca un'isola sembrava troppo fuori
mano. Adesso era a corto di possibilit.
Zia Helen Beck si avvi verso di loro senza la minima
indecisione, una mano tesa e nell'altra una valigia che trasportava
come fosse una piuma.
Ford!, esclam zia Helen Beck. I due sobbalzarono.
E Chris. Si chin un poco per permettere a Chris di darle
un bacio su una guancia, lasciando capire che non desiderava
altri baci in futuro. Ford invece le prese la valigia.
Vide che la stavano osservando: il tailleur blu oltremare,
la camicetta linda, niente fronzoli da vecchia signora.
Niente profumo, niente trucco, niente occhiali. I capelli,
grigi e corti, non erano cotonati. Sembrava una suora che,
dopo lunghe meditazioni, aveva deciso che in realt preferiva
la pulizia alla devozione.
Hai la barba, disse zia Helen Beck a Ford.
Perbacco, rispose lui, carezzandosi il mento. S, effettivamente,
ho la barba.
Anche a tuo cugino Edward piaceva molto la sua barba.
Ho sempre pensato che gli uomini con la barba hanno
qualcosa da nascondere, ma mi hanno assicurato che non
 cos.
Spero di no, disse Chris. Aveva i capelli rossi e le lentiggini,
ed era vestita proprio come il marito, in jeans e
maglietta scura a maniche lunghe.
Abbiamo parcheggiato qui, disse Ford.
Chris mont sul retro del furgone. Ford voleva aiutare
zia Helen Beck a salire in cabina, ma lei non glielo permise.
Lui fece il giro e sal alla guida.
Bene. Ford tamburell sul volante, poi avvi il motore.
Per quanto tempo pensi di fermarti da noi?.
Zia Helen Beck lo guard. L'ospite  come il pesce,
eh? Dopo tre giorni puzza.
No, no, rispose lui. Mi stavo solo chiedendo....
Beh, non so se mi andrete a genio o no. Sarebbe prematuro
fare una previsione adesso. Potrei voler ritornare
indietro appena metto piede in casa vostra.
Spero, disse Ford, sforzandosi di sembrare sincero,
che ci darai qualche altra chance.
Concesso, rispose zia Helen Beck.
Studi il suo profilo. Il sole gli illuminava la barba.
Effettivamente Ford aveva qualcosa da nascondere: cicatrici
di acne punteggiavano il resto del viso ed era chiaro
che infilando un dito nella barba, ce ne sarebbe voluto
prima di toccare il mento.
Ecco. Zia Helen Beck si frug nelle tasche e tir fuori
una cornicetta con la fotografia di un uomo coi baffi in piedi
davanti a un fondale dipinto. Tieni,  per te, gli disse.
 il tuo bisnonno. Mio zio Patrick Corrigan. Zio per
modo di dire, ovviamente, ma gli sono sempre stata molto
affezionata. Accost la foto al volto di lui. Tu gli assomigli
molto.
Ford sbirci la fotografia con la coda dell'occhio. Sembra
un bell'uomo, disse. Grazie. Sicura che non ti dispiace
privartene?.
Porto sempre un regalo ai miei ospiti, rispose zia
Helen Beck.
Svoltarono in una strada bianca, disseminata di sassi, e
zia Helen Beck, con le ossa ancora indolenzite dal viaggio,
si sent sballottare da tutte le parti. Passando, vide per un
istante una vecchia roulotte, una di quelle arrotondate, che
le sembr una specie di thermos, come se i proprietari
volessero chiudersi dentro ermeticamente. Poi, dopo una
curva, comparve una casa quasi in cima alla collina. Una
bella casa, piccola ma solida, ben fatta. Zia Helen Beck era
stata in posti migliori forse, ma sicuramente anche in posti
molto peggiori.
Eccoci arrivati, disse Ford mentre frenava.
Zia Helen Beck ud la voce di un bambino dire a Chris:
Ci stanno i cani l dietro, perch sei salita l?.
Chris gli abbai qualcosa di rimando, poi and ad aiutare
zia Helen Beck a scendere. Il bambino, che aveva lunghi
capelli biondissimi, si avvicin. E questa chi ?,
chiese indicando la vecchia signora.
Chi sei tu, piuttosto, replic zia Helen Beck, aggiungendo
perplessa: Sei un maschio o una femmina? Perch
li vestono tutti uguali, i bambini, oggigiorno?.
Sono un maschio !.
Hai i capelli troppo lunghi.
A me piacciono. Me li taglia mia madre.
Allora sta trascurando il lavoro, sentenzi zia Helen
Beck. Io posso fare di meglio, se vuoi ti faccio vedere.
Afferr la valigia, ma Ford gliela tolse di mano. Sono tua
zia Helen Beck, disse al ragazzino.
Non  nostro figlio, disse Ford, sollevando la valigia
e appoggiandosela in spalla. Vive in quella roulotte che
abbiamo appena passato.
Bene, rispose lei.
Andarono alla porta sul retro ed entrarono in una cucina
luminosa, piena di quelle piante alte e sottili di cui zia Helen
Beck aveva sempre diffidato: sembrava sempre che fossero
l l per scompigliarti i capelli o per assaggiare quel che bolliva
in pentola. Il ragazzino li segu e si butt sul divano. Zia
Helen Beck non poteva biasimarlo. Un bambino che abitava
in una roulotte di sicuro considerava i mobili un lusso.
Allora, gli chiese. Come ti chiami?.
Mercurio, rispose lui.
Come, scusa?.
Ford alz le spalle. A sua madre piacciono i pianeti.
E a me le verdure, esclam zia Helen Beck, ma non
chiamerei mai mio figlio Barbabietola. Del resto, e lanci
un'occhiata a Ford, suppongo che uno a cui  stato affibbiato
il nome di un'auto non possa stupirsi pi di tanto.
Di un teatro, a dire il vero, ribatt Ford.
Ah, fece zia Helen Beck. E poi, rivolta alla nipote: E
il tuo nome, Chris, sentiamo, da dove viene? Da Cristoforo
Colombo?.
Chris si limit ad arrossire.
Ai miei tempi, continu zia Helen Beck, ci si accordava
su uno zio morto ed era finita l.
Mercurio si tolse una scarpa. Quando hai dei figli,
cantilen, puoi chiamarli come vuoi.
La casa era un piccolo prefabbricato: zia Helen Beck
non ne aveva mai visto uno. La stanza degli ospiti in fondo
al corridoio era arredata da una quantit di coperte sbiadite,
drappeggiate sul letto e appese al soffitto come in un
harem. Per il resto in casa c'erano pochi mobili, ma funzionali.
Ford spieg che lui stesso aveva costruito alcuni pezzi
e che voleva provare a fare qualcosa di vimini. In salotto
c'era una finestra con una vista stupenda di Puget Sound e
della roulotte argentata. A sentire Ford, la madre di Mercurio,
Gaia, non si faceva tanti problemi nei confronti del
matrimonio e della procreazione. Aveva gi Mercurio, Giove,
Venere e Saturno, e sembrava intenzionata a mettere insieme
un'intera galassia (Dio aiuti i bambini che si chiameranno
Urano e Plutone). I suoi figli erano tutti biondi e delicati
come Gaia, e orbitavano continuamente attorno al
giardino di Chris e Ford, sporchi e ficcanaso come talpe.
Stasera cucina Ford, disse Chris. Che cosa ti andrebbe?.
In realt nulla, rispose zia Helen Beck. Ma manger
qualcosa comunque, qualsiasi cosa.
In cucina Ford stava prendendo dalla credenza pentole
e barattoli. Pensavo di fare della tapioca, disse. La farina
degli antichi Aztechi.
Di chi?, chiese zia Helen Beck. Si sedette con Chris
in cucina.
Degli Aztechi, ripet Ford. O degli Inca? Di qualche
popolo antico. Me l'ha detto il ragazzo del negozio.
Penso che ti piacer.
Chiaro, visto che sono antica anch'io, non c' dubbio.
No, non per quello, disse Ford. Ma Chris scoppi a
ridere e pos per un istante la mano sul braccio di zia
Helen Beck.
No, davvero, ribad Ford. Davvero, qualche popolo
antico mangiava questa roba.
E gli piaceva?, chiese Chris ridacchiando.
Non mettertici anche tu, le disse Ford. E va bene.
Riso? Non ci sono molte possibilit, zia Helen Beck: siamo
vegetariani.
Come me, disse zia Helen Beck. Immaginavo che foste
persone sensate.
Vada per riso e fagioli, disse Ford. Prepar con cura
ogni cosa: prima l'aglio, poi le spezie, vers il riso in un
recipiente graduato e poi in un setaccio. Non c' tempo
per mettere a bagno i fagioli, disse sottovoce, useremo
quelli in scatola, e zia Helen Beck fu certa che Ford non
era sempre stato un discepolo del salutismo: un tempo lo
stesso rituale doveva essere stato applicato a cibi molto
meno sani. Aveva visto la stessa scena in un sacco di case.
E cos, dove hai preso la corriera?, le domand Chris.
A Vallejo. Zia Helen Beck si alz e apr un cassetto,
in cerca delle posate. Quando le ebbe trovate, cominci ad
apparecchiare la tavola.
Lascia, lascia, disse Ford. Facciamo noi.
Zia Helen Beck lo ignor. Disse rivolta a Chris: Di solito
viaggio in macchina, ma la mia auto si  rotta un mese
fa e ho dovuto lasciarla dov'era.
Ma  tremendo, esclam Chris. Ne prenderai un'altra?.
Non saprei. Me l'avevano regalata, cos suppongo che
se qualcuno me ne vorr dare un'altra, non dir certo di
no.
Chris cerc di prendere una forchetta dalle mani di zia
Helen Beck, ma inutilmente. Mi fai sentire in colpa,
disse.
Per il tuo senso di colpa non posso fare niente, rispose
zia Helen Beck. Ma posso apparecchiare la tavola.
Sei di Vallejo?, domand Ford.
No, santo cielo, rispose zia Helen Beck. Ci abita mia
nipote Marlene. Ero solo andata a trovarla. E prima ero da
Abbie, e prima ancora dalla mia cara cugina Audrey. 
morta, sapete.
Oh, poveretta, disse Chris. Mentre tu eri l?.
S, purtroppo. Zia Helen Beck aggiust una tovaglietta
che era gi sul tavolo.  lei che mi ha regalato l'automobile:
me l'ha lasciata, ha lasciato tutto a me. Audrey era la
mia migliore amica, direi, anche se ci siamo incontrate che
eravamo gi in l con gli anni. Infatti, un giorno lessi per
caso il necrologio di suo marito sul giornale, mi accorsi che
era un mio cugino e la chiamai per farle le condoglianze. Ci
siamo conosciute cos. Andavo spesso a trovarla.
Da quanto tempo eri l da lei quando  morta?, domand
Chris.
Cinque anni. Quando passi la settantina, ho settantaquattro
anni io, quelli che conoscevi o sono morti o stanno
per morire. Ci si fa l'abitudine.
Ford rovistava in un cassetto in cerca di un cucchiaio.
Dove abiti allora?.
Zia Helen Beck prese in mano una forchetta e l'appoggi
di nuovo sul tavolo con decisione. Ecco fatto, concluse.
Io sono pronta.
Dopo che zia Helen Beck ebbe finito di sparecchiare,
lavare i piatti e pulire il tavolo, si risedettero tutti e tre in
cucina. Zia Helen Beck aveva in mano il suo borsellino.
Ha sicuramente un valore particolare, disse Chris.
Me l'ha fatto mio fratello. Zia Helen Beck smise di
scuoterlo, ma continu a tenerlo stretto, senza alcuna intenzione
di farlo vedere a Ford e Chris da vicino.
Un altro parente!, esclam Ford. E dov' adesso?.
 morto molto giovane, disse zia Helen Beck. Mio
fratello, da piccolo, faceva il predicatore. Mio padre lo
accompagnava: hanno girato tutto il sud. Bel bambino,
Gergie. Anche famoso. Prima di morire, per un mio
compleanno mi regal questo borsellino con dentro due
penny. Da allora l'ho sempre portato con me.
Mi fa piacere sapere che c' della spiritualit in famiglia,
disse Ford.
Zia Helen Beck fece un gesto con la mano. Era mio
padre che voleva che lui predicasse, e Gergie era carino e
intelligente. I bambini non sono religiosi, secondo me.
Ma il tono che usava quando voleva zittire qualcuno
non ebbe alcun effetto su Ford. Ma s, zia Helen Beck,
le rispose. I bambini sono creature dello spirito. Ecco
perch sono cos imprevedibili.
No. C' differenza tra spiritualit e incostanza. Anche
se c' chi non lo sa. Disse questo guardandolo fisso.
Chris rise. Non dargli corda, zia Helen Beck. Ha tutte
le sue teorie, e guai a chi gliele tocca.
Anche zia Helen Beck ha le sue, ho l'impressione,
disse Ford.
Lei gli sorrise. Sono certa che avremo molte cose di cui
parlare. Si accorse di averlo lusingato: era un uomo che
non voleva essere escluso da nessun club. Nemmeno da
quello di zia Helen Beck.
Zia Helen Beck non si risparmiava quando si trattava di
fare tutte quelle cose che potevano convincere i suoi ospiti
a farla rimanere. Si alzava presto per fare il pane, guardava
quali libri ci fossero sugli scaffali delle librerie di casa e cercava
di citarli il pi spesso possibile nella conversazione.
Lavava i piatti, si preparava da mangiare, andava a letto
presto e assicurava sempre di aver dormito profondamente.
Conquist Mercurio, perlomeno. Il ragazzino la adorava,
e dal cortile si trasfer sempre pi spesso in casa a giocare.
Lei avrebbe voluto insegnargli le buone maniere, e lo
minacciava recitando poesie sui folletti che rapiscono i
bambini cattivi, ma lui non sembrava affatto impressionato
e chiedeva se per caso non fosse lei la regina dei folletti.
 un bravo bambino, diceva Chris. Solo un po' irrequieto.
Sar, rispondeva zia Helen Beck, ma sorrideva. Si era
affezionata a Mercurio, mentre il fratellino e la sorellina,
che avevano da poco imparato a camminare, le sembravano
noiosi e insulsi. A zia Helen Beck non interessavano i
bambini che avevano meno di sei anni: a lei piaceva chiacchierare.
E Ford non si faceva certo pregare. Era loquace, fin
troppo libero e disinvolto. Zia Helen Beck se l'era immaginato
riservato, poich un giorno aveva ascoltato un messaggio
che Ford aveva lasciato sulla segreteria telefonica
della sorella: Dannazione, Ab. Hai messo la segreteria?
Le odio. Magari ti scrivo. Zia Helen Beck aveva pensato a
un tipo che non sopportava le sciocchezze, mentre in
realt ne aveva una propria riserva personale. Ammirava
gli indiani (d'America e dell'india) e scriveva poesie, spesso
dedicate Alla Terra oppure Alla Dea, che attaccava sugli
stipiti delle porte. Zia Helen Beck ci mise un po' per scoprire
che la dea a cui si riferiva era la moglie.
Era per lei che zia Helen Beck voleva restare. Chris
rimaneva tutto il giorno in casa a fare collane che vendeva
ai negozi e alle gallerie in citt. A volte Ford l'aiutava, ma
zia Helen Beck vide subito che non aveva pazienza: metteva
insieme a caso tutte le perline pi belle per poi ritrovarsi
con un'accozzaglia confusa e disordinata. Sua moglie invece
sapeva fare miracoli. Zia Helen Beck ammirava la calma di
Chris e quella timidezza che la faceva sentire perennemente
in imbarazzo: una qualit attraente in una donna, e una
cosa, ne era consapevole, di cui lei era sempre stata priva.
Dopo una settimana si fece trovare da Chris in cucina a
telefonare.
Pensavo che avrei potuto passare a trovarvi, stava
dicendo zia Helen Beck. Oh, beh, no. Certo che avete da
fare. Potrei darvi una mano? No, prego, prego, pensavo
solo che forse avrei potuto esservi utile. Un'altra volta,
magari. Tra un mesetto, magari. E riattacc.
Zia Helen Beck, le disse Chris. Non hai nessun posto
dove andare, non  cos?.
Sono sicura che trover un posto prima o poi....
Rimani qui. Ci fa piacere averti con noi, c' tanto di
quello spazio....
Non posso mica restare per sempre, rispose zia Helen
Beck.
Beh, Chris ci pens su. Almeno per un po'. Finch
vuoi tu. Cosa ne dici?.
Mia cara, rispose zia Helen Beck. Troverai di certo
un motivo prima o poi.
Ogni sera dopo cena Chris e Ford andavano in salotto a
guardare il tramonto sullo stretto e cercavano di convincerla
a unirsi a loro. Sedevano abbracciati e anche se non
si pu dire che zia Helen Beck approvasse simili esibizioni
pubbliche, non si lamentava apertamente. Le piacevano gli
innamorati: erano allegri e beati. Non le chiesero pi per
quanto tempo avesse intenzione di restare.
A volte si fermava sulla porta del salotto, e tutti e tre
guardavano la roulotte. A Ford piaceva fingere di sapere
cosa stava succedendo l dentro e inventava delle storie.
Gaia ha appena dato da mangiare e fatto il bagno a
tutti quanti....
Il bagno?, chiese zia Helen Beck. Non mi dire che
c' una vasca l dentro.
No, solo una piccola doccia, rispose lui. Oppure li
ha portati al lago a nuotare. E un bambino, probabilmente
Venere, che  ostinata e anche un po' civetta, si rifiuta di
vestirsi e sta saltellando di qua e di l, tutta nuda.
E cos Gaia si  messa a cantare una canzoncina per
convincerla, disse Chris.
E Giove si  messo a piangere, continu Ford, perch
la canzone non gli piace.
Zia Helen Beck scosse la testa. Tutta quella gente in
una casa cos piccola. Non credo di approvare.
Che c' da approvare?, domand Ford. Lei fa la sua
vita ed  contenta. E visto che loro sono dei bravi bambini,
lei deve essere una brava mamma.
Ma come tira avanti?.
Oh, come tutti qui. Qualche lavoretto part-time, qualche
baratto. Lavora un paio di giorni a settimana in un
centro di arti curative.
Arti curative?, domand zia Helen Beck. Cosa sono?.
Reiki. Shiatsu, quelle cose l. Massaggi e spiritualit.
Qualcosa di simile a quel che faceva tuo fratello, zia Helen
Beck.
Mio fratello, rispose lei, era vicino a Dio.
Beh, ognuno ha la propria concezione di Dio, disse
Ford. Ad ogni modo, Gaia sa fare bene quello che fa. Ti
rimette al mondo. Forse..., e la guard con un'espressione
scherzosa, forse potresti andare da lei uno di questi
giorni.
Zia Helen Beck rispose: Non credevo di aver bisogno
di essere rimessa al mondo.
Mangia, ordin col cucchiaio di melassa in mano.
Mercurio apr la bocca. Mmmmm, e lecc tutto il
cucchiaio, manico incluso.
Ti piace?, gli chiese.
S. Chris e Ford erano in citt a far spese e Mercurio
aveva deciso di seguire zia Helen Beck per tutta la casa
mentre puliva e metteva in ordine. Il fratello e la sorella
erano rimasti in giardino e continuavano a gettare manciate
di terra contro la finestra, finch lei non sped fuori Mercurio
a sgridarli.
Se pensi che abbia un buon sapore, comment, temo
che tu abbia qualcosa che non va. Devi essere mezzo
uomo e mezzo cane, se ti piace sempre tutto.
Forse sono un cane, rispose lui. Si distese sul pavimento
del salotto, coi capelli sparsi a ventaglio dietro la
testa.
Quanti anni hai, Mercurio?.
Sette.
Sai scrivere?.
S, lui rispose stizzito.
Bene allora. Zia Helen Beck si guard attorno in
cerca di un pezzo di carta. Mi faresti il piacere di scrivermi
una lettera?.
Per chi?.
Mettiti qui in ginocchio, disse lei, indicando il tavolino,
che te la detto. Trov una matita e dei fogli a righe
in un cassetto e glieli porse, poi cerc di stendersi sul divano,
un piccolo canap. Pos le ginocchia sul bracciolo e
lasci penzolare fuori le gambe. Molto bene. Scrivi solo
quello che ti dico. Partiamo. Caro Mac. Ovviamente, 
un po' che non ci sentiamo.  pi che comprensibile. Ci
sei?.
S. Mercurio aveva il capo chino sul foglio e teneva la
matita come fosse un ago, con gran delicatezza. I capelli,
quei ridicoli capelli, gli nascondevano il volto. Lei pens
che si stesse concentrando.
Ma ti devo dire questo: sono ancora furiosa per quello
che mi hai detto l'ultima volta che ci siamo incontrati.
Furibonda. Tu sai di cosa sto parlando.
Cos'hai in mano?, le domand Mercurio mentre scriveva.
Lei pens che cercasse di guadagnare tempo per
starle dietro.
 un borsellino. Me l'ha regalato un ragazzino molto
tempo fa.
Mercurio si volt verso di lei. Ci sono dei soldi dentro?.
I ragazzi sanno bene a cosa servono i borsellini, pens
zia Helen Beck. E immaginano che nascondano tutto l'oro
di Fort Knox.
Due penny, rispose. Torniamo al lavoro.
Dove vive questo tizio?. Mercurio ricominci a scrivere.
 morto, disse zia Helen Beck.
Non puoi scrivere a un morto. Pos la matita e si
volt di nuovo.
Perch no?.
Perch  morto.
Questo significa che non potr leggere la lettera, rispose
lei. Non c'entra niente con quello che io posso o
non posso fare. Vediamo un po' come stai andando. Si
alz a sedere. Quel bracciolo le stava bloccando la circolazione
nei piedi.
Mercurio si scost per lasciarla guardare, e lei lesse:
MERCURIO MERCURIO CUC TI AMO, scritto a lettere sottili
sottili perch il ragazzo aveva tenuto la matita troppo delicatamente.
Beh, comment zia Helen Beck, considerando che
aveva fatto del proprio meglio. Credo che ti avrei comunque
fatto scrivere quell'ultima parte.
Il mattino seguente, quando infil la mano in tasca in
cerca del borsellino di Gergie, si accorse che non c'era
pi. Sfil la mano di tasca, la rimise dentro, poi la tir
fuori di nuovo, e ancora dentro. Non c'era.
Non era in tasca, dov'era sempre stato. Non era sul com
e nemmeno in valigia. Non era da nessuna parte in cucina,
e nemmeno per terra in un angolo, dove stava controllando
quando Chris entr.
Zia Helen Beck, esclam allarmata. Cos' successo?.
Qualcuno ha preso il borsellino di Gergie. Non riesco
a trovarlo.
Sono sicura che  qui da qualche parte. Chris si inginocchi
accanto a lei.
Non riesco a trovarlo da nessuna parte. Aveva sempre
avuto il suo borsellino con s, era una parte di lei,
come fosse uno dei suoi organi interni e non potesse
sopravvivere senza. Devo trovarlo.
Lo troveremo, lo troveremo. Chris aveva intuito la
sua preoccupazione. Io guardo in salotto. Stava andando
nell'altra stanza, sempre carponi, quando Mercurio
comparve sulla porta. Rise nel vedere delle persone grandi
cos a quattro zampe. Chris lo guard di sotto in su e gli
chiese: Hai visto il borsellino di zia Helen Beck?.
No, rispose lui, troppo affrettatamente.
Sei sicuro?, domand zia Helen Beck. Non voleva
spaventarlo, ma comprese subito che doveva averglielo
preso lui. Nessun essere umano  pi infido di un ragazzino,
pi interessato alle cose degli altri.
Ce l'hai in tasca, le rispose.
No, non c', disse lei. Era ancora in ginocchio, e lo
stava squadrando. Se ce l'hai tu, Mercurio, gradirei molto
averlo indietro. Rimpianse di non aver mai, in tutte le case
in cui era stata, preso in mano nemmeno una volta l'immancabile
libro di psicologia infantile riposto tra Shakespeare
e Tolstoj. Basta un po' di buon senso, aveva sempre
consigliato, ma il buon senso, lo capiva ora, non era di
grande aiuto nella vita reale.
In tasca non c', disse ancora.
Io non ce l'ho, disse Mercurio, indietreggiando.
Merc..., cominci Chris.
Non ce l'ho!, grid e corse fuori.
Si sedettero sui talloni. Zia Helen Beck si massaggiava
le cosce piano piano, cercando di non piangere. Non funzion,
cosa che non manc di sorprenderla.
Oh, zia Helen Beck, Chris strisci carponi fino a lei e
le pos una mano sulla spalla.
Cosa ne sar di me se non lo ritrovo?.
Se ce l'ha lui, sono certa che te lo riporter.  un
ragazzino onesto, e sa che per te ha un gran valore.
Ma zia Helen Beck non ne era convinta. Le cose, i ragazzini
le perdono. Le vendono o le seppelliscono, o le danno
alle sorelline per farsi i denti. Quel borsellino era l'unica
cosa che zia Helen Beck avesse posseduto stabilmente,
e se l'era fatto portare via. A qualcuno nella sua stessa
situazione avrebbe detto: Ti sar pur concessa una distrazione
in ottant'anni. Ma lei non riusciva a convincersene.
Zia Helen Beck, il tuo portafortuna, disse Ford quando
lo seppe. Mi dispiace. Forse ce l'ha Mercurio, vedrai
che te lo riporter. Si sedette sul canap accanto a lei.
Senti. Forse possiamo trovare un sostituto.
Zia Helen Beck si scost, guard la roulotte cromata, e
invidi la vita della donna che vi abitava. Gaia era circondata
da mille cose tutte sue: grandi barattoli di riso, i bambini.
Comprese quanto fosse intelligente tenerle tutte in
un posto cos piccolo: era come racchiudere la propria vita
in un medaglione.
Cio, non qualcosa che lo sostituisca, continu Ford.
Era un simbolo. Ora hai bisogno di un altro simbolo, qualcosa
che ti ricordi Gergie e il tuo affetto per lui.
Gergie Beck mor quando aveva sette anni. Non esiste
pi nulla al mondo che abbia avuto a che fare con lui,
tranne quel borsellino.
La terra  sempre la stessa, disse lui. Ora come allora.
Faremo un piccolo cuscino di terra.
Zia Helen Beck si volt a guardarlo e fu sorpresa di
quanto le fosse seduto vicino. Avrebbe potuto benissimo
dargli uno schiaffo. Del volgare terriccio fangoso? Ma poi
vide che Ford era davvero rattristato e dispiaciuto e che
stava cercando di aiutarla come poteva.
No, grazie, rispose infine.
Da allora in poi, Mercurio si tenne alla larga. Un bambino
era morto e sepolto, l'altro aveva fatto una cosa che
lei forse non gli avrebbe mai perdonato. La rabbia non le
rese pi semplice sopportare l'assenza di Mercurio: si sente
sempre la mancanza di chi ci ha spezzato il cuore. Qualche
sera pi tardi lo intravide fuori dalla roulotte, che fissava
la casa come un generale in miniatura che sta studiando
il proprio piano d'attacco.
Ford and gi alla roulotte per parlare a Gaia, che l'assicur
di non aver visto nessun borsellino, ma gli disse che
avrebbe tenuto d'occhio la situazione. Far del suo meglio,
disse Ford.
Anche in quel preciso momento, zia Helen Beck sentiva
che qualcosa in lei stava cambiando. Fino ad allora era
sempre stata del medesimo umore, per tutta la vita. Il panico
che la divorava ora era spaventoso e sconosciuto. Pens
che doveva esserci una pillola, qualcosa da ingerire, che
avrebbe spazzato via tutto. O delle mani che, posandosi su
di lei, l'avrebbero fatta sentire di nuovo bene. Ma la pillola
avrebbe fatto effetto solo per un po', le mani prima o poi
si sarebbero allontanate. Non c'era nulla che potesse sostituire
l'unica cosa che avesse mai posseduto.
Ora se ne stava ogni sera a guardare il tramonto con
Chris e Ford, e ammirava i ritratti di famiglia che erano
stati allineati sulla parete. Quelle sere parlava poco, un po'
di tutto e di niente. C'era una spontaneit affettuosa e incosciente
in quei racconti del suo passato, della sua famiglia.
Una volta conoscevo una donna con ventuno bambini,
raccont a Chris.
Santo cielo, esclam Chris. Sembra impossibile.
Gi, disse zia Helen Beck. Li collezionava. Non
erano tutti figli suoi: se un bambino le piaceva, se lo portava
a casa. Quando si stancava, lo buttava fuori e ne prendeva
un altro.
Che storia triste, comment Chris.
Forse. Ma nonostante tutto io amavo mia madre.
Tua madre?.
S, rispose zia Helen Beck. Quella donna era mia
madre.
Un'altra volta, quando Ford le chiese cosa faceva per
Natale quand'era piccola, rispose: Nulla. Mi sarebbe piaciuto
festeggiarlo, ma i miei sono ebrei.
Cosa?, chiese Ford. Che ramo della famiglia?.
Tutti. Mio nonno era un rabbino. Ford sembrava perplesso,
cos lei aggiunse: Ortodosso.
Non avevo mai saputo che ci fossero degli ebrei in
famiglia.
Certo..., cominci, poi si trattenne. Certo,  possibile
che non te l'abbiano detto, disse. Una volta non si
aveva piacere di dire certe cose, sapete.
Ma pensavo che tuo fratello fosse un predicatore....
Fratellastro, lo corresse, la sincerit ormai svanita.
Ma non ne voglio parlare. Bada bene, Ford. Le succedeva
spesso, ormai, di passare in un attimo dalla nostalgia
alla rabbia. Ford e Chris incominciarono a stancarsi dei
suoi umori e ad andare a letto sempre pi presto. Li sentiva
parlare di lei, ripetevano il suo nome pi volte, perch
zia Helen Beck non poteva essere ridotta a una manciata
di pronomi. Non si curava di ascoltare cosa dicessero.
Siamo contenti di averti qui, le diceva Chris ogni
mattina, avvicinandosi per un timido abbraccio. Zia Helen
Beck sentiva il calore di quel giovane corpo: con i suoi
riccioli ramati, le lentiggini dello stesso colore, la pelle candida,
Chris ricordava a zia Helen Beck una meringa lasciata
nel forno un po' troppo a lungo. Aveva anche lo stesso
profumo, caldo e delicato, e sembrava quasi che un rumore
improvviso avrebbe potuto farla crollare.
Tutte le persone irradiavano un simile calore? Oppure
la loro temperatura variava? Zia Helen Beck non l'aveva
mai notato prima. Avrebbe voluto avvicinarsi di soppiatto
a Chris, o a Ford, soffiare su di loro per raffreddare la
pelle e poi sfiorarli cauta, furtiva, prima con la punta delle
dita, poi con tutto il palmo della mano.
A volte, improvvisamente temeraria e affettuosa, posava
una mano sulla spalla di Ford, dava un buffetto a Chris
sulla guancia, lasciava in bagno bigliettini firmati con un
cuore. L'unica volta che andarono tutti insieme in citt,
prese il largo da sola e ritorn con liquirizia, t al ginseng e
una piccola confezione omaggio di vitamine.
Buon non compleanno, disse. Ecco i vostri regali di
non compleanno.
Ford rise, e disse: Zia Helen Beck, sei davvero una
forza.
Solo una forza?, gli chiese. Lui si limit a ridere ancora
in quel suo modo equino, ma lei voleva una risposta.
Aveva cercato per tutta la vita di comportarsi bene, ma
come giudicare i risultati se gli altri non le dicevano nulla?
Sapeva di non essere una buona ascoltatrice, si spazientiva a
volte. Ecco, pensava, a cosa portava doversi affidare al giudizio
degli altri: era una donna inquieta. Per questo si faceva
ospitare da gente sempre nuova. Ogni persona la vedeva
in modo diverso, e non appena indovinava l'immagine che
si erano fatti di lei (vecchia signora autoritaria, o amabile
pazzoide, o anche a volte, sperava, donna semplice, onesta
e gentile), si domandava cosa poteva pensare qualcun altro.
Si chiedeva se due persone che l'avevano conosciuta in
momenti diversi avrebbero avuto la stessa opinione di lei.
E nonostante tutto, solo ora lo capiva, l'unica cosa che
aveva sempre desiderato era che qualcuno le dicesse: Zia
Helen Beck, questa  casa tua, e sarebbe rimasta senza
pensarci due volte.
Non sent il ragazzo entrare finch non le disse: Voglio
che mi tagli i capelli.
Ciao, Mercurio, rispose. Non era pi venuto da quando,
due settimane prima, era scomparso il borsellino. Lo
guard e sper che lo avesse in tasca, anche se si sentiva
ancora talmente abbattuta che non era nemmeno pi sicura
che ritrovarlo l'avrebbe aiutata.
Per favore tagliami i capelli.
Perch?, domand zia Helen Beck, ma mentre glielo
chiedeva, vide quella bionda criniera e immagin cosa avrebbe
provato a domarla con un paio di forbici.
Sono troppo lunghi, rispose lui.
Chiedilo a tua madre.
Non vuole.
Beh, allora forse non dovresti.
Sono troppo lunghi, ripet. Per favore. Sembro una
femmina. L'hai detto anche tu.
Sembri tu e basta.
Sospir. Zia Helen Beck, per favore tagliami i capelli.
Che cosa ne farai?, domand lei.
Mercurio la guard arricciando il naso.
Hai una bella massa di capelli. Li getterai nell'oceano?
Ci farai un braccialetto?.
Non li voglio, le rispose.
Va bene, disse zia Helen Beck. Vedremo.
I capelli di Mercurio erano asciutti e leggeri, come
qualche erba rara e delicata che chiaramente non possiede
nessun valore nutritivo ma che si dice possa curare il cancro.
Dovette sedersi per stare all'altezza giusta. Mercurio
non fiatava, anche se lo sentiva fremere ogni volta che
dava un colpo di forbici. Era riuscita a trovare solo quelle
da cucina, e le lame erano un po' arrugginite.
Stanno venendo bene, gli disse.
Anche se zia Helen Beck non capiva perch avesse
accettato di tagliargli i capelli, la cosa la faceva sentire
meglio: ogni volta che le lame si baciavano, le sembrava di
fare un nuovo passo verso la normalit.
Cosa dir tua madre?, gli chiese.
Non m'importa.
Pos le forbici. Sei pi bello di quanto pensassi. Vuoi
uno specchio?.
Mercurio si pass una mano sulla testa, sorridendo nel
sentirla cos ispida. Zia Helen Beck non se ne intendeva di
tagli di capelli e non fu certo per modestia che pens: Ho
fatto proprio un bel pasticcio.
Fa uno strano effetto, disse lui, e in quel momento
Chris e Ford apparvero alla porta.
Cazzo, esclam Chris. Port le mani al viso, come
per impedire alla testa di cadere dal collo.
A me piace, fece Mercurio.
Come fai a saperlo?, gli chiese zia Helen Beck. Corri
a guardarti in uno specchio e poi decidi.
Cazzo, esclam Ford.
Grande!, disse Mercurio tornando.
Zia Helen Beck prese i capelli che aveva raccolto in
tante treccine prima di iniziare a tagliare. Le terr io
queste, disse piano. And a prendere una scopa per spazzare
i ciuffetti caduti per terra.
Ford appoggi una mano sulla testa di Mercurio e il
ragazzino gliela strofin contro il palmo.
Chris si sedette in cucina. Lo so che sei arrabbiata, ma
perch hai fatto una cosa del genere?.
Me l'ha chiesto lui, rispose zia Helen Beck. Lo sai
che non sono mai stata capace di dire di no a un bambino.
Quella sera la affrontarono. Zia Helen Beck, le disse
Ford. Credo proprio che dobbiamo parlare.
Ford e Chris si sedettero sul canap, lei su una sedia di
fronte a loro, stringendo la ciocca di capelli che aveva in
tasca.
Raccontami bene, le chiese Ford. In che modo siamo
imparentati esattamente?.
Il tuo bisnonno..., cominci lei, ma poi si accorse di
essersi dimenticata tutto. Di solito ricordava ogni dettaglio,
ma ora non riusciva a rammentare pi nulla della
famiglia di Ford, e di conseguenza della propria, tranne
che le sembrava fossero di origine irlandese. Era irlandese,
disse. Un dottore.
E poi?, disse Ford.
No, anzi, un mago, disse lei, cambiando idea.
Ford sospir. Uno stregone, magari.
No, un venditore di fumo, disse. Un imbroglione.
Non proprio un dottore.
Ah. Non era il solo a vendere fumo in famiglia, eh?,
comment sorridendo. Chris gli diede una gomitata.
Ho chiamato Abbie, continu, e ne abbiamo parlato,
e poi ho chiamato anche gli altri parenti. Zia Helen
Beck... tu non sei una di noi.
Via, Ford.
Ford si sfreg la barba. Zia Helen Beck non riusciva a
capire se si stava gustando quel momento o se era imbarazzato
per lei. Forse un'amica di famiglia, continu.
Voglio dire, magari sei cresciuta chiamando zio qualcuno
dei miei parenti. Il che sarebbe gi qualcosa.
Ma lei sapeva che non era abbastanza. Se cos fosse
stato, avrebbe potuto chiamare qualcuno e dire: Sai, conoscevo
tua madre. Ma il massimo che sarebbe riuscita a
ottenere era una tazza di caff, condita da un sacco di chiacchiere:
l'universit e i tempi della lotta femminista e ma
che bel matrimonio che  stato. Non replic.
Lo sapevo, disse Ford.
Non ci posso credere. Chris fissava per terra, poi
alz gli occhi. Sei una bugiarda, disse.
Ford le pos una mano sul braccio. Chris, senti....
E lo sei anche tu. Mi hai detto che ti ricordavi di lei.
Quando ha telefonato, hai detto: Oh, s, la cara zia Helen.
E da quanto l'avevi capito?.
Non sono una bugiarda, disse zia Helen Beck.
Chris si limit a scuotere la testa.
Ho tolto dalla cornice quella foto che mi hai dato,
disse Ford, con voce pacata. E sul retro c' scritto: Holland,
Michigan, recita scolastica. Anche i baffi sono finti.
Zia Helen Beck si sedette pi diritta, accost le gambe,
si aggiust la camicia.
Com' che hai scelto noi?, le chiese Ford.
Beh, ero in biblioteca. Abbie aveva donato delle riviste.
Erano interessanti.
Ford scoppi a ridere, ma Chris era amaramente delusa.
A zia Helen Beck non sembrava giusto, dal momento
che non aveva mai detto di essere sua parente.
Non posso credere che ti sia inventata tutto, esclam
Chris. Non posso credere che ti sia approfittata di noi in
questo modo.
Non mi sono inventata tutto.
Sei venuta qui e ci hai raccontato un sacco di tragedie
che non erano nemmeno vere. Ti sei inventata quella storia
della morte del tuo fratellino....
Gergie Beck non me lo sono inventato, disse zia
Helen Beck. Ed  tutto vero quel che ho detto di provare
per lui.
Vuoi dirci la verit, almeno per una volta?.
Te ne saremmo grati, disse Ford.
Zia Helen Beck guard prima lei, poi lui, poi fiss lo
sguardo fuori dalla finestra.
Avevo sentito che era malato... era un bambino famoso,
ne parlavano tutti in citt, la citt dove sono nata, quella
vera. Era venuto qualche tempo prima e le sue prediche
avevano avuto un gran successo e tutti dicevano che era un
vero peccato. Cos andai a casa sua, bussai, e dissi che ero
una sua cugina. Ero talmente giovane, una bambina, sedici
anni. Allora, disse guardandoli, era pi semplice. L'ho
curato io, ma lui  morto lo stesso, e mi sono presa il borsellino....
A questo punto volse di nuovo lo sguardo fuori
dalla finestra, tranquilla come non lo era pi stata da quando
aveva perso il borsellino. Lo aveva fatto per suo fratello,
credo. Col suo borsellino, e il suo nome, me ne sono
andata. Quella  stata la prima famiglia che mi ha ospitato.
Sei un'imbrogliona, disse Chris.
Zia Helen Beck non si mosse. Lampi di luce si riflettevano
sulla superficie dell'acqua a intervalli talmente regolari
che sembrava quasi che quello scintillio fosse opera di
un congegno meccanico. Mi ha detto che mi voleva bene,
continu. Anche Dio ti vuole bene, aggiunse, ma
io gli chiesi di ripetere la prima frase.
Questa  la verit. Li guard. Me ne andr domattina.
Non..., disse Ford.
Chris lo interruppe:  la cosa migliore.
E se ne andarono, dicendo che forse preferiva fare i
bagagli da sola. Anche se l'unica cosa che avrebbe voluto
mettere in valigia, ovviamente, non era in casa. Non l'avevano
mai scoperta, perlomeno non era mai stata accusata
apertamente, e aveva abbassato la guardia. Non riusciva a
sopportare il pensiero di doversene andare, di rimettersi in
viaggio, non senza il borsellino di Gergie. Per un attimo,
pens che la cosa migliore da fare fosse morire.
Ma morire non era una sua aspirazione. O per lo meno,
le sembrava troppo presto per cominciare. La sua vita era
come un corso di laurea: anticipare la discussione della
tesi significava essere impreparati. Aveva chiesto loro di
non denunciarla, e Chris, che si era un po' ammorbidita,
aveva risposto: Certo che no.
Non sei pericolosa, le aveva detto prima di andare a
letto. Poi aveva aggiunto: Fai attenzione, per. Vivi in
modo un po' spericolato.
Zia Helen Beck aveva risposto:  un bel po' che vivo
in modo spericolato.
Quella notte prese un candelabro d'ottone dalla mensola
dei ricordini in salotto: come sempre, le serviva qualcosa
da portare ai suoi prossimi ospiti, un regalino, un cimelio
di famiglia. Le sembrava che in quel modo le famiglie che
la ospitavano fossero davvero imparentate tra loro.
Non sarebbe stato facile andarsene. Di solito non lasciava
tracce, come se ogni tappa della sua vita fosse un vagone
ferroviario che lei attraversava senza fermarsi, diretta
verso la coda del treno. Questa volta avrebbe lasciato dietro
di s Gergie Beck, e varie informazioni sul proprio
conto. Sent un alito di vento sfiorarle le gambe. Stava per
avere inizio una nuova fase della sua vita. Zia Helen Beck
non credeva nel destino, pensava che si fanno errori solo
quando lo si desidera nel profondo del cuore, e questa
volta non riusciva a capire cosa volesse davvero, cosa stesse
cercando di dire a se stessa.
Rimase sveglia tutta la notte, voleva vedere ancora una
volta i raggi del sole riflettersi sulla roulotte cromata, dimenticandosi
che il sole sorgeva dall'altra parte dell'isola. Intenta
com'era a non perdersi l'alba, quasi non si accorse
della luce, come un detective che si ostina a pedinare un indiziato
quando i veri assassini gli stanno fuggendo sotto gli
occhi. All'improvviso fu giorno.  ora di andare, pens. Non
aveva certo intenzione di affrontare di nuovo Chris e Ford.
Zia Helen Beck sollev la valigia e sent il candelabro rotolare
sul fondo. Si stava gi pentendo di aver preso solo quello.
Fuori l'aria era fredda e umida. Si incammin gi per la
collina, facendo attenzione a non scivolare nel fango.
Ehi, sent a un tratto.
Era Mercurio. Spunt da dietro un albero, indossando
gli stessi vestiti della sera precedente con qualche ciuffetto
di capelli sulla maglietta. Ecco perch sua madre gli faceva
tenere i capelli lunghi, pens zia Helen Beck: orecchie a
sventola. Grandi come pianeti in orbita intorno alla sua
testa. Non era un gran bel bambino, tutto sommato.
Mercurio si gratt la nuca. Ciao.
Buon giorno. Zia Helen Beck appoggi la valigia per
terra. Ti sei alzato presto.
Lui la guard di sottecchi. Lei non riusc a capire se fosse
arrabbiato per i capelli.
Sei ancora addormentato, mi pare, gli disse. Hai il
broncio.
Mercurio prese un sasso e lo rigir tra le mani. No,
no. Poi la guard. Mia madre dice che non posso entrare
finch non mi ricrescono un po' i capelli.
Ti ha lasciato fuori tutta la notte?.
Mercurio scroll le spalle e contemporaneamente annu,
avvicinandosi a lei. Zia Helen Beck si chin e pos una
mano sulla testa del ragazzo. Era umida, come una foglia
caduta da un albero durante un temporale. Vide nei suoi
occhi un'espressione che le era familiare, che diceva: Potrei
andarmene anche adesso, e non farebbe nessuna differenza.
Il mio album di famiglia e l'elenco del telefono sono
la stessa cosa per me. E allora, addio.
Sfior delicatamente una di quelle straordinarie orecchie.
Sembrava una mano, un borsellino, un medaglione
che avrebbe potuto racchiudere un sacco di cose.
Dimmi, Mercurio, disse zia Helen Beck. Dimmi una
cosa... Ti piace viaggiare?.

 IL BAR DELLA NOSTRA RECENTE INFELICIT.

La cagnetta entr di corsa nel bar.
Uno di questi giorni, disse George, la far ubriacare.
Non provarci, replicai io. In molti si batteranno per
proteggere il suo onore.
Di questa cagna?, disse George. Si chin di fianco
allo sgabello per grattarle la testa. Diglielo pure, Millicent.
Lo sanno tutti qui che non sei cos onorata.
A George piaceva darle la colpa di tutto. Se era stata
selezionata una brutta canzone al juke-box, se finivano le
patatine, se lui non riusciva a trovare la giacca, gridava:
Millicent!..A volte lei accorreva e George la sgridava.
Millicent, non hai un po' di buon senso?. Millicent lo
guardava seria, materna.
A volte la cagnetta stava seduta fuori, davanti alla porta,
come un essere umano, coi gomiti sul gradino, se si pu
parlare di gomiti trattandosi di cani. Sembrava aspettasse
qualcuno per fare un po' di conversazione, cos uscendo
mi fermavo e le raccontavo qualche storia triste. I cani
sanno cos' il dolore, cosa significa avere il cuore spezzato,
o sentire la mancanza dei propri figli. Era una cagna color
sabbia con una pancia gonfia, sporgente.
Ti offro una birra, disse George. Era un ragazzino
rispetto a me, pi o meno sulla trentina, con una di quelle
barbe che incorniciano soltanto la bocca e che, anche se
non sembrano particolarmente curate, richiedono un'attenzione
giornaliera.
Devo andare, gli risposi.
Dai, Jake. Un'altra.
Per la prima volta in vita mia, stavo diventando cliente
fisso di un bar. Per colpa di George e delle circostanze.
Ogni sabato, mentre andavo a trovare mia moglie al centro
di riabilitazione per traumatizzati cranici, mi fermavo l a
bere qualcosa. George veniva dalla parte opposta: la signora
Austin, la compagna di camera di Barb, era sua madre.
Billy, il barista, ci pos i boccali davanti.
Allora come va la vita, signor J?, mi chiese.
Bene, per ora. E a te?.
Ah, non granch bene. D'estate questo posto  pazzesco.
Mi sa che ritorno a casa.
No, ripensaci, gli dissi. Cosa pu offrirti la tua madrepatria
che Cape Cod non abbia?.
Ci pens un attimo. Pi donne e meno pesci.
Non ci sono pesci in Irlanda?.
Non su ogni benedetta scatola di cerini, borsa della
spesa, o menu del cazzo.
William, dissi. Voglio che tu mi faccia un favore.
Stasera dopo il lavoro, voglio che tu vada al porto e ti
guardi intorno attentamente. Sai cosa vedrai?.
No, cosa?.
Vedrai una luna soda come una patata, e il sale delle
stelle e il sale del mare che si lanciano verso di lei. Vedrai
che ti riempir di gioia.
George scoppi a ridere. Non dargli retta, Billy, disse
al barista. Vai pure a casa se vuoi.  un brav'uomo, ma non
capisce niente degli altri. E mi diede una pacca sul braccio.
Poteva anche avere ragione: d'altra parte, l'incomprensione
era reciproca. Nessuno aveva idea di quel che provassi
dopo l'incidente di Barb. Mi lasciai crescere i capelli.
Avevo cinquantacinque anni, i pochi capelli che mi rimanevano
erano bianchi, e dopo un anno mi arrivavano alle
spalle. Mi vestivo bene come sempre, non dimenticavo
mai la cravatta, mi stiravo le mie cose da solo. Pensavo di
essere pi che presentabile. Ma quando la gente mi vedeva,
scuoteva la testa.
Avevo i miei motivi per tenere i capelli cos. Non era
per sciatteria, ma perch Barbara mi aveva tagliato i capelli
il giorno del nostro primo appuntamento. Non era molto
che ci conoscevamo, e quando varcai la porta di casa sua
imbarazzato, lei esclam senza tante cerimonie: Guarda
che capelli. E tir fuori le forbici. Quando eravamo fidanzati,
ogni volta che vedevo Barb con le forbici in mano,
sapevo che dovevo togliermi la camicia e sedermi in
cucina. Da allora non sono pi andato dal barbiere.
E poi speravo che un giorno o l'altro Barbara avrebbe
visto quel mio testone di capelli e si sarebbe ripresa: ero
ridotto cos male che non avrebbe avuto altra scelta. Sono
accadute cose anche pi strane. Una volta ho letto di uno
che  uscito dal coma solo perch sua moglie gli teneva la
mano latrando come un cane.
Un anno fa Barbara era scesa in strada ed era stata investita
e lanciata contro un lampione. Aveva sbattuto la testa.
L'auto se n'era andata, e con essa se n'era andata anche
gran parte di Barb. Quando tornai a casa da scuola, un
vicino mi seppe soltanto dire che era stata una Dodge azzurra
a quattro porte.
Barbara, con i suoi sessantanni, aveva almeno una decina
d'anni pi di ogni altro paziente del Bayside. La sua
compagna di stanza, la signora Austin, era sulla cinquantina.
Quasi tutti gli altri pazienti erano giovani vittime della
propria o dell'altrui imprudenza: automobilisti in corsa
lungo strade fantasma dopo qualche bicchiere di troppo,
motociclisti incuranti dell'obbligo del casco. La capacit di
recupero, comunque, era spesso stupefacente. In un anno
ho visto arrivare decine di ragazzi che dopo tre mesi uscivano
con le proprie gambe. Se gli chiedevi come si sentivano,
rispondevano che non andava proprio tutto bene, anche se
non riuscivano a dire cosa non andasse. Alcuni dicevano
che dovevano concentrarsi molto prima di parlare. Forse
questo ha anche finito con l'andare a loro vantaggio, non si
pu mai dire. Chi aveva la testa abbastanza dura, in pochi
mesi saltava su di nuovo come un grillo.
Barbara si manteneva stabile, e i dottori dicevano che
non ci sarebbero pi stati cambiamenti sensibili. Non era
piacevole veder dimettere qualche paziente, cos anche
d'estate quando non lavoravo, andavo a trovarla di sabato.
Era pi difficile che qualcuno se ne andasse durante il fine
settimana.
Barb adesso stava meglio rispetto ai primi tempi, diceva
qualcosina e muoveva un po' una mano. Il logopedista era
d'accordo con le infermiere, ostinato nell'idea che Barb
non pronunciasse altro che una collezione di vocali senza
senso. Io non ero d'accordo. Barb sembrava capire quel
che le si diceva, e a volte rispondeva con un certo sguardo,
un lento movimento.
Cerebrolesa, questa era la diagnosi, anche se era una
parola che non volevo neanche prendere in considerazione,
soprattutto perch non si sapeva esattamente cosa volesse
dire. Il cervello  un meccanismo ancora sconosciuto,
dicevano i medici, e quando subisce dei danni non pu
essere esplorato con una sonda, n raddrizzato con una
stecca.
Quel pomeriggio, quando uscii dall'ascensore dell'Head
Injury Centre del Bayside, venni accolto con una risatina.
Il Bayside era l'unico posto in tutto lo stato che fosse
attrezzato per accogliere pazienti con lesioni come quelle
di Barb. Da qualsiasi altra parte l'avrebbero semplicemente
tenuta in un letto, senza alcuna terapia n cure particolari.
Ehi, guarda, esclam un ragazzo in guardiola. C' la
rock star.
Mi appoggiai al banco. Dici? Ti sembro una star della
musica?.
Sembra un disastro, ecco cosa sembra, disse la caposala.
Sinceramente, signor Jackson, lei non  pi tanto
giovane.
Ma non mi dica!, risposi.
Mi ero fermato soltanto perch non avevo il coraggio di
percorrere il corridoio fino alla stanza di Barb: era il momento
pi duro della mia visita settimanale. L, allineate
sulle loro sedie a rotelle, c'erano le pazienti pi gravi del
reparto (quelle in grado di camminare erano sedute in sala
tv o nascoste nell'atrio a fumare), una serie di ragazze cerebrolese
che sembravano stranamente tutte uguali. Avevano
tutte un volto asimmetrico, un occhio rivolto al soffitto e
l'altro al pavimento, la testa reclinata all'indietro, la bocca
spalancata. Persino una ragazza nera sembrava uguale alle
altre, come se la disgrazia le avesse rese tutte sorelle. Lungo
quel corridoio, a ogni passo si incrociava uno sguardo.
Barbara sar contenta di vederla, mi disse l'infermiera
con un tono che lasciava intendere che lei invece non lo era.
Cos percorsi il corridoio guardando per terra. La birra
che George mi aveva convinto a bere mi stava facendo
effetto. Barb stava dormendo. Erano le due del pomeriggio
e la signora Austin, la madre di George, aveva il viso
rivolto verso di me. Era in coma, ogni quattro ore la giravano
per evitare le piaghe da decubito. Era una donna di
mezza et, ossuta, con un naso affilato. Non conoscevo la
sua storia. Io e George non ne avevamo mai parlato. Non
parlavamo di quanto accadeva l dentro, n di quanto era
successo prima. Alla radio della signora Austin, sintonizzata
sulla solita stazione di musica jazz, un annunciatore stava
promuovendo un ristorante di pesce.
Salutai Barb con un bacio sulla fronte. Ora aveva anche
lei i capelli lunghi: erano cos belli che mi turbavano. Quando
la conobbi, aveva i capelli rossi e la permanente. Suppongo
di averle detto che mi piacevano i capelli ricci. Il colore
pian piano se ne and e lei non li tinse pi. Dopo tutti
quegli anni di permanente, erano diventati quasi giallognoli.
Ora, senza permanente, erano color grigio acciaio, con
un accenno appena dell'antico rosso. Anche la piccola
zona che avevano dovuto rasare era ricresciuta. Le infermiere
la pettinavano in modo che i capelli, folti e sorprendentemente
robusti, le lasciassero libero il viso e ricadessero
sul cuscino. Sulla fronte c'era una piccola cicatrice, ma
era dovuta all'operazione e non all'incidente.
Barb non si mosse, quindi mi guardai attorno, anche se
conoscevo gi la stanza a memoria. Vidi il giacinto della
signora Austin, la foto mia e di Barb appesa alla parete.
Feci scorrere la mano sulla sponda metallica del suo letto
sfiorandole il braccio, poi posai la mia mano sulla sua.
Frank Sinatra cantava: Hey there, cutes, go get your dancing
boots. Non c' niente di peggio di Sinatra per far sentire
stupido un comune mortale.
Cos guardai la macchina che somministrava il cibo alla
signora Austin, il tubo gastronasale che la nutriva con uno
strano liquido giallo, una sostanza cos cremosa e familiare
che mi sembrava ormai di conoscerne il sapore.
Poi arrivarono le infermiere.  l'ora del giretto, cos
Barbie si sgranchisce un po' le ossa, disse una che spingeva
una sedia a rotelle. L'altra, pi giovane, si avvicin all'altro
capo del letto.
La sveglio io, dissi. La camicia da notte, quella larga
e scolorita che le avevo portato qualche mese prima, era
tirata su fino quasi alle anche. Sorprendente: sapevo che i
muscoli delle gambe non funzionavano pi, che non erano
le stesse gambe che avevo avuto il piacere di conoscere,
ma mi sembravano ancora agili e lisce.
Le toccai una spalla e la scossi leggermente. Barbara.
 ora di alzarsi.
Gli occhi di Barb si aprirono appena, mi guard muovendo
le pupille dall'alto in basso, lentamente, come adesso
faceva tutto. Poi disse qualcosa. Tre sillabe ben distinte.
Sorrisi. Che cosa, Barb?.
Mia moglie ripet. Questa volta, le rivolsi il mio orecchio
buono. La sua voce era pi bassa e roca di quanto non
fosse mai stata e le consonanti erano state spazzate via.
Non sta dicendo niente, disse l'infermiera.
S, invece, feci io, imbarazzato.
Che cosa ha detto, allora?.
Barbara sospir e scand una sillaba per volta.
Ha detto, dissi loro, ciao.
Era una bugia. Tuttavia, quello che aveva detto davvero
mi aveva rincuorato poich dimostrava che era cosciente.
Ci nonostante, non riuscii a non sentirmi un po' insultato.
Aveva detto: Sei troppo grasso.
Ogni settimana prendevo la corriera per Cape Cod. Era
luglio e viaggiavo con i turisti diretti verso i luoghi di villeggiatura
o a prendere il traghetto per le isole. C'era un
hotel dall'altra parte della citt che faceva prezzi speciali ai
familiari dei pazienti del Bayside. George c'era stato due o
tre volte, anche se viveva a soli quaranta minuti di distanza.
Non posso lasciarmi sfuggire un affare del genere,
diceva, pagando da bere per entrambi.
Conoscere George miglior le cose. Sei mesi prima, il
nostro primo incontro al Bayside si era risolto in pochi
momenti di terribile imbarazzo prima che mi invitasse a
bere qualcosa. Senza nemmeno parlarne, stringemmo il
tacito accordo di non andare pi al centro contemporaneamente:
 difficile essere amici in quei momenti, e inoltre
credo che nessuno dei due volesse essere come quella gente
triste che si attacca ad altra gente triste. Non nominavamo
mai il Bayside quando eravamo assieme, stavamo semplicemente
l seduti a chiacchierare sapendo che l'altro capiva,
che c'era qualcun altro al mondo altrettanto sfortunato.
Non avevo ancora approfittato degli sconti che facevano
all'hotel. C'era la remota possibilit che non mi considerassero
un familiare. Chiamavo Barb mia moglie, ma in
realt non ci eravamo mai formalmente sposati: io avrei
voluto, ma lei non era convinta. La incontrai al lavoro. Io
insegnavo storia in una scuola privata femminile dove lei
lavorava come psicologa, ci rimase due anni poi decise che
le ragazze erano troppo perfide per essere aiutate. Questa
era una delle cose che amavo in lei, anche se non so dire
perch: non le piacevano molto le altre donne.
Odio la gente che si lamenta, mi disse.
E chi ti piace allora?, domandai.
Lei mi rispose che apprezzava gli uomini, loro s che
facevano poche storie, secondo lei. Le piacevano soprattutto
gli uomini con i denti guasti, che stavano scomposti a
tavola, che erano stonati ma canticchiavano lo stesso, che
sembravano sempre distratti ma in realt non lo erano. Le
piacevano gli uomini calvi che non si facevano il riporto,
che si compravano da soli i vestiti e si vedeva.
Santo cielo, esclamai. C' della gente cos?.
Tu, mi rispose.
Gli altri condomini (per lo pi persone anziane) ci chiamavano
i piccioncini, e in modo nient'affatto affettuoso.
Avevamo convissuto per dieci anni esatti. Questo era un
fatto che generalmente tenevo nascosto alla mia famiglia,
dicendo solo che mia moglie aveva deciso di conservare il
cognome da nubile. Barb aveva un figlio grande, ma dopo
l'incidente la procura era stata fatta a me. Il figlio, Roger, si
faceva vivo di tanto in tanto per dirmi di chiamarlo in caso
avessi avuto bisogno di qualcosa. Vale a dire di denaro.
Cercavo di non sentire troppo la mancanza di Barb dal
momento che non mi aveva lasciato del tutto, ma, diciamocelo,
non era una cosa facile. Mi sforzavo di non vederla
come un'estranea l stesa in quel letto, di convincermi che
fosse proprio Barbara, un po' trasformata, ma sempre lei.
Ma non avevo ancora trovato il modo di riuscire a crederlo.
Come dirlo senza sembrare crudele? Detestavo farle
visita, lo detestavo davvero. Quando me ne andavo ero
sollevato. Mi obbligavo a parlarle per almeno un'ora e
mezza ogni visita, o almeno a stare l accanto a lei. Se solo
fossi riuscito a pensare a qualche argomento di conversazione
(qualcosa che aveva fatto un vicino, un bollettino
meteorologico interessante) avrei almeno detto qualcosa.
Invece me ne stavo l per quasi tutto il tempo senza aprire
bocca. A volte mi facevo serio, ero sul punto di dirle: Cara,
questa  davvero una sfortuna per tutti e due, non pensare
che non lo sappia. Ma siccome parlare a Barb era
come parlare a me stesso, non riuscivo mai a farlo. Cercavo
di tenerle la mano. A volte me la lasciava stringere,
altre volte la ritraeva e la faceva vagare irrequieta su e gi
lungo la coperta.
Come sempre, il nostro appartamento mi sembr squallido
e poco familiare quando tornai dal Bayside. Cercavo
di tenerlo pulito, ma non c'ero proprio tagliato. Per un po'
feci venire una donna una volta alla settimana, ma la sua
presenza mi dava fastidio. C'erano tutte le mie abitudini in
bella vista, e dal giorno del nostro incidente avevo iniziato
ad accumulare solo cattive abitudini. Un fiasco di Borgogna
qui, l una bottiglia di whiskey scadente, macchie di
vino un po' dappertutto, sul tavolo una tazza da t con
una sigaretta spenta dentro. Non sono un gran fumatore,
ma a volte non resisto.
Mi sedetti in cucina, trovai nella tasca della giacca una
sigaretta malridotta e me la ficcai in bocca senza aver la
pi pallida idea di dove trovare un fiammifero.
Ho sempre fatto mille piccoli errori. Non mi intendo di
nulla: non  spietata autocritica,  un dato di fatto.  una
vita che lascio bruciare le pentole sul fuoco, indosso abiti
macchiati senza accorgermene, faccio pasticci se cerco di
fare qualche lavoro in casa. Non riesco a compilare bene
un assegno al primo colpo. Non sono un esperto del vivere
quotidiano. Non  neanche possibile trovare in tutto questo
un risvolto positivo: non si pu dire che sia prudente o
che mi perda in riflessioni profonde. Non ho scusanti.
Non imparer mai. Dietro ogni quadro appeso al muro c'
una miriade di circoletti scuri dove ha sbattuto il martello
prima di riuscire a piantare il chiodo.
In realt, questo vale per i quadri appesi prima che arrivasse
Barbara. Prima di incontrarla, pensavo che le persone
efficienti non volessero avere a che fare con me. Gli
altri insegnanti scuotevano la testa vedendomi tentare di
fare fotocpie in ufficio, mettevo l'originale a rovescio,
stampavo per errore venti copie scure e illeggibili. In genere
gli altri sentivano l'impulso di prendermi le cose dalle
mani e farle nel modo giusto.
Barbara inclusa, ma nel suo caso era per amore. Qua,
diceva. Dai a me. All'improvviso, ebbe un senso per me
aver bisogno di qualcuno nella mia vita che ci sapesse fare,
che capisse qualcosa di condizionatori d'aria e lavanderie
automatiche.
Una domenica, una settimana prima del nostro incidente,
ero ancora a letto, sveglio. Barbara si era alzata presto
come al solito e si stava vestendo. Il reggiseno le stava piccolo
(era un po' ingrassata) e le tirava un po'. Mi fece piacere
vedere che lei non se n'era accorta. Non saliva mai
sulla bilancia, non indossava mai abiti che denunciassero
spietatamente la presenza di qualche etto in pi. Pensai:
conosco il suo corpo meglio di lei, la pelle grigiastra e ruvida
dei gomiti, la topografia delle sue mani. Ecco di cosa
sono esperto. Ecco perch c' bisogno di me.
Vado al negozio, disse quella mattina, infilandosi una
maglietta di cotone rossa. Si vedeva anche sotto la maglietta,
il seno era pi pieno del solito.
Ehi, vieni qui prima di andare, le dissi e Barbara mi
prese alla lettera, tir indietro le coperte affettuosamente e
si stese accanto a me tutta vestita. Il tessuto dei suoi abiti
mi accarezzava tutto il corpo, fino alla punta delle sue scarpe
contro le mie gambe. Le posai una mano sulla pancia, e
stavo quasi per confessarle quanto amavo quei chili in pi.
Ma mi trattenni, mi sembr che quello fosse un mio settore
esclusivo.
Okay, dissi e tesi la mano. Era un gioco: io dicevo:
Dai, dammi il gomito, o l'anca, o il ginocchio, e allungavo
la mano. E lei si avvicinava.
Sei tremendo, disse, porgendo la mano, il palmo all'ins.
L'apr e la richiuse nella mia.  questo che sono
per te, nient'altro che una serie di articolazioni?.
Con gli occhi chiusi, risposi: Cara, cos' un corpo senza
cardini? Una porta chiusa, sprangata.
Ora quei chili se n'erano andati, e anche la pelle ruvida,
grazie alle amorose creme del Bayside. Ero ancora esperto
di Barb, se qualcuno me lo chiedeva sapevo cosa lei stava
facendo in qualunque momento della giornata: esercizi di
dizione, cena alla tal ora. Barb avrebbe obiettato: Ma
perch vi racconta queste cose? So benissimo che non vi
interessano. E adesso, quando ci vedevamo, io in piedi e
lei stesa, uno perpendicolare all'altro, non eravamo che
due mesti pianeti che potevano sperare di incontrarsi solo
in un punto di grande mestizia.
La settimana seguente pass inosservata, una successione
di giornate indistinte in attesa del giorno di visita. Portai
fuori la spazzatura, lessi qualche giornale, pensai di fare
alcune telefonate e decisi di non farle. Pensai anche di
chiamare George Austin (viveva a Plymouth, avrei potuto
trovare il numero), ma cosa gli potevo dire? Avevamo solo
parlato del pi e del meno al bar, e in un bar  pi che sufficiente.
C'era soltanto George a rendere un sabato diverso
dall'altro, e non la copia esatta del precedente. Ma non
potevo dire di conoscerlo bene. Non sapevo cosa pensasse
di me. Avevo passato la vita a collezionare amicizie superficiali,
per poi capire, quando incontrai Barbara, che quelle
conoscenze erano inconsistenti e superflue.
Ci nonostante, fui contento di vederlo al bar la settimana
seguente, come sempre del resto. Quando fece il suo
ingresso grid: Un altro bicchiere per Jake, come se ripartissimo
dai tre della settimana prima. Negli ultimi
tempi cercava di farmi bere sempre di pi. Fui sul punto
di domandargli il perch, ma ero sicuro che ci avrebbe
scherzato su e mi avrebbe pagato un'altra birra. Ti voglio
vedere felice, avrebbe risposto, mettendo i soldi sul bancone.
George non rispondeva mai seriamente.
Allora, Jake. Che c' di nuovo?, mi chiese dopo la
nostra prima birra.
Nulla di nulla, risposi. E tu?.
Sorrise. Oh, cosa vuoi. Con la mano destra and a
toccarsi la spalla opposta, e rimase un po' cos a pensare.
Niente che non si possa risolvere.
Bene, dissi io.
Gi. Senza muovere la mano, alz le spalle. Almeno
credo. Poi mi sorrise. Sei un brav'uomo, Jake. Una bestia
rara.
Mi sentii un po' a disagio. Anche tu, replicai. Sei bravo,
voglio dire. Diedi un'occhiata all'orologio.  quasi
ora. Alla settimana prossima.
Di gi?, chiese George. Guard anche lui l'orologio,
scese dallo sgabello, si risedette. Okay. Ci vediamo.
Appena entrato nella stanza di Barb, notai soltanto che
la signora Austin non c'era pi. Immaginai che l'avessero
portata di sotto, nella saletta comune, anche se non avevo
mai saputo che lo facessero. Poi mi accorsi che dalla sua
parte non c'era pi nulla: l'apparecchiatura, il giacinto, la
radio erano spariti. Nessuna traccia della signora Austin.
Barb era sveglia, seduta sul letto con dei cuscini dietro
la schiena. La baciai distrattamente, e lei mi rispose con
una leggera smorfia che a volte mi rivolgeva. La tua compagna
se n' andata, Barb?, domandai.
Sembr alzare le spalle.
Accidenti, continuai. Non sapevo nemmeno che
stesse male. George non mi aveva detto una parola. Chiaramente
aveva ragione: non capivo proprio niente degli altri.
Ripensai a quel pomeriggio, ma non mi venne in mente
niente di diverso dal solito.
Mi sedetti sul letto disfatto della signora Austin, avvertendo
una leggera angoscia. Mi erano venute le formiche
ai piedi. Poi afferrai il campanello per chiamare l'infermiera
e lo tirai una volta.
E una seconda volta.
La caposala arriv di corsa. Era una delle persone pi
acide che lavoravano l, giovane e permalosa, non aveva
mai tempo per nessuno. Lo sapevo che era lei, disse.
Cos' successo a Edith?.
Guard l'orologio, poi chiuse la porta.  andata cos.
La famiglia ha deciso di trasferirla.
Non erano contenti del trattamento?, domandai.
George non mi ha mai detto nulla. Lo vedo sempre....
Beh, non poteva dirle nulla, non prima di una decisione
definitiva. Ne hanno parlato a lungo col loro pastore e
con noi. Hanno deciso di staccare il tubo gastronasale.
Non capisco, dissi.
Parl un po' pi forte. Il tubo che le somministra il cibo.
Il nostro consiglio direttivo non avrebbe concesso il permesso,
cos l'hanno portata in un posto nel New Hampshire.
Il figlio voleva che lei lo sapesse.
Conosco George, dissi.
Hanno dovuto portarla via di notte. Non volevano che
la cosa finisse sui giornali, perch non si sa mai, qualcuno
potrebbe sollevare un gran polverone. Ci  gi successo
un'altra volta. Adesso dobbiamo stare molto attenti. Abbiamo
chiesto di non dirlo a nessuno, fino a trasferimento
avvenuto.
Ma l'ho visto oggi, dissi.
Mah. Posso solo dirle quello che so, mi disse. Mi
aveva detto che gliene avrebbe parlato.
Annuii.
L'infermiera mi prese la mano: un gesto fin troppo cortese
per una donna cos acida.  un tale peccato. Mi diede
un colpetto sulla mano. Luned ne arriver un'altra.
Udii dei passi nel corridoio, una voce maschile che salutava
galante tutte le ragazze sulle sedie a rotelle. Ciao.
Come va. Giorno. Poi sentii le sue scarpe da ginnastica
frenare davanti alla porta della camera di Barb. Buss allo
stipite di metallo.
Ah, esclam. Allora non sono arrivato troppo tardi.
Troppo tardi?, chiesi.
Temevo di non incontrarti, rispose George.
Lo fissai stupito. Mi sembr pi magro, cinque chili in
meno (troppo magro per stare in piedi, pensai), per bello,
pi bello di quanto me lo ricordassi. Poi capii che era la
luce, la camera era ben illuminata. Non ci ero abituato.
Era giovane.
Sorrise, imbarazzato.
Vi lascio soli, disse l'infermiera. Pass davanti a George
e usc in corridoio. Lui fece qualche passo avanti.
Posso?, gli domandai posando i piedi sul letto di una
donna che avevo incontrato molte volte e mai. Il cuore mi
sprofond nello stomaco come in un montavivande. Eccomi
l, a cinquantacinque anni, l'intero mondo delle emozioni
aperto di fronte a me, e cosa ne avevo ricavato? Avrei potuto
provare dolore, oppure compassione, avrei potuto esprimere
la mia disapprovazione con uno sguardo, cercare di
confortare la famiglia. Invece, sentivo una disgustosa gelosia
crescermi dentro, salirmi in gola e strisciarmi sulle guance.
Lo giuro su Dio, disse George, che volevo dirtelo.
Ma  come se al bar fossi un'altra persona, lo sai?.
Io non dissi nulla.
E qui che parlo di mia madre, continu. Guard per
terra. No, mi correggo: parlo di mia madre ovunque.
Tranne che con te al bar. Ci ho provato, ma....
Guardai il soffitto bianco e cercai di pensare a qualcosa
che spazzasse via quella gelosia. A volte, quando mi sorprendevo
a immaginare come potesse sentirsi Barb, cosa
che sapevo mi avrebbe condotto solo a pi whiskey e lacrime,
mi immaginavo chiuso dietro una porta chiusa. Mi
concentravo su quella sensazione. Di solito funzionava, ma
non ora. Ero assalito da un'idea nuova, da qualcosa che
non avevo mai provato prima. Non sapevo se sarei mai
riuscito a liberarmene.
 dura, disse George.
Questo  il pensiero che si era morbosamente insinuato
nella mia mente: il guidatore della Dodge azzurra, quella che
aveva investito Barbara, poteva finire al Bayside. Spesso,
dopo un omicidio, i giornali riportano le parole dei parenti
della vittima, che vogliono perdonare o uccidere l'assassino.
Fino ad allora io avevo semplicemente rifiutato di pensare
alla persona che guidava la Dodge, ma all'improvviso non
riuscivo a pensare ad altro. Poniamo che fosse una donna:
avrebbe potuto arrivare nel letto in cui ero disteso in quel
preciso momento. Doveva essere una guidatrice spericolata,
e al Bayside di gente cos ne arrivava a vagonate. Oppure se
fosse stato un uomo, in quel letto avrebbe potuto finirci la
sua ragazza. Magari un giorno di questi la Dodge avrebbe
cercato di attraversare un passaggio a livello all'ultimo
momento e non ce l'avrebbe fatta: lui sarebbe morto e lei
sarebbe finita qui. Oppure lui se la sarebbe cavata con qualche
graffio, ma lei sarebbe finita qui. Nessuna delle due
possibilit mi soddisfaceva. Me le immaginavo mentalmente,
vedevo tutto: l'auto sfondata ancora in movimento sui
binari, un esile corpo sbalzato fuori dal finestrino. Nella mia
mente la vedevo volare, lunga distesa, gi pronta per il letto.
Va tutto bene, Jake?.
Mi dispiace per tua madre, risposi, vergognandomi
di non averlo detto prima. Dopo tutto, era successo a lui,
alla sua famiglia, non a me.
Beh, ci siamo resi conto che era inevitabile, disse.
Sai com'. Ci si rassegna. Con l'aiuto di Dio.
S, dissi io, anche se non ci credevo. Non avevo mai
sentito George dire simili stupidaggini.
Mi spiace che non abbiamo avuto modo di conoscerci
meglio, disse George. Indignato, lo guardai per replicare,
e vidi che stava parlando a Barbara, che dormiva e non
poteva sentirlo. Ma ovviamente lui pens che fosse il solito
sguardo, quell'espressione sognante che non fa trasparire
nulla e lascia tutto lo spazio che vuoi alla speranza. Che
ti capisca o no, parlarle ti fa sentire meglio.
George sollev gli occhiali e si strofin gli occhi.
Quando?, gli chiesi.
Non cap subito, poi mi disse: Beh, l'abbiamo trasferita
la scorsa notte. Ci vorr un po'. Le stiamo ancora dando
dell'acqua. Si sfreg ancora il viso. Le mie sorelle sono
l ora. Non  sola. Io, beh, io sono a terra. Poi mi guard.
Neanche tu hai un gran bell'aspetto, Jake.
Mi alzai a sedere, e lui si sedette sul letto accanto a me,
dove si era fermata l'infermiera.
Vuoi andare a bere qualcosa?, mi chiese. Quant',
tre quarti d'ora, che sei qui? E quasi ora, no?. Mi sembr
di vedere una scintilla maligna nel suo sguardo e compresi
come stavano veramente le cose: era felice. Era cambiato
qualcosa nella sua vita, e quel qualcosa gli aveva dato una
nuova forza. La spensieratezza del bar poteva finalmente
riversarsi fuori da quelle quattro mura.
Mi tocc la spalla, sfiorandomi i capelli. Disse: Sai, c'
un buon barbiere qui fuori, uno di quei tipi che da anni tagliano
i capelli a tutta la citt. Mi piace come lavora. Anch'io
ho bisogno di una spuntatina. Che ne dici, andiamo?.
Avete mai notato come sia facile mentire per chi  bello
e si sente sollevato? I capelli di George erano cortissimi,
appena tagliati. Ma era giovane e solo da poco aveva preso
l'abitudine di prendersi cura degli altri, e lo sentiva come
un dovere. Dolce, anche, per certi versi.
Solo un bicchiere, risposi.
George si alz e and al letto di Barb. Le strinse la mano,
forte. Arrivederci, Barbara, le disse. Le baci il dorso della
mano, fece qualche passo verso la porta, poi si riavvicin
e le baci ancora la mano. Come se Barb fosse una specie di
regina. Mi sembr un gesto fin troppo familiare.
Ciao, tesoro, dissi io. Ci vediamo la settimana prossima.
Beh, sussurr George. Non mi sembra che stia soffrendo.
Gli occhi di Barb si aprirono e pensai di essermi sbagliato,
ebbi l'impressione che durante tutto quel tempo non
avesse dormito, ma avesse ascoltato attentamente, aspettando
che finissimo.
Emise una catena di vocali, due volte e con la stessa
inflessione.
Lo so, piccola, le risposi.
Cos'ha detto?. George arross. Non avevo mai pensato
che fosse capace di arrossire.
Non lo so. Ma in realt lo sapevo. Il logopedista poteva
anche non capirla, ma io s, e immaginavo che anche
quando quel ciarlatano le diceva La rana in Spagna...
eccetera, lei non ripeteva altro, e lui non riusciva a capire
una parola.
Aveva detto, con grazia: Vorrei morire anch'io.
Billy, il barista, ci accolse con un cenno di saluto. C'era
anche Millicent.
Millicent, la salutai. Lei rimase seduta l nel mezzo e
scodinzol. Sei una bella cagnolina. Le grattai le orecchie.
La cosa non sembr farle piacere e mentre mi avviavo
verso il bancone sentii che mi guardava di traverso.
Mi sedetti, aspettando che George dicesse qualcosa. Avevo
voglia di una sigaretta, ma mi ricordai che George non
sopportava l'odore del fumo. Era l'unica cosa che sapevo di
lui. Poi decisi che non me ne importava, trovai una sigaretta
e l'accesi. Billy mi serv un bicchiere di vino, ne bevvi un
sorso e sentii i muscoli della mascella rilassarsi un poco.
George si sedette accanto a me. Voleva offrire, ma non
accettai.
Fumai varie sigarette e bevvi di seguito quattro bicchieri
di vino. Ero un po' brillo. Non sono un gran bevitore,
come Barbara avrebbe avuto il piacere di comunicare a
tutti, se fosse stata l.
Bruciavo dal desiderio che lei fosse l a sgridarmi. Ora
basta. Basta indugiare in queste follie. Non avrai il mio
appoggio, caro, quindi  meglio che ti rimetti in carreggiata.
Desideravo con tutto me stesso quel che non potevo
neanche permettermi di immaginare, perch se cominciavo,
se mi lasciavo andare anche solo per un attimo, allora...
Non mi era permesso soffrire per lei, non mi era permesso
comprenderla e i miei ricordi li avevo messi in cantina.
George parlava in tono consolatorio. Avrei voluto rifilargli
un pugno. Ma chi sei tu, mi dicevo, per prendere su
di te i mali del mondo, quando ne hai gi tanti?
 dura, disse.
Ragazzo mio, gli dissi, e tu come lo sai?.
Mi guard sconvolto, e mi accorsi che era ubriaco, che
stava piangendo, che era di s che parlava.
Oh, mio Dio, esclamai. George. Mi dispiace tanto.
E gli presi la mano. Lui non la scost: era solo un ragazzo,
ma la vita l'aveva fatto crescere.
Fuori, il sole stava tramontando dietro una spessa fascia
di nuvole lontane: sembrava di guardare un manifesto
sbiadito.
Per un po' mi sono sentito meglio, disse George. E
adesso mi sento peggio.
Il fatto , dissi io, facendo attenzione alle parole, e fui
sorpreso di quanto il mio discorso sembrasse confuso: ...
che il tizio non  mai stato trovato. Io continuo a cercare,
per.
S, Jake. Era chiuso nel proprio dolore. Scommetto
che non aveva neanche capito di cosa stessi parlando.
Basta cercare meglio. Improvvisamente compresi
come stavano le cose. Troviamo il tizio che guidava la
Dodge azzurra e i nostri problemi sono finiti. Potrebbe
dirmi qualcosa. E io potrei dire qualcosa a lui: non ha
almeno il dovere di ascoltarmi? Non  forse l'unica persona
obbligata a farlo? Avevo perso tutti gli altri, questo era
chiaro. Ma mi sarei esercitato. Avrei raccontato tutta la
storia a George quella sera stessa, gli avrei fatto ascoltare
tutto quanto. Poi l'avrei raccontata a Billy, e poi a Millicent,
e a chiunque si fosse seduto accanto a me sull'autobus,
e una volta a casa avrei telefonato al figlio di Barb, ma
prima, all'alba, avrei scritto tutto, ogni dettaglio.
Mia madre  scivolata nella vasca da bagno, disse
George. Nella mia vasca da bagno, era da me per qualche
giorno. Non avrei mai pensato che una sciocchezza simile
potesse condurre a questo.
Sentivo l'odore del fumo nei miei capelli e l'alito che
sapeva di vino, ed ero preoccupato al pensiero che George
non mi sarebbe stato ad ascoltare se l'avesse sentito anche
lui. Cos mi ravviai i capelli e parlai a denti stretti. All'improvviso
mi resi conto che stavamo entrambi piangendo
senza pi ritegno. Billy domand: Signori, tutto bene?
e io pensai: abbiamo bevuto troppo, siamo stanchi, siamo
infelici.
Io lo trover, assicurai a George Austin, stringendogli
la mano.
S, Jake, mi rispose. Si era tolto gli occhiali, non mi
guard. Certo che lo troverai.

 MERCEDES KANE.

Quando era piccola, negli anni Quaranta, mia madre
leggeva continuamente le imprese dei bambini prodigio ed
era invidiosa. Avrebbe voluto essere un genio anche lei, ma
la sua memoria non funzionava sempre come doveva. Si
ricordava le date dei compleanni, i tragitti degli autobus,
le acconciature di grido, e dimenticava il latino, la sonata
Al chiaro di luna e come funziona un transistor. Non puoi
essere un genio, mi disse una volta, se ti dimentichi proprio
quelle cose che i geni devono sapere, e se sei stupido
puoi benissimo anche essere smemorato.
A che serve tenersi in mente un sacco di sciocchezze,
diceva.
Sapeva che non funzionava cos, e allora rimpiangeva le
cose che dimenticava e disprezzava quelle che ricordava. A
volte la sorprendevo in cucina che ascoltava una vecchia
cassetta di rock and roll di mio padre e canticchiava. Faceva
qualche piroetta, o teneva il tempo tagliando le cipolle.
Una volta la beccai ferma immobile nel mezzo della
stanza, con le mani sul cuore, come uno di quei cantanti
che fanno impazzire le ragazzine.
Chiss mai perch di questa mi ricordo tutte le parole,
diceva, prendendosela con gli Everly Brothers come se
la sua memoria fosse colpa loro. Uno spreco di spazio
cerebrale.
Ma le parole le rimanevano impresse facilmente, e aveva
buona memoria anche per la poesia. Quando ero piccola,
mi leggeva spesso poesie mentre facevo il bagno, e altre
volte le recitava a memoria. Le sue preferite erano quelle
di Mercedes Kane, una bambina prodigio degli anni
Quaranta, che a otto anni gi scriveva poesie: lunghe fantasticherie
su citt immaginarie e strade polverose di campagna,
e sonetti dedicati a pittori famosi. Mia madre lesse
per la prima volta di lei sul Register quando aveva sette
anni. Avevano la stessa et, e Mercedes Kane abitava a
Chicago, a poche ore di distanza. Quando mamma andava
a trovare i suoi cugini di Chicago, la cercava per strada,
sicura che avrebbe riconosciuto il piccolo genio. Il Register
diceva che Mercedes Kane era capace di moltiplicare
numeri di cinque cifre senza pensarci due volte, che
conosceva sei lingue pi l'esperanto, che era una bambina
seria e tranquilla. Avevamo un libro di sue poesie con le
pagine tutte increspate dal vapore dei miei bagni.
Alla radio in quegli anni c'era il programma Quiz
Kids, ma mia madre diceva che non le interessava. 
tutto finto, tutto preparato, diceva con mio padre, che a
suo tempo aveva partecipato a un programma per bambini
a Des Moines. Aveva vinto settantacinque dollari d'argento.
Una volta, dopo una lite, mio padre irruppe in camera
mia e mi disse stizzito: Aveva cercato di partecipare al
Quiz Kids, ma non ce l'ha fatta. Fa come la volpe con
l'uva.
Comunque, mamma era convinta di avere tutte le carte
in regola, o perlomeno che avrebbe potuto averle, se solo i
suoi genitori l'avessero seguita con la dovuta attenzione.
Accusava soprattutto sua madre. Avevo orecchio per la
musica, ero portata per la matematica, disse a nonna Sarah
una volta, il giorno del Ringraziamento. Ho imparato
da sola a leggere a quattro anni. Avresti potuto insegnarmi
anche prima.
La nonna le rispose che non era bene far pressione sui
bambini, e che comunque, con otto figli, chi avrebbe avuto
il tempo? Chi poteva sapere quali sarebbero stati intelligenti
e quali sarebbero diventati come lo zio Mark? I bambini
prodigio sono infelici, disse alla mamma, non vanno
mai a giocare, nessuno di loro ha mai fatto niente di
straordinario una volta diventato adulto. Diventano dei
depressi, tentano il suicidio.
Mia madre non era d'accordo. Era sicura che sarebbe
stata un genio anche a vent'anni, a trenta, per sempre, se
solo fosse stata incoraggiata fin da piccola. Non sarebbe
diventata una depressa, lei era immancabilmente sorridente,
a dispetto di tutto. Aveva avuto la sfortuna di essere l'unico
membro allegro della famiglia, e l'unico assolutamente
privo di umorismo. Soffriva della vicinanza mia e di mio
padre. Quando era allegra, tutto quel brio ci irritava e facevamo
battute tetre; se cercava di scherzare, ci guardavamo
alzando gli occhi al cielo. A lei piaceva essere organizzata
e sempre in ordine; io e mio padre in vacanza rimanevamo
in pigiama per giorni.
Mia madre divorzi da mio padre quando io avevo otto
anni. Non poteva divorziare da me. Dopo la separazione
cominci a insegnare francese in una scuola cattolica femminile.
Cerc di insegnare qualcosa anche a me. Fu impossibile.
Se fossi stata intelligente le sarei piaciuta di pi, ma
non lo ero.
Eri una bambina pigra, Ruthie, mi diceva. Che cosa
potevo rispondere? Abbandonata ogni speranza nei miei
riguardi, cominci a rievocare la sua infanzia felice. Suo
padre era un uomo tranquillo e affettuoso, che mor a quarantacinque
anni, prima che io nascessi. Non sapevo mai
come chiamarlo. Il nonno? Tuo padre? Il marito di nonna
Sarah? Mia madre mi disse una volta che lui mi avrebbe
chiesto di chiamarlo Sidney, ma chiamare per nome un
parente anziano, anzi morto, proprio non mi riusciva.
Avevo undici anni quando mamma trov Mercedes Kane
al bar del supermercato e la port a casa con s. Un gesto
davvero mirabile, conoscendo mia madre.
Era un sabato mattina, e io stavo guardando Gianni e
Pinotto alla tv, come tutte le settimane. Conoscevo ormai
tutte le gag a memoria.
Mamma entr, tenendo per mano una strana donna.
Ruthie, questa  la mia amica Mercedes. Star con noi
per un po'.
Il nome mi suonava familiare, ma... quella donna un'amica
di mia madre? Doveva essere una bugia. Le amiche
di mia madre erano tutte signore ordinate quanto lei e si
chiamavano tutte Rita, Harriet, Frances. Questa qui invece
era piccola e grassottella, con lunghi capelli grigi arruffati.
Portava un abito sbiadito di una fantasia molto ordinaria,
e aveva ai piedi un paio di pantofole da uomo, oltre a vari
strati di calze. E poi fumava: nessuna amica di mia madre
fumava.
Mia madre le mise una mano sulla spalla e si chin su
di lei. Vuoi fare un bagno, Mercedes?.
Mercedes si scost bruscamente. Devo?.
Io risi, perch sembrava proprio come me.
Non vuoi?.
Sei tu la padrona di casa.
Mamma la port con s. Dall'armadio della biancheria,
tir fuori un asciugamano, orgogliosa della sua morbidezza.
Mia madre comprava asciugamani nuovi alquanto costosi
ogni due o tre mesi: era un lusso che considerava giustificato.
Udii la porta del bagno chiudersi, e la mamma ritorn.
Ma lo sai chi ? Mercedes Kane! Abbiamo le sue poesie.
 proprio lei. L'ho trovata da Dahl's.
Quella bambina cos intelligente?.
Lei. Era seduta al bancone, mangiava un hamburger e
fumava, e stava leggendo un suo libro, Il giardino delle
rose, quello che abbiamo anche noi. Io stavo bevendo una
tazza di caff, ho visto il libro e cos ho cominciato a chiacchierare
con lei. Non sapevo chi fosse, e lei non me l'ha
detto. Mi ha detto che si chiamava Mercedes, ma non ha
voluto dirmi il cognome. Allora le ho chiesto se era lei la
bambina di cui avevo letto sui giornali tanto tempo fa. E
lei: Quale?. E io: Mercedes Kane: genio matematico,
genio linguistico, iscritta all'universit di Chicago all'et di
undici anni. No, ha risposto. E poi ha aggiunto: Mi
piaceva scrivere poesie.
Forse  solo una che si spaccia per lei.
No,  proprio lei. Ne sono sicura. L'ho invitata a restare
da noi per un po'.
Non ha una casa?.
Dice che ha una stanza, ma non vuol dirmi dove. Si
sedette sul bordo della poltrona. Non ci posso credere,
Ruthie. Mercedes Kane, qui! Ehi, non farti sfuggire niente
sul suo conto. Non ne vuole parlare.  una mia amica e
basta, okay?.
Mi sembra strano.
Ma no, perch?.
Non avevo mai visto mia madre cos eccitata. Non riusciva
a star ferma, si grattava la testa, si sfregava il mento.
Penso stesse cercando di assumere un'espressione intelligente.
Di tanto in tanto si bloccava in mezzo alla stanza, le
mani sui fianchi, e sorrideva. Dopo qualche minuto, spense
il televisore.
Ehi, le dissi, anche se avevo smesso di guardarlo gi
da un po'.
Dico sul serio, Ruthie. Si potrebbe pensare che tu non
sia capace di leggere, scrivere, o andare a spasso. Te ne stai
sempre l, tutti i giorni, a bocca aperta. Finirai col rovinarti
il cervello.
No, non tutti i giorni. Non guardo cos tanto la tv.
Un po'  gi troppo.
Mamma.
Non frignare.
Mercedes arriv timidamente, avvolta nell'accappatoio
di mia madre. Stava ancora fumando: era come se non
avesse smesso nemmeno per un istante, neanche mentre
faceva il bagno. Anche se i capelli erano bagnati, non sembravano
puliti. Ma le guance erano belle rosse, sprizzavano
salute sotto quel groviglio.
Sembri molto pi contenta, Mercedes, esclam mamma.
Vuoi del t, del caff?.
Caff nero, grazie. Abbozz una specie di inchino. Il
bagno l'aveva ammorbidita.
Beh,  stato un bagno veloce, disse mamma.  stato
un buon bagno, almeno?.
S, grazie. Gran bella vasca, bella grande.
 vero. Vecchio stile. Non le fanno pi cos. Mercedes,
hai proprio un bel colorito. Il colore della salute, come
si suol dire.
Gi, non c' che dire. Mercedes si incant a guardare
il fumo della sigaretta. Per quanti sforzi io faccia, non riesco
a rovinarmi la salute.
Quella sera, quando entrai in cucina, mia madre stava
parlando francese. Mercedes scrutava la sua tazza di caff,
sorrideva e annuiva. Era chiaro che la mamma le stava
domandando qualcosa, ma Mercedes non rispondeva, al
che mia madre srotol pi volte la stessa serie di parole,
ripetendo ogni volta Mercedes con quel suo accento affettato.
Alla fine, esasperata, disse, in tono normale, Mercedes.
Mmm?.
Mia madre torn a ripetere la sua domanda in francese.
Stai parlando con me?.
S, da cinque minuti a questa parte.
Oh, non ci avevo fatto caso. Pensavo parlassi al telefono.
Ma se ero proprio qui di fronte a te, cara.  talmente
eccitante poter finalmente parlare francese con qualcuno,
 cos tanto tempo che....
Mercedes scroll le spalle e rovesci la testa. Non conosco
il francese.
Oh, ma s che lo conosci, ribatt mamma. Ricordo
di aver letto....
Sono sicura che si trattava di qualcun altro. Parlo solamente
inglese, e neanche tanto bene.
Ma io me li ricordo, disse mamma, i giornali di quegli
anni. Tu parlavi otto lingue. Te ne sei anche inventata una.
No. Mercedes aggrott le ciglia. Era qualcun altro.
Non era un altro, insistette mamma. Eri tu, Mercedes.
Mi ricordo.
I giornali hanno parlato di un sacco di bambine.
Non mi posso sbagliare. Volevo essere come te.
Forse una delle cinque gemelle Dionne.
La mamma scoppi a ridere. Non mi sarebbe dispiaciuto
neanche avere quattro gemelli, ma penso di non poterne
fare una colpa ai miei genitori. Ma tu, tu eri un genio
in matematica....
No, non so fare nemmeno due pi due. Non ho proprio
testa.
Ma hai scritto quelle poesie, no? L'hai detto tu stessa.
Mercedes si pass la lingua sulle labbra, quasi stesse
chiedendosi se un'ammissione avrebbe avuto un buon sapore.
Infine disse: No. Mi piacerebbe, ma....
Mamma si appoggi al tavolo, sospir, e fiss Mercedes
con un occhio semichiuso e l'altro spalancato. Riconobbi
lo sguardo, diceva: Non-pensare-che-sia-stupida-lo-so-
che-sei-stata-tu. Era lo stesso con cui mi guardava quando
rompevo qualcosa e davo la colpa alle correnti d'aria, e
le prendevo. Questa volta per la mamma si limit a scuotere
la testa e a dire: Andiamo a cena fuori stasera. Noi
due e Ruthie. Dove vuoi tu. Che ne dici del Fort Des Moines?
Ti posso prestare un vestito se vuoi.
E se andassimo a mangiare una pizza da Noah's?.
Oh, perdiana, Mercedes, ti voglio portare in un posto
carino, dove possiamo divertirci.
A me piace la pizza, rispose decisa Mercedes.
Ma....
Sono sicura che il Fort Des Moines non mi piacerebbe.
Odio quei posti in centro.
Anch'io ho voglia di pizza, dissi io dal mio angolino
vicino alla porta.
Si voltarono a guardarmi, sorprese.
Visto?, fece Mercedes.
Vada per la pizza, acconsent mia madre. Okay.
Cos andammo da Noah's, dove Mercedes bevve un
caff dopo l'altro con mamma che cercava di tenere il passo
con il vino rosso. Alla fine della cena, mamma si alz, ricadde
sulla sedia, e chiese a Mercedes se poteva guidare al
suo posto.
Certo, rispose Mercedes. Guid molto scrupolosamente.
Arrivata in garage, scese e diede una pacca affettuosa
sul cofano dell'auto.
Non ne avevo mai guidata una vera prima.  solo questione
di coordinamento, no?.
Mamma and a letto di filato. Io andai in camera e mi
sedetti alla scrivania a disegnare fumetti per passare il
tempo. Ascoltavo un vecchio disco di Fred Astaire. Era una
eredit dei genitori di mio padre, l'unica cosa che avevo
voluto tenere. Ascoltarlo mi faceva stare bene.
Mercedes si affacci sulla porta e buss. Chi  che
canta?.
Fred Astaire.
Per un attimo si fece seria. Poi sorrise e disse: Ah. Ma
tu sei troppo giovane per conoscerlo.
Il disco era dei miei nonni.  il mio preferito.
Io sono abbastanza vecchia da sapere chi , eppure
non lo avevo riconosciuto.
Guardo sempre i suoi film alla tv. Tu li vedi?.
No. La tv  un'abitudine che non ho mai preso. Si
gratt il gomito col palmo della mano. Ruthie, hai mica
una radio da prestarmi? Mi piace ascoltare i talk-show.
Ho solo una radiosveglia. Mamma ha una radiolina.
Star dormendo. Non la voglio disturbare.
Prendi la radiosveglia. Domani  domenica. Non ne
ho bisogno.
Grazie. Mercedes prese la radio dal comodino e segu
il filo fino al muro. Tua madre  una signora interessante.
Molto intelligente.
Penso di s, risposi, ritornando ai miei fumetti.
Lei sa cosa pensare. Le cose non le passano per la testa
cos. Fece una pausa. Cosa fai? I compiti?.
No, no. Niente.
Ah. Rigirava la radio come stesse cercando di capire
com'era fatta. Beh, buonanotte.
Buonanotte.
Mercedes dorm sul divano del salotto quella notte, e la
notte seguente, finch la mamma si fece prestare una rete
pieghevole dai vicini. Non ci misi molto ad abituarmi a
Mercedes, ma la mamma era trasformata. La guardavo affannarsi
a svuotare i portacenere, raccogliere involucri di
caramelle infilati sotto i cuscini, togliere macchie di inchiostro
dalla tappezzeria, e tutto senza mai un lamento. Semplicemente
voleva bene a Mercedes, cosa che mi sorprendeva
non poco, dal momento che mia madre non era impulsiva
in niente, men che meno negli affetti: fino a quando
ho compiuto diciott'anni, mi abbracciava solo quando una
delle due partiva per un viaggio, e anche allora faceva solo
parte della prassi. Sapevo che mi voleva bene, ovviamente,
ma di un affetto cauto, controllato, misurato. Ripensandoci,
credo che avesse iniziato ad amare Mercedes quando
aveva letto Il giardino delle rose. Non  nemmeno tanto sorprendente
che avesse portato Mercedes a casa: in fin dei
conti, erano trent'anni che la cercava.
Mia madre cominci a preparare colazioni sempre pi
elaborate: waffles, bacon, persino bistecchine alla griglia.
Mercedes era una mangiatrice fenomenale. Mangiava ogni
cosa separatamente: prima le uova, fino a pulire il piatto,
poi il bacon, e infine le patate. Beveva caff in continuazione,
e penso che tra una tazza e l'altra prendesse pillole di
caffeina. Praticamente non dormiva mai. Tutta la notte
sentivo le chiacchiere degli ospiti dei talk-show provenire
dalla radio in soggiorno, e a volte Mercedes che rispondeva.
Ma sei matto?, sbottava. Ti deve aver dato di volta
il cervello!. Qualche volta a colazione ci raccontava degli
strani tipi che telefonavano: di quella donna convinta che
il suo pappagallo sapesse contare solo che non riusciva a
sbattere le ali abbastanza bene da comunicare le soluzioni,
dell'uomo che era sicuro del fatto che Dio desse prova della
propria esistenza attraverso i risultati sportivi. Oh America,
esclam una mattina, mentre con la forchetta rompeva
il tuorlo del suo uovo fritto.
Dopo colazione, mamma andava a lavorare, io andavo a
scuola, e Mercedes andava non si sa dove, non lo diceva
mai. Mamma pensava che potesse avere un lavoro, ma io
me la immaginavo in biblioteca, a leggere riviste o enciclopedie
oppure fumetti.
Il gioved dopo l'arrivo di Mercedes, mamma decise
che ci avrebbe tagliato i capelli. Ricopr il pavimento della
cucina di giornali e tir fuori pettine e forbici.
Prima Mercedes, disse. L'aveva mandata a lavarsi i
capelli, che ovviamente erano ancora tutti arruffati e pieni
di nodi. Mamma li affront armata di pettine. Io stavo
scrivendo una relazione sul Boston Tea Party2 che dovevo
consegnare il giorno seguente, ma non ero nemmeno andata
in biblioteca.
Hai dei capelli cos belli, disse mamma a Mercedes.
Devi solo curarli un po' di pi.
 una seccatura.
Curali solo un po'. Ruthie non se li curava, e ho dovuto
raparla a zero. Stai attenta, o lo far anche con te.
Mercedes la fiss. Non farlo, e con la mano si copr i
capelli ancora umidi.
Stavo solo scherzando. Non prendere tutto cos sul
serio.
Mercedes si volt guardinga. Solo una spuntatina. Giusto
per farli crescere.
Vuoi che ti faccia anche la piega? Posso farti i ricci se
vuoi. Io e mia sorella ci pettinavamo sempre a vicenda.
Non ci potevo credere. Quando mia madre parlava con
le sue sorelle, le vedevo sempre borbottare risentite a proposito
della nonna. Non sorridevano mai.
Mmm... i ricci?. Mercedes sembrava perplessa.
Appena un po'.
Mercedes appoggi la testa all'indietro e chiuse gli occhi.
Da piccole avevamo sempre delle magnifiche pettinature,
le disse mamma. E sai cosa adoperavamo come
bigodini? Dei Tampax! Noi lo facevamo per divertirci, ma
in realt erano perfetti. Sterili, della misura giusta, e dotati
di cordicella per fissarli.
Ho sempre pensato che mia madre raccontasse queste
storie per mettermi in imbarazzo. Anche Mercedes si accigli,
e le sue guance diventarono ancora pi rosse del solito.
Continuava a tenere gli occhi chiusi.
Dovresti vedere la mia foto del ballo di fine anno,
disse mamma. Tutta ricci, tinti di rosso. C' anche mio
padre con me: si era messo il vestito nuovo perch sapeva
che mia madre avrebbe voluto farci una foto insieme.
Sospir. Se guardo quella foto, e la foto con pap il giorno
del nostro matrimonio, penso: Dio mio. Ecco l'uomo
giusto. Il tipo d'uomo che avrei dovuto sposare. Non quello
che mi accompagn al ballo quella sera, e men che meno
mio marito. Mio padre era gentile ed elegante e sapeva
ballare bene. Tuo padre..., e mi punt il pettine contro,
non conosceva un passo di danza.
Non prendertela con me. Non tutti i padri sono perfetti.
Non essere impertinente....
Mercedes apr un occhio, mi guard, e lo chiuse di nuovo.
Nemmeno il mio lo era. Poi si accese una sigaretta
senza neanche guardare.
Ma non era poi cos male, no? Ti ha incoraggiata.
Mamma era alle prese con un nodo.
S, mi ha incoraggiata.
Mio padre era un uomo galante. Ecco la parola giusta,
proprio galante. Sapeva sempre quando dirci che eravamo
carine. Aveva un negozio di abiti per signora, e ci portava
spesso a casa dei vestiti. Sapeva sempre cosa piaceva a
ognuna di noi, e cosa ci stava bene. Ci sapeva davvero
fare. Ma era anche una persona seria. Un gran lettore.
Mio padre era serio, disse Mercedes.
Beh, per forza. Era un professore, se non sbaglio.
Mercedes tacque un istante, come faceva sempre quando
pensava ci fosse il rischio di essere messa in trappola.
S, disse alla fine. Insegnava geografia. Ancora oggi io
non so trovare l'Italia su una cartina.
Tutti sanno dov' l'Italia, dissi. Persino io.
Io no, rispose Mercedes.
Mamma cominci a spuntarle i capelli. Ma ti ha incoraggiata,
l'hai detto tu stessa. Ti diceva che eri brava.
Non proprio. Non mi dava della stupida. Non lo vedevo
quasi mai, avevo a che fare solo con mia madre.  stata
lei a insegnarmi tutto. Mio padre era un accademico,
troppo lontano dalla realt per essere ambizioso. Mia madre
voleva essere famosa.
Mamma si mordicchi le labbra e si concentr sui capelli
di Mercedes, cercando di non sembrare troppo interessata.
Non sapeva cosa fare per incoraggiare Mercedes a
parlare.
Non dovette fare nulla: Mercedes continu da sola. Non
mi ha mai prestato molta attenzione. Pensavo che le ragazze
non lo interessassero affatto. Mia madre una volta mi
disse che per fortuna aveva trovato mio padre, che non
aveva notato la sua totale mancanza di femminilit. Ma un
giorno... ero seduta con lui nel suo studio, e battevo qualcosa
a macchina.  una cosa che mi  sempre piaciuta: se
uno ci si applica veramente, pu arrivare alla perfezione.
D molta soddisfazione. Mio padre era seduto in poltrona
e leggeva un libro. A un certo punto io nominai mia cugina
Edith di St Louis. Mio padre alz gli occhi: qualsiasi
cosa stesse per dire era abbastanza importante da fargli
posare il libro. Ah, ecco quel che si dice una bella ragazza,
esclam. Davvero notevole, direi. Proprio bella. Lo 
sempre stata. E io rimasi l a guardarlo. A bocca aperta.
Ci aveva ingannato. Tutti quegli anni a fingere che non
gliene importava. Come ha potuto far questo a me e a mia
madre? In quel momento fece saltare tutte le regole, cambi
tutto quanto.
Noi ascoltavamo in silenzio. Mamma continuava a tagliuzzare.
Sei carina, le disse improvvisamente. Mercedes,
sei veramente carina.
Mmm, fece Mercedes, gli occhi sempre chiusi. 
una bugia. Voglio dire, non come avrei voluto essere. Ho
sempre saputo di non essere bella. Se guardavo Edith capivo
che non era il caso nemmeno di pensarci. Ho sempre
voluto essere brava in qualcosa, la migliore, cos brava che
gli altri avrebbero dovuto arrendersi ancor prima di provare.
Ma per il resto non c'era nulla da fare.
Molto carina, continu mia madre. Bei capelli, anche
il colore....
Non importa, ad ogni modo, dissi io.
Mercedes si rizz a sedere e punt il dito verso di me.
L'hai detto, disse.  proprio cos. Si alz in piedi. Va
bene. Hai finito, no?.
Pensavo facessimo la messa in piega, rispose mia
madre.
Ridicolo. Una perdita di tempo. Mercedes si tolse l'asciugamano
dal collo e lo pos sul tavolo. Sembrava imbarazzata.
Vado a riposare.
Bene, disse mamma. Mi sa che tocca a te, Ruthie.
Non possiamo farlo domani? Ho dei compiti da fare.
Di matematica? Mercedes ti pu aiutare.
No. Non ho testa per i numeri. E usc dalla cucina,
lasciando una scia di fumo dietro di s.
Prova a pensare, disse mia madre dopo un po'. Pensi
che sia davvero cos? Pensi che sia questo che le  successo?
Un genio, un vero genio, e per tutti questi anni non ha
voluto nient'altro che essere bella. Era famosa, i giornali
parlavano di lei, aveva un brillante futuro davanti a s....
Non penso che sia questo, risposi, ma il mio vero
pensiero era: le risposte non si trovano cos facilmente.
Mi svegliai nel mezzo della notte, non avevo idea di che
ora fosse. Mercedes aveva ancora la mia radio. Andai in
cucina per vedere l'ora e magari mangiare qualcosa.
Quando entrai, Mercedes era l seduta e leggeva la relazione
che avevo lasciato sul tavolo la sera prima.
Ehi, dissi bruscamente. Avevo sonno e tutto questo
mi innervosiva.
Oh!. Lasci cadere il foglio. Stavo solo leggendo....
Beh, non farlo. Non ho bisogno di qualcuno che lo
esamini e mi controlli l'ortografia.
No, non  cos, non ne avevo intenzione. Balbettava,
in preda al panico.  solo che mi interessava. Non so
nulla del Boston Tea Party.
Presi la relazione e l'accartocciai, arrabbiata. So di
non essere particolarmente brava. Non ho bisogno che me
lo si faccia notare. Lo sappiamo che sei un genio, Mercedes.
Sembrava terrorizzata, come se volessi picchiarla o farla
parlare in francese. Non  vero, disse. Non sono affatto
intelligente. Ti prego, non pensare che lo sia.
Non so proprio chi pensi di prendere in giro. Mi sembra
meschino da parte tua far credere di essere stupida
quando non lo sei.  come fingersi ciechi o zoppi solo per
far sborsare i soldi alla gente.
Ruthie, Ruthie, esclam. Sei pi intelligente di quanto
tu creda.
Mmm, risposi, fissandola con un'espressione crudele.
 una bugia.
Rimanemmo ferme a guardarci. Io scossi la testa e dissi,
proprio come faceva a volte mia madre: Sai,  solo che
non ti capisco. Ed era vero. Sono certa che lo ha capito
dal tono della mia voce.
Eh s, disse. Questo lo so.
Quella notte piansi a letto, ripensando alla scena. Ero
furiosa con me stessa, e furiosa con mia madre, e furiosa
con Mercedes. Ma sapevo chi tra noi era la pi colpevole,
cos mi prendevo a schiaffi, girandomi e rigirandomi nel
letto.
Mercedes scomparve prima che ci alzassimo. Mamma
cominci a dare di matto, si prese una giornata libera dal
lavoro e la cerc in tutta la citt.
Non ti ha detto niente?, mi domand. Non ti ha accennato
nulla?.
No, risposi mortificata. Nulla.
Sulla scrivania trovai un regalo di Mercedes. Era la mia
relazione, battuta a macchina, con tutti gli errori storici e
ortografici corretti, ma senza calcare la mano. L'aveva letta
e memorizzata tutta d'un colpo: mamma lo diceva che aveva
una memoria fotografica. Mercedes sapeva che ero
troppo orgogliosa per accettarla se il suo intervento fosse
stato troppo visibile. Le ero grata, lo ammetto. Avevo rovinato
l'unica copia che avevo.
Lasci a mia madre una copia del Giardino delle rose,
con una dedica: Con affetto. Senza firma. Nient'altro che
quelle parole.
Non avemmo mai pi sue notizie. Mamma setacci le
biblioteche, i supermercati, gli affittacamere. Mise anche
una serie di annunci sul giornale, sperando che qualcuno
la trovasse e ci chiamasse. Quando eravamo in macchina,
stavamo attente a guardare lungo i marciapiedi e dentro ai
portoni, e non appena scorgevamo una figura rotondetta o
una nuvola di fumo mia madre rallentava. Che sia lei?,
domandava. Ero sempre io a decidere di no. Per Natale,
immaginando che Mercedes sarebbe stata sola, mamma
affisse per le vie del centro dei gran cartelli che dicevano:
Mercedes, ci manchi. Vieni per Natale. Ti vogliamo bene.
Ellen e Ruthie. Nessuna risposta.
Portai a casa la relazione che aveva scritto per me con
un voto insufficiente. In basso, c'era scritto: Sapevi benissimo
che dovevi farla da sola.

 LA VERA STORIA DEI FAVOLOSI BAMBINI AZTECHI.

Il vecchietto apr la porta quel tanto che bastava per infilar
dentro la testa e dare una sbirciatina in casa nostra come
un timido pupazzo a molla. Poi appoggi il mento sul pomello.
Era cos basso che non dovette neanche chinarsi.
Salve, gli dissi.
Salute a te, ragazzo, rispose fissando il suo sguardo
su di me. I suoi occhi grigi erano cos chiari che sembrava
fossero stati colorati in un momento di avarizia, mentre la
sua testa bislunga era stata generosamente dotata di una
gran massa di capelli bianchi e vaporosi.
Non avevo idea di chi fosse e probabilmente lo stesso
valeva per lui. Mi stava chiaramente squadrando dalla testa
ai piedi: adolescente, abiti puliti, scarpe da tennis infangate.
Innocuo. Apr la porta ed entr. Mia madre lo segu
e si chiuse la porta alle spalle con un calcio.
Steven, mi disse. Questo  lo zio Plazo.
Il resto del suo aspetto era strambo almeno quanto la
sua testa: un vecchietto minuscolo che indossava un poncho
dai colori sgargianti, pantaloni blu, un paio di mocassini
logori. Era alto un metro e venti, se ci arrivava, proporzionato,
ma secco come un parchimetro. Stringeva tra i
denti una pipa spenta.
Tesi la mano. Piacere di conoscerti, dissi.
Si tolse la pipa di bocca e mi porse la mano in cui la
teneva, cos che entrambi ne afferrammo il fornello. Mi
strinse la mano con un vigore tale che mi scosse tutto il
braccio. Piacere mio, cazzo, rispose con un tono eccitato
e infantile. Davvero.
Risi. Mamma mi gel con lo sguardo.
Non si usano certe parole in questa casa, Plazo, gli
disse. Poi mi domand: Dove sono Helen e Carol?.
Di sopra, risposi.
Mia madre si avvi di sopra, con lo sconosciuto zio Plazo
aggrappato a un lembo della sua ampia gonna. Quando
lui e la mamma ridiscesero qualche secondo dopo, erano
seguiti dalle mie sorelle. Mamma e zio Plazo andarono in
cucina, Carol e Helen rimasero un istante sulla soglia a fissarli,
poi si precipitarono da me.
Ma chi ?, chiese Carol.
Non ne ho idea.
 nostro zio?, chiese Helen.
Non credo, risposi. Cio, potrebbe essere un prozio,
ma dovremmo averne sentito parlare, no?.
Potrebbe essere del Tennessee, disse Carol. Mamma
veniva da Nashville, che ci era sempre sembrato un luogo
molto esotico.
Dall'accento non sembrerebbe del Tennessee, dissi.
 solo un modo di dire, spesso si chiama zio qualcuno
anche se non lo , magari solo perch  anziano.
Ma non ci hai fatto caso?, domand Helen.
Fatto caso a cosa?.
Helen guard cauta Carol, che aveva tre anni meno di
me e due meno di lei. Beh..., disse Helen.
Forse  solo arteriosclerosi, commentai.  vecchio.
Helen scosse la testa. Betty Snow ha un fratello cos,
disse. Si vede.
Udimmo la mamma che diceva: Plazo, puoi passarmi
il riso?  nella credenza.
Evidentemente, il rimprovero di prima aveva fatto effetto,
perch il vecchietto rispose con voce stentorea: Con
immenso piacere.
Ci affacciammo sulla porta della cucina. Zio Plazo stava
parlando di serpenti e del perch gli piacevano. Mia madre
chiuse il frigorifero con un piede. Si volt a guardarci,
mentre Plazo continuava a parlare.
Ci stavamo giusto chiedendo....
Plazo, disse mamma,  un amico del circo.
Mia madre aveva lavorato nel circo nei primi anni Trenta,
molto tempo prima che io nascessi. Sapevo solo che
non aveva mai camminato sul filo, n danzato nella gabbia
dei leoni, n si era esibita nel tendone principale con piume,
lustrini e scollatura profonda, anche se a volte da piccolo
l'avevo immaginata in quel modo. Mia madre ritagliava
delle sagome, fumava una sigaretta, scriveva il proprio
nome, caricava una pistola e sparava. Ci che rendeva
queste semplici azioni dei miracoli era che mia madre, la
Donna Senza Braccia, faceva tutto con i piedi.
Qualcuno, che non aveva capito niente, mi disse una
volta: Che peccato, tua madre non ti ha potuto tenere in
braccio da piccolo. Ma certo che lo ha fatto, esattamente
come faceva tutto il resto: con le sue gambe forti. Non
ricordo di averci mai nemmeno pensato. Mi ha anche
allattato tenendomi la testa col piede. Forse con le dita dei
piedi mi faceva anche il solletico alle orecchie. Un bambino
non  difficile da maneggiare quanto una pistola, ed 
meno spietato. La mamma se la cav bene con me, e subito
dopo anche con le mie sorelle Carol e Helen. Quando
facevo qualche domanda sul circo a mio padre, lui si limitava
a scrollare le spalle. Era un medico, e dispensava consigli
e ricette, non informazioni. Mia madre non parlava
quasi mai della sua carriera circense.
Io non fantasticavo sulla vita di mia madre nel circo.
Non ero un gran sognatore: me la immaginavo semplicemente
accanto a stravaganti signori in frac o in calzamaglia
giallo canarino. Non mi veniva mai in mente che mia madre
aveva fatto parte del Dieci In Uno, lo spettacolo di
supporto, e quindi aveva goduto di tutt'altra compagnia.
All'ora di cena mio padre porse la sedia a zio Plazo, come
un maggiordomo. Plazo vi mont sopra prima con le
mani, poi con le ginocchia, e infine si rigir, anche se non
era poi cos basso da dover per forza utilizzare una procedura
tanto elaborata. Anche mio padre non se l'aspettava
e la sedia era rimasta a mezzo metro dal tavolo. Con nonchalance,
pap avvicin al tavolo la sedia e Plazo.
Zio Plazo era seduto accanto a me. Mia madre gli aveva
dato dei miei vestiti smessi (un paio di jeans e una camicia
scozzese di flanella) che indosso a lui sembravano un po'
stretti, ma ricercati. Da dietro spuntavano i suoi capelli
argentei.
Eravamo i Favolosi Bambini Aztechi, mi disse.
Gli sorrisi, incerto sulla risposta.
Proprio cos, continu. Venite a vedere i favolosi
bambini dell'antico Mexico ormai scomparsi, gli ultimi
bambini aztechi, sono favolosi, venite a vedere Plazo e
Zleeno, i bambini aztechi ormai scomparsi. Non sono
come noi, vengono da....
Plazo lavorava nel baraccone di fianco al mio, disse
mamma.
Proprio cos, disse Plazo. Con la forchetta spostava
quel che aveva nel piatto di qua e di l.
Mio padre era seduto a capotavola. Non sembrava far
tanto caso a zio Plazo, come se quello strano ometto fosse
uno degli amici dei figli, invitato a rimanere a cena.
Carol gli porse il piatto di portata. Vuoi dell'altro pollo,
zio Plazo?.
Certo che s, rispose. Adoro il pollo. Ne mangio ogni
volta che posso. Vado pazzo per il pollo.
Plazo, disse mamma. Ne hai ancora nel piatto.
 cos buono, rispose lui. Non si pu dire di no al
pollo.
Perch non finisci quello che hai nel piatto? Poi, se ne
vuoi ancora, ne puoi prendere dell'altro.
Non ti faremo alzare da tavola con la fame, disse mio
padre.
Non ho mai fame, rispose zio Plazo. Prese una carota
e la soppes. Una volta avevo sempre fame, ma ora no,
non pi, da quando c' stato quel brutto guaio. Mi guard.
 morto mio fratello, e non so perch.
Che disgrazia, dissi.
S, una vera disgrazia.  morto duecentosettantatr
giorni fa. E morto di vecchiaia, cos mi hanno detto, ma
era pi giovane di me, aveva un anno e trenta giorni meno
di me. Mi manca.
Naturale che ti manca, disse mamma. Zio Plazo guardava
nel piatto, dalla piega della bocca si sarebbe detto
preoccupato di rimanere a corto di cose da dire.
 triste perdere un fratello, disse pap.
Corrine ha conosciuto mio fratello, disse zio Plazo.
Tu hai conosciuto mio fratello, vero Corrine? Eravamo i
Favolosi Bambini Aztechi.
Da dove vieni?, domandai.
Dalle giungle dell'Aztechia, rispose. Dalle giungle
dell'antico Mexico.
Non sembri messicano, dissi.
Infatti, rispose zio Plazo.
Dove sei nato?, chiese Carol.
Che importa?, rispose. Waltham, Massachusetts.
Allontan il piatto e cominci a riempire la pipa. Sono
nato l, ma non sono di l. Vengo dalla giungla, sono l'anello
mancante.
Cosa facevi nel circo?, gli domandai.
Ero il Favoloso Bambino Azteco.
Ma che numero facevi?, domandai ancora. Cantavi,
sollevavi i pesi?.
Rimase in silenzio un istante a pensare. Non parlavo,
disse infine. Mi pagavano cinque centesimi al giorno per
non parlare.
Quella sera nel suo studio mio padre ci raccont la storia
di zio Plazo. Il vero nome di Plazo era Hiram, ma tutti
lo avevano chiamato Plazo per tanto di quel tempo che
ormai non rispondeva che a quel nome. Era cresciuto nel
circo con suo fratello, aveva viaggiato per sessant'anni prima
di fermarsi a Boston, dove avevano affittato un piccolo
monolocale. Ma il fratello era morto, e probabilmente era
lui che si era sempre occupato di Plazo, oppure i due riuscivano
a cavarsela solo dandosi una mano a vicenda. I
vicini trovarono Plazo nascosto sotto le coperte, con il fratello
morto nell'altro letto. Ai vicini aveva dato il nostro
numero.
Non capisco, dissi. La gente pagava per vedere due
nanetti ritardati?.
Mio padre continu a giocherellare col lobo dell'orecchio
senza alzare lo sguardo. La gente paga per vedere
qualunque cosa, disse, se qualcuno dice che ne vale la pena.
Ora  nostro ospite. Steven, mi disse. Voglio che tu
lo tenga d'occhio.
Perch io?, protestai. Io avevo le mie cose da fare,
non avevo nessuna voglia di badare al Favoloso Bambino
Azteco.
Sei il pi grande, rispose, e penso che sia pi a suo
agio con te.  un favore quello che ti sto chiedendo. Okay,
allora?.
Okay, risposi.
Mio padre doveva aver immaginato che zio Plazo sarebbe
stato intimorito da Helen e Carol (le chiamava sempre
quelle ragazze), e lo stesso valeva per loro. Mi fa
venire i brividi, diceva Carol. Ha gli occhi spiritati.
Me, per, mi prese subito in simpatia. Quando tornai a
casa da scuola il giorno dopo il suo arrivo, mi stava aspettando
davanti alla porta.
Stevie, piccolo Stevie, mi salut.
Aveva una pila di foto in grembo. Alcune erano vecchiotte,
probabilmente le aveva comprate quando aveva
cominciato a viaggiare. Sembravano comunissime vecchie
foto, i tipici ritratti per cui aveva posato ogni famiglia rispettabile
dell'Ottocento. In piedi davanti a un fondale dipinto,
accanto a un mobile antico, una donna barbuta era
in posa alle spalle del marito seduto in poltrona, il figlioletto
appoggiato al bracciolo. Lo Scheletro Elegante, in
pantaloni a coste attillati, marsina e monocolo, conferiva
col suo domestico. Un albino con un'aureola di candidi
capelli veniva presentato con il titolo di Ambasciatore di
Marte. Una donna senza braccia (non mia madre) stringeva
una biro tra le dita dei piedi.
Qui ci siamo noi, disse zio Plazo, allungandomi una
foto stampata su un cartoncino. Due omettini identici erano
in piedi accanto a un uomo alto, con una folta barba.
Non avrei saputo dire quale fosse Plazo, di certo sembravano
due bambini un po' strani. Entrambi indossavano
una tunica con dei grandi soli, e avevano le mani tese in
avanti come se fossero in procinto di cantare. Avevano il
pizzetto e capelli lunghi e lisci. L'uomo al centro sembrava
un profeta dell'Antico Testamento o il preside di un liceo,
difficile decidere.
Chi  il tipo nel mezzo?, domandai.
 morto, rispose zio Plazo.  morto da un sacco di
tempo ed  molto meglio cos. Non me ne importa un fico
secco di lui. Guarda, questo  Zleeno, disse indicando il
Favoloso Bambino Azteco sulla sinistra. E questo sono
io.  una foto di molto tempo fa, Stevie, di prima che tu
nascessi.
Guardai la foto per un po', fingendomi interessato. Appiccicato
dietro c'era un libretto, intitolato La vera storia
di Plazo e Zleeno, i Favolosi Bambini Aztechi. Le pagine si
stavano sbriciolando. Sulla copertina una xilografia ritraeva
Plazo e Zleeno nella foresta, inseguiti da uomini in giacca
e cravatta che cercavano di catturarli con delle reti.
La nostra vera storia, disse zio Plazo.
Aprii il libretto: Gli scienziati che hanno studiato il
caso dei Favolosi Bambini Aztechi affermano che non si
tratta di soggetti ipoevoluti, n di un lusus naturae, ma
degli ultimi discendenti di una razza ormai estinta. Piccoli
ma feroci, non hanno mai avuto alcun tipo di contatto con
i membri di trib civilizzate e sono in grado di uccidere
una tigre a mani nude.
Guardai zio Plazo. Strinse le palpebre un istante e mi
sorrise.
Passai in rassegna il resto delle foto. Le pi recenti erano
cartoline con una figura in posa e una scritta a caratteri
cubitali. L'Uomo Foca, che aveva pinne al posto di braccia
e gambe, la Bellezza Tatuata, due Gemelli Siamesi neri di
rabbia. Cominciai a sentirmi sollevato che ci fosse capitato
in casa soltanto quel vecchietto dalla lingua sciolta.
Infine, ne beccai una di mamma. Teneva una sigaretta
tra le dita dei piedi, con classe, come una diva del cinema.
Era vestita semplicemente, senza alcuna traccia dello sfarzo
che mi ero immaginato: gonna larga, camicetta, un paio
di fiori di seta legati attorno al collo. Era truccata in modo
vistoso e anche se la data sul retro della foto mi assicurava
che aveva solo sedici anni, non riuscivo a crederci. Non
avevo mai visto una foto di mia madre prima del matrimonio,
non avevo mai visto una sua foto senza mio padre
accanto. Ne avevamo un sacco di loro due insieme, e pap
la toccava sempre: un braccio attorno alla vita, una mano
sulla nuca. Nella foto del matrimonio lui era in piedi dietro
di lei e la stringeva con entrambe le braccia come se da
quel momento desiderasse condividerle con lei.
Ma osservando quella foto in cui era da sola, vidi quanto
mia madre fosse bella allora (e lo era ancora), e soltanto
se si guardava bene ci si accorgeva che stava tenendo la
sigaretta con un piede e non con la mano che ci si aspettava.
Ti faceva quasi pensare che le mani non fossero altro
che un accessorio fuori moda.
La ragazza senza braccia pi bella del mondo, disse
zio Plazo. Anche se avevo solo tredici anni ero alquanto
turbato. Poi disse: Sa fare qualsiasi cosa, caricare un orologio,
dipingere un quadro, sparare un colpo di pistola, e
io capii che stava ripetendo la presentazione del numero di
mia madre. Ma quando lo guardai, aveva uno sguardo assorto
e affettuoso.
Il giorno seguente portammo zio Plazo al supermercato.
Lui stesso si offr di tirare il carrellino rosso della spesa con
le rotelle che usavamo quando mio padre non poteva
accompagnarci in macchina. Mia madre dovette rallentare il
passo: zio Plazo camminava come un pupazzo con la carica,
svelto, ma a zig-zag. Le macchine, i passanti, i segnali stradali,
i botteghini del cinema, la musica che proveniva dalle
radio sui davanzali, tutto attirava la sua attenzione. Poteva
benissimo essere arrivato dalle giungle dell'antico Messico,
tanto lo incuriosiva la vita in una cittadina di provincia.
Mamma ci parlava coi suoi fianchi, e se ci accarezzava
con un'anca ci dimostrava il suo interesse, ma ci faceva
anche capire che aveva fretta. Cuciva con cura le maniche
dei suoi vestiti, cos da non lasciare lembi di tessuto a penzoloni.
Credo che lo avesse sempre fatto: era nata senza
braccia. Mio padre mi spieg che la madre di mia madre
era probabilmente stata male durante la gravidanza, a causa
di un virus, un affarino cos piccolo che lei forse non si
era neppure accorta di esserselo preso.
Nel negozio Plazo rimase sconcertato alla vista dei carrelli.
Volle spingere lui il nostro, ma gli scompariva dietro.
Io infilai il nostro carrellino nel carrello grande. Arance!,
esclam zio Plazo, osservando con ammirazione una piramide
di arance. Che spettacolo. Non sono splendide?.
Ne vuoi una?, domand mamma.
No, che diavolo, rispose. Non le sopporto. A Zleeno
piacevano, ma a me no. Guarda. Indic una bottiglietta
nascosta tra le banane e lesse scrupolosamente l'etichetta:
Condimento per insalata. Rise.
Dopo un po' divenne chiaro che la sua meraviglia era in
gran parte cortesia. C' di tutto, disse. Prosciutto. Bacon.
Cosa vorresti da mangiare?, gli domand la mamma.
Oh, niente, niente, rispose. Ma grazie per l'interessamento.
Quando arrivammo alla cassa, la mamma disse: Vuoi
pagare tu, Plazo? Steve, dai il mio portamonete allo zio
Plazo.
Sfilai il portamonete dalla tasca della sua gonna e glielo
passai. Sembr allarmato alla vista del denaro. La ragazza
fin di battere gli importi.
Sono undici dollari e ottantadue centesimi, grazie,
disse.
Zio Plazo prese una manciata di banconote e gliele porse.
Lei sorrise.
Mi ha dato troppo, disse.
Davvero?, chiese tutto felice, come se avesse appena
scoperto in s una grande predisposizione alla gentilezza.
La cassiera rise arricciando il naso.  da poco in citt,
vero?.
Plazo  venuto a farci visita, spieg la mamma.
Da dove?, chiese la ragazza. Da Marte?. Allung il
resto a Plazo.
No, non da Marte, rispose lui. Ma conoscevo uno
che veniva da Marte.
Oh, davvero, rispose lei. Non ne dubito.
Su, intervenne la mamma. Andiamo.
Ha una forza incredibile, continu zio Plazo, scivolando
come al solito nel presente delle parole dell'imbonitore.
L'Uomo di Marte pu sollevare due comuni terrestri.
Oh, esclam la ragazza. Sicuro.
Mamma era gi alla porta. Ragazzi, andiamo.
Io presi la spesa dal bancone e la misi nel carrellino
rosso, poi lo porsi a zio Plazo.
L'Uomo di Marte, mi disse una volta fuori, era del
Kentucky. Mi  sempre stato simpatico.
Dopo la gita al supermercato, zio Plazo cominci a voler
andare a spasso tutti i giorni. Quando tornavo a casa da
scuola, mi aspettava con i jeans e la camicia a scacchi che
ormai non si toglieva pi: il taglialegna pi piccolo del
mondo. A volte si metteva anche il poncho, nonostante
fosse giugno e facesse caldo. Aveva sempre freddo, come
se credesse davvero di venire da un clima tropicale.
Sai..., mi disse un giorno scendendo dal marciapiede.
Gli misi una mano sulla spalla. Aspetta. Sta arrivando
una macchina. Dobbiamo lasciarla passare.
Annu. Avevo sempre pensato che Zleeno sarebbe arrivato
fino a cento. Tu no?.
Io non lo conoscevo. L'auto pass e attraversammo la
strada.
Ma non pensavi che ce l'avrebbe fatta? Ad arrivare fino
a cento?.
Forse, risposi. Cent'anni sono tanti.
Sono tanti, s, disse lui. Ma  possibile arrivarci. Un
sacco di gente ce la fa, senza fatica.
Svoltammo l'angolo e costeggiammo la scuola. Una banda
di ragazzacci stava giocando a baseball.
Ehi!, urlarono. Fermi!.
Un ragazzo rimasto in disparte si avvicin di corsa. Era
basso e grasso, aveva le narici incrostate di sangue rappreso.
Dove state andando?, ci chiese. Mi diede un pugno
su un braccio. Mi aveva fatto male, ma sfregarmi il braccio
sarebbe sembrato da codardo, cos mi trattenni.
Stiamo facendo un giro, risposi. Cos', un crimine?.
E tu chi sei, domand a zio Plazo. Il nano dei rifiuti?.
Forse s, rispose zio Plazo. Ma tu no, tu di certo non
sei un nano.
Il ragazzo grassoccio arross. Gli altri si aggrapparono
alla rete.
Da dove vieni?, continu. Da Marte?.
Zio Plazo fece schioccare la lingua. Da queste parti tutti
credono che io venga da Marte. Scosse la testa. No-o.
Lascialo stare, intervenni.  un vecchietto innocuo.
Chi sei tu, il suo baby-sitter?. Il ragazzo si gratt la
pancia.
Non avevo voglia di scegliere tra quei bulletti e Plazo.
Ad ogni modo, Plazo era sotto la mia responsabilit, e cos
dissi:  mio zio. Alza i tacchi.
Il ragazzo fece per aggiungere qualcosa, ma cambi
idea. Vermi schifosi, disse, e mi sput addosso, ma mi
manc. Poi corse di nuovo dai suoi amici.
Gi!, urlarono mentre ci allontanavamo. Filate via
che  meglio!.
Camminammo in silenzio fino alla fine dell'isolato. Zio
Plazo infil le mani sotto il poncho e incroci le braccia:
spuntavano fuori solo i suoi gomiti magri magri. Infine,
esclam: In tutta la mia vita non sono mai stato in un
posto simile.
La scuola, il mio ultimo anno alle medie, termin. Zio
Plazo era con noi da un mese. In autunno sarei andato alle
superiori, dove spadroneggiavano i bulletti, ma per il momento
ero io uno dei grandi. Non volevo passare tutti i pomeriggi
in giro con Plazo.
Mamma decise che Plazo poteva anche andare in giro
da solo, a patto che non si allontanasse dall'isolato.
Tu gira sempre a destra, e prima o poi sarai di nuovo
davanti a casa, gli disse la mamma. Aveva chiesto a mio
padre di appendere a un albero una casetta per gli uccellini
come punto di riferimento.
Okay, disse zio Plazo. Portava con s una bussola
che gli aveva regalato qualcuno, e a volte, tornando a casa,
lo vedevo arrivare intento a studiare la sua bussola. A volte
non si accorgeva di essere arrivato e tirava dritto: di solito
lo riaccompagnava qualche ragazzo del vicinato.
Sar pronta la cena, dicevo, e lui guardava in su verso
di me e sorrideva. I ragazzi si dileguavano. Avrei voluto
richiamarli. Avrei voluto gridare: Non  mio zio!. Ma i
miei genitori si fidavano di me, cos mi incamminavo con
lui verso casa.
Stompy era uno in gamba, disse zio Plazo. Era seduto
in cucina, con le gambe incrociate sulla sedia. Dev'essere
morto anche lui. Ti ricordi come  morto, Corrine?.
Chi?, chiese mia madre. Era seduta sull'alto sgabello
che le permetteva di lavorare con i piedi, si era sfilata i mocassini
con un calcio e stava tritando il sedano.
Stompy. Dai, Stompy.
Era arrivato prima o dopo di me?, chiese. Steve,
puoi lavarmi i fagiolini?.
E di Madeline? La mangiatrice di spade? Ti ricordi,
Corrine?.
Di lei mi ricordo, disse mamma. Mi faceva paura.
Quella alta alta?.
No, non lei, la vera Madeline. Quella alta non era Madeline,
la chiamavamo noi come Madeline.
Ah, gi, rispose mia madre. Scosse la testa.
Che tempi!, esclam zio Plazo. Mia madre gli aveva
dato un pezzo di torta e ora lui lo stava schiacciando con
la forchetta.
S, comment mia madre. Suppongo di s.
Non sei d'accordo? Non lo pensi anche tu?.
Ero poco pi che una bambina, Plazo, rispose lei. Si
volt a guardarlo. Avevo vent'anni quando me ne sono
andata.
Una bambina?, disse lui. La guard allibito: essendo
stato per tanti anni uno dei Favolosi Bambini Aztechi, per lui
essere un bambino era un lavoro, non una tappa nella vita.
Non avevo neanche vent'anni, Plazo, continu mia
madre. Avevo paura di tutto.
Nooo, fece Plazo. Dai, dici davvero?.
Mamma sorrise come per scusarsi.
Plazo appoggi i talloni sul bordo della sedia. Io sono
cresciuto l dentro, disse pensieroso.
Lo so, rispose lei.
Non so cosa intendesse con quel l dentro, se un determinato
posto o la somma dei posti in cui era stato. Pieg
la testa di lato come se stesse cercando di vedere qualcosa.
Aver paura, disse zio Plazo. Certo, posso immaginare
cosa significhi.
Tu non hai mai avuto paura?, domand mia madre.
E non  meglio cos?.
Zio Plazo si gratt il naso. Mi accorsi che aveva deciso
di non rispondere.
Pensavo che zio Plazo si fosse pentito di essere venuto
da noi. A Boston, dove aveva vissuto col fratello, probabilmente
aveva trovato l'indirizzo di mia madre e aveva pensato:
 una brava persona,  come me. Voleva stare con
qualcuno con cui parlare della sua vita, per rimanere in
qualche modo nel circo. In questo, pensavo, era come una
qualsiasi persona obbligata ad andare in pensione controvoglia.
Ma si era ritrovato a Cleveland in una famiglia assolutamente
normale.
Perch noi eravamo normali. Se qualcuno mi avesse
chiesto cosa c'era di diverso in noi rispetto alle altre famiglie,
avrei potuto rispondere che forse mia madre aveva
bisogno di me un po' pi della maggior parte delle madri.
E forse non era neppure del tutto vero: farmi sentire necessario
faceva parte del suo talento. Aveva soltanto una
predilezione speciale per mantelle e mocassini e un'antipatia
viscerale per le calze, dettata da motivi pratici. Le uniche
cose che non riusciva a fare erano... vorrei dire suonare
il piano, arrampicarsi, nuotare, ma anche se non l'ho mai
vista fare nessuna di queste cose, non sono sicuro che non
ne sarebbe stata capace. Non riusciva a guidare o a saltare
la corda da sola. Ma quante madri lo sanno fare? Poteva
tenere la corda per le mie sorelle, giocare a schiera con
loro, aiutarle a pettinarsi, battere a macchina, stappare una
bottiglia e abbottonarmi il cappotto. L'handicap di mia
madre, se proprio dobbiamo chiamarlo cos, non incideva
in alcun modo sulla mia vita o su quella di qualcun altro, a
parte la sua. Tutto nella nostra vita sembrava normale,
ordinario, nella media. Anche, pensavo a volte, noioso.
E la nostra vita ora comprendeva anche zio Plazo. All'inizio
poteva anche esserci sembrato interessante, ma la
curiosit iniziale svan presto. Quel tanto di esotico per cui
la gente aveva ottusamente pagato cos a lungo era solo una
storia inventata da qualche imbonitore. Mio padre aveva
ragione: si pu far credere che chiunque sia straordinario
solo affermando che lo . Senza le parole dell'imbonitore,
zio Plazo non valeva nulla. I ragazzi del vicinato credevano
solo alle storie su zio Plazo e sul luogo da cui proveniva
inventate dal bullo di turno.
Con l'avvicinarsi dell'autunno zio Plazo divenne irrequieto.
Ricordava il fratello sempre pi spesso, parlandone
come di un personaggio immaginario solo vagamente ispirato
allo Zleeno reale. Ne raccontava le imprese con grande
ammirazione ridendo divertito, come se non avesse
fatto anche lui le stesse cose. Ricordava le scene elettrizzanti
con lo Scheletro Elegante, che aveva insegnato ai
Favolosi Bambini Aztechi le buone maniere e qualche
parolaccia. Rimirava un volantino pubblicitario con la propria
foto e rievocava i viaggi in treno per tutto il paese.
Quando pioveva, zio Plazo non riusciva a stare fermo,
camminava su e gi per le scale esplorando tutta la casa.
Faceva la sua comparsa a cena con le ragnatele nei capelli
o con uno scarafaggio scovato in cantina. Una volta trov
una biscia che gli piaceva tanto e la port alla mamma. I
vicini si lamentavano: si aggirava nei loro giardini e sbraitava
contro i cani. Una volta entr in casa inseguito dalla
nostra gatta inferocita. Lei e Plazo non erano mai andati
molto d'accordo, ma non avevamo mai visto la gatta dimostrargli
cos esplicitamente la propria antipatia.
Sapete cosa ha combinato?, disse zio Plazo. Stava
per ammazzare un topo.
 per questo che la teniamo, rispose mamma.
Per ammazzare i topi? Voi tenete un gatto per far fuori
i topi? Guardate qui, disse e apr la mano. Un topo esit
sul suo palmo per un istante, poi schizz via, atterr sul
pavimento e corse in un angolo, inseguito dalla gatta. Mamma
grid, e io pure.
No!, url Plazo. Quella gatta ci riprova! Vuole ucciderlo!.
Corse dietro alla gatta, che aveva catturato il topo
e nonostante la bocca piena mostrava minacciosamente i
denti a zio Plazo. Mi precipitai alla porta per farla uscire.
Non voglio che uccida quel topo, si lament zio Plazo
mentre la gatta si fiondava in giardino. Si torceva le mani,
sembrava fosse sul punto di piangere.
Mamma si sedette. Vieni qui, Plazo, gli disse. Lui ubbid
e lei gli mise un piede sulla gamba, dietro il ginocchio.
I gatti devono uccidere i topi,  nella loro natura. Lo sai.
Anche se lo so, non voglio che succeda. Ne so tante di
cose, tantissime, che non mi piacciono neanche un po'.
Mamma tir un respiro profondo. Ma la gatta ci aiuta
a tenere pulita la casa. I topi sono sporchi e lei li elimina.
Fa pulizia.
La pulizia non  sempre una gran bella cosa, rispose
lui, scostando la gamba di mamma. Dipende da come si
fa pulizia.
I miei genitori parlavano sempre sottovoce quando discutevano
di lui. Una notte scivolai fuori dal letto per ascoltare,
credevo che avessero intenzione di mandarlo da qualche
parte. Ma quella notte riuscii soltanto a sentire collegio
e lezioni di nuoto e la parrocchia, se lui vuole.
A pattinaggio, esclam pap all'improvviso, come se
avesse trovato la panacea per tutti i mali.
Mamma scoppi a ridere. Beh, forse. Ma ne dubito.
I miei genitori infine decisero per qualcosa in cui l'intera
famiglia poteva dargli una mano. Sa leggere, ci disse
mamma. Vi rendete conto di cosa significa il fatto che abbia
imparato?.
Io scrollai le spalle. Stavamo rovistando tra i nostri vecchi
libri, in cerca di qualcosa che avrebbe potuto appassionare
zio Plazo alla lettura.
Io sapevo leggere a tre anni, disse Carol, ma stava
esagerando.
Questo perch avevi un fratello e una sorella pi grandi
che ti hanno insegnato, disse mamma. Stava sfogliando
La piccola locomotiva sapiente-, in un disegno piccoli frutti
dai colori vivaci sorridevano felici. Non ha mai avuto
bisogno di imparare a leggere. Nessuno gli ha mai insegnato.
Ha imparato da solo.
Legge solo i cartelli, dissi io. Solo una o due parole
per volta. La mamma continu a girare le pagine con l'alluce.
Ha passato tanto tempo sui treni in vita sua. Forse
questo gli piacer.
Ma Plazo si rifiut di leggere, disse che i libri non facevano
per lui. Era seduto in cucina con la radio accesa,
stava ascoltando un programma per casalinghe.
Non so proprio cosa ne sar di me, disse a mamma,
anche se col sorriso sulle labbra.
Lei non disse nulla, si limit a scuotere la testa.
Plazo si alz e tir fuori di tasca la sua bussola. Vado a
fare una passeggiata, disse.
Torna presto, disse mamma.
Torno presto, rispose lui.
Quando la porta si richiuse, mamma sospir: Oh, santo
cielo. E adesso?.
Beh, dissi io. Poteva andar peggio. Avremmo potuto
doverci prendere cura dell'Uomo Foca.
Mamma si volt e mi fiss. Cosa intendi?.
Che ne so, risposi. Non ero abituato a vedere mia madre
arrabbiata, non lo era quasi mai. Solo... almeno se ne
va in giro per i cortili dei vicini con le sue gambe, e non carponi.
 solo un po' scemo, ci poteva andare peggio.
Mamma mi si avvicin decisa, mi agganci le gambe
con una delle sue e mi stese a terra. Sbattei la testa contro
il frigo.
Vedi un po' com' stare per terra, disse.
Cercai di alzarmi, ma mi mise un piede sul petto e me
lo imped.
Vedi un po' com' non poter stare in piedi.
Aveva le gambe forti e non provai neanche a lottare.
Mi dispiace, dissi.
Gi, certo che ti dispiace. Neanche tu sei niente di
speciale, sai. Sentimi bene: chiunque voglia vivere con noi
pu farlo, finch io dico di s. Scosse la testa, sconsolata.
Allora, Steven, domand. Cosa vai dicendo di me,
quando non ci sono?.
Scossi la testa, inorridito. Niente....
Come faccio a crederti?. Sembrava sconfitta, esausta.
Fino a cinque secondi fa non sapevo che eri cos odioso.
La sua voce era calma e avrei giurato che non pensava davvero
ci che diceva. Era una punizione, di quelle che funzionano.
Carol e Helen si erano affacciate alla porta. Io misi una
mano sulla caviglia di mamma, ma non riuscii a dire nulla.
Sono semplicemente disgustata, concluse. Mi diede
un'ultima spinta col piede, poi si volt e usc. Carol e Helen
scoppiarono tutt'e due a piangere, come se la battuta
di mamma avesse dato loro il via.
Per un po' rimasi sul pavimento della cucina, lontano
da mia madre. Sentivo ancora il suo piede sul mio petto, la
curva della sua caviglia dove mi aveva sfiorato il palmo.
Infine mi alzai, andai nell'ingresso e mi misi a guardarla.
Era in salotto alla finestra, in cerca di Plazo.
Vuoi che vada a cercarlo?, le domandai.
No, rispose. Diamogli ancora un po' di tempo. Si
sedette in poltrona. Vuoi venire qui?.
La raggiunsi. Non parlo mai male di te, dissi. Nessuno
parla male di te. Ucciderei chiunque ci provasse.
Mamma mi appoggi un piede sulla spalla, poi mi
attir verso di s in un abbraccio.
Ma ho un bel viso, disse.
Io la guardai. Portavo dei calzoncini, e gli stinchi poggiavano
contro il bordo della sedia, la tappezzeria mi si
conficcava ruvida nella pelle. Sapevo che una delle mie
sorelle avrebbe detto qualcosa come: Certo che sei bella,
mamma. Le avrebbero carezzato il volto e avrebbero voluto
giocare coi suoi trucchi, provarsi i suoi cappellini. Io
non dissi nulla, mi limitai a guardarla.
La gente riesce a dimenticarsi come sono, disse. Se
siamo seduti a chiacchierare riescono a dimenticarsi che in
me c' qualcosa che non va.  quello che vogliono. Lo vedo
ogni volta che conosco qualcuno. Pensano: Signore, fammi
dimenticare che questa donna ha qualcosa che non va.
Non hai niente che non va, dissi.
Mia madre scosse la testa. Loro vogliono dimenticarselo,
e io voglio che se lo dimentichino. Aveva posato i
piedi sui miei polpacci. Ma  giusto?, si domand. Perch
dovrei?.
Perch non fa nessuna differenza, risposi.
Invece s, replic. Eccome.
E in quel momento capii: mia madre aveva lasciato che
ce ne dimenticassimo. Era un regalo che ci aveva fatto. In
qualche modo ci aveva fatto credere che anche lei se n'era
dimenticata.
Hai un viso bellissimo, le dissi.
Lasci cadere i piedi e il suo bellissimo viso si vel di
incertezza.
L'effetto novit di zio Plazo venne meno abbastanza in
fretta e in breve i ragazzi del vicinato lo lasciarono stare.
Quando le cose invecchiano perdono il loro fascino. L'Ambasciatore
di Marte, avvicinandosi alla settantina, pu pettinare
i capelli ormai radi, portare occhiali scuri e sembrare
una qualsiasi persona anziana un po' pallida. I giganti rimpiccioliscono,
la donna cannone muore giovane. Il mangiatore
di spade si avvelena ingoiando un tubo al neon che
gli scoppia nella pancia.
Queste sono tutte storie che zio Plazo mi raccont dopo
aver scoperto che i suoi ricordi, se non a mia madre, interessavano
a me. Chi non muore, passa di moda, o si stanca
della vita, o cambia vita: l'incantatore di serpenti si fa
riempire di tatuaggi, il Gigante del Texas e la Donna-a-
Met diventano La Coppia di Sposi Pi Strana del Mondo.
E zio Plazo, ex selvaggio, ex bambino, ex fratello, in
Ohio divenne semplicemente un vecchietto rimasto solo,
che presto sarebbe davvero scomparso, forse un po' annebbiato,
certo pi basso della media. Ma meno spaventato
di tanti altri, credo, contento di quel che la vita gli aveva
riservato, felice di avere scoperto un nuovo talento: l'Uomo
Che Non Dimentica, il Fantastico Cantastorie dell'Ohio.
Forse lo fu soltanto per me, ma mi piace pensare
di essergli bastato.
Visse con noi altri due anni, il resto della sua vita. Quando
mor, mamma rintracci alcuni parenti lontani, che
avevano qualche ricordo ma nessun affetto per il cugino.
Una di loro ci mand una lettera dicendo che Plazo doveva
avere pi o meno ottant'anni, cio una quindicina in
pi di quanto pensassimo.
Mamma fece in modo che fosse seppellito vicino a noi e
fece trasferire anche il fratello (che si chiamava Barney)
dalla sua tomba senza nome.
Voglio solo dimostrare che non sono fenomeni da baraccone,
aveva detto la mamma alla cugina del Massachusetts.
Sono sicura che lei farebbe lo stesso se potesse.
Il funerale fu una cerimonia molto semplice. Mia madre
indossava un abito nero senza maniche e un foulard nero
sulla testa. L'abito non era forse molto appropriato per
l'occasione, dato che lei per una volta non aveva cucito le
maniche. Le sue spalle non erano lisce, con la pelle da
bambola che potreste immaginare: a una lieve sporgenza
erano attaccate alcune minuscole dita immobili.
Zleeno e Plazo, i Favolosi Bambini Aztechi, furono
sepolti sotto una lapide che recita:
Hiram Caulkey 1868-1953
Barney Caulkey 1869-1951
Hanno vissuto onestamente.
Mamma si sfil la scarpa nera e, con il piede, gett la
prima manciata di terra sulla bara.

 JUNE.

Traslocai a Watertown, Massachusetts, assieme a mille
scatoloni e ai miei genitori. Arrivammo un giorno d'estate,
dopo aver attraversato il paese in macchina a scopo educativo.
Gli scatoloni arrivarono il mattino seguente, solo con
qualche piatto rotto come ricordo di viaggio. Tutti quei cartoni
mettevano paura solo a guardarli, e per cena andammo
a nasconderci al ristorante cinese La Grande Magia in
fondo alla strada.
Era estate e quando tornammo a casa dopo cena dovemmo
aprire le finestre. Come noi, erano forse poco abituate
a quel caldo umido: le cornici si erano gonfiate e avevano
bisogno di qualche colpetto e di qualche parolina per
acconsentire ad aprirsi. I miei genitori spalancarono tutte
le finestre e frugarono negli scatoloni in cerca di un ventaglio.
Fuori, il rumore del motore su di giri di qualche ragazzo
che cercava di aggiustare la.propria macchina e
qualche cane che abbaiava. Poi, la voce di una donna che
chiamava i figli.
June! Jill! Johnny!. Dopo qualche istante, non sentendo
alcuna risposta, la donna strill di nuovo: June!
Alza le chiappe e vieni subito a casa, cazzo!.
Mio padre sorrise, mia madre lo guard sbalordita.
Dobbiamo trovare qualche ventaglio, disse calma.
Dico sul serio!, url la donna dall'altra parte della
strada. Non prendermi per il culo! Uno. Due..., e allora
la voce di una ragazza, troppo vicina per non aver sentito
fin dall'inizio, rispose: Va bene, va bene.
Mi piaceva Portland. Era una citt pulita, talmente calma
e delicata che la notte bisognava guardare i lampioni
per capire se pioveva o nevicava. A Watertown tutto era
pi pesante: l'aria, l'accento, le donne. Anche le caramelle
erano ostiche: capsule zuccherose che si appiccicavano ai
denti, pastiglie alla liquirizia amara o alla cannella o persino
al caff, rompiganasce che la mia bocca di ragazzina di
dieci anni non riusciva a domare, gocce di caramello ricoperte
di grumi di zucchero a velo. Nell'Oregon mangiavo
le caramelle del mercatino giapponese, caramelle talmente
evanescenti che persino l'involucro di carta di riso si scioglieva
in bocca.
Non riuscivo a capire come funzionassero le cose nel
nostro nuovo quartiere. La nostra era l'unica casa indipendente
in una strada di villette bifamiliari: non riuscivo a
immaginare come due famiglie potessero vivere sotto lo
stesso tetto. La bottega di Mac, Mac's Smoke Shop, dove
compravo le caramelle, vendeva anche tute da lavoro, cibi
in scatola, e, come ebbi modo di scoprire in seguito, i
biglietti di qualche lotteria clandestina. Accanto a Mac's
c'erano un bar, un forno, una farmacia Woolworth, e poco
lontano la superstrada, tumultuosa come l'oceano. Ai due
lati i palazzi erano appiccicati l'uno all'altro, come in un
ingorgo. Il primo giorno camminai fino al cavalcavia e
guardai la strada che scorreva sotto di me: una forma di
vita sconosciuta e roboante.
Eravamo l da quattro giorni quando mio padre apr la
porta d'ingresso per andare a fumarsi una sigaretta (su mio
ordine, non gli era permesso farlo in casa), e disse: O-ho.
Non vi funziona neanche un campanello, disse una
voce di ragazzina.
Beh, grazie per avercelo fatto notare, rispose pap. Io
ero nell'ingresso, dietro di lui e non riuscivo a vedere oltre
le sue spalle.
Sua figlia pu venire fuori a giocare?, domand la
voce.
Chiediglielo tu, e mio padre usc, desideroso di fumare.
Phoebe?  per te.
La ragazza in veranda aveva i capelli biondicci, tagliati a
spazzola, e indossava una dozzinale tutina di spugna. Era pi
alta di me, anche se probabilmente aveva la mia stessa et.
Sai giocare a kickball?, mi chiese.
Certo, risposi, la mia prima bugia nel Massachusetts.
Mi chiamo June. Vivo in quella casa l. Indic la grande
casa verde pisello dall'altro lato della strada. Davanti
non c'era il solito prato, ma una colata di cemento dipinta
a righe gialle, simile a un parcheggio.
Hai fratelli o sorelle?, mi domand.
Le risposi di no.
Beata te. Si scost i capelli e mi rivolse uno sguardo
come di chi porta su di s il peso del mondo intero. Io ne
ho a quintali.
Ci mettemmo a giocare davanti a casa, sulla strada, nel
bel mezzo di una curva. Presto capii le regole base del
kickball, dato che erano le stesse del baseball, che mio
padre mi aveva fatto vedere per prepararmi alle partite dei
Red Sox. Siccome eravamo solo in due a giocare, June
faceva uso di un complicato sistema di giocatori invisibili.
Quelli della sua squadra riuscivano sempre a fare punto, i
miei invece cominciavano a correre, ma diretti chiss dove,
in fuga verso la libert. Mi batt, poi decise che le piacevo.
June aveva solo tre fratelli: uno pi grande, antipatico,
di nome Jeff, e due gemelli, un maschio e una femmina di
nove anni, che si chiamavano Johnny e Jilly. Aveva anche
altre cose che a me mancavano: un ciuffo ribelle, i denti
cariati, due o tre Barbie, un gran numero di parenti che
abitavano insieme a lei, un giradischi e qualche 45 giri
bello lucido, e le mestruazioni. Io invece, mi spieg, avevo
altri vantaggi: i capelli lunghi, un padre che abitava in casa
con noi, una stanza tutta per me. June mi disse che ero
fortunata con un tono che mi convinse di non esserlo.
Dopo il kickball, ce ne andammo al parcheggio del
supermercato in fondo alla strada. Non eravamo ancora
alla fine dell'isolato, quando sentimmo: JUNE, ALZA QUELLE
CAZZO DI CHIAPPE E VIENI SUBITO A CASA!.
La guardai con gli occhi sbarrati, anche se avevo riconosciuto
la voce: la sentivo ogni sera da quando abitavamo l.
Mia madre, spieg June. Mi tocca andare.
Sono contenta che hai trovato un'amica, mi disse mia
madre quella sera, la quinta di seguito al ristorante cinese
La Grande Magia: non avevamo ancora trovato le stoviglie.
Fa la tua stessa classe?.
Credo, risposi. Ero tutta eccitata all'idea di esserle
amica, come quando si fa amicizia con il bullo del quartiere.
Non era tutto perfetto, per. Lei e la sua famiglia vivevano
al piano di sotto, di sopra stava invece la famiglia della
madre, e poi zie e zii di sopra e di sotto. Terry, la madre
di June, mi metteva paura. L'avevo finalmente vista da vicino
quel giorno di ritorno dal parcheggio. Era di un grasso
flaccido, la voce opaca quanto la pelle per tutte le sigarette
che fumava. Una nuova, disse vedendomi. Cos'altro
ci toccher vedere in questo quartiere?. (Sta scherzando,
dovette aggiungere June). Una vistosa camicia a
fiori le lasciava scoperto un pezzo di pancia. Io ero una
bambina sveglia, ma terribilmente puritana: il fatto che
Terry fosse una mamma, come la mia, mi atterriva e mi affascinava
allo stesso tempo.
Allora, Phoebe, disse mio padre, sollevando la sua lattina
di birra, alla nostra nuova citt. Mia madre sollev la
sua Coca Cola, io il mio ginger ale. Le tre lattine piene
scontrandosi fecero un suono sordo e irritante.
Io e June trascorremmo molte giornate nel parcheggio
del supermercato. June mi mostr come posizionare i carrelli
vicino ai blocchi di cemento del parcheggio cos che il
camion-rimorchio che consegnava le merci li investisse nel
fare retromarcia e staccasse il cesto dalle rotelle. A volte
funzionava. Volevamo usarli come go-kart: non curvavano,
erano scomodi, ma le ruote giravano e a quel punto al
negozio non importava se li prendevamo. Poi ritornavamo
a giocare in strada davanti a casa. Ci divertivamo quando
un'auto arrivava dalla parte sbagliata della nostra strada a
senso unico: saltavamo sul marciapiede e urlavamo: SENSO UNICO! a pieni polmoni, contente di sapere qualcosa
che loro non sapevano.
Giocare in strada, mi disse mia madre, era pericoloso.
Io lo sapevo, ma tutto in quel quartiere mi sembrava pericoloso:
mi sentivo come se dovessi imparare un nuovo
sistema di regole. Audacia incosciente. Cos, mentre le
auto passavano, io tenevo sul marciapiede solo i talloni,
dondolando la punta dei piedi sulla strada come faceva
June, e a volte lanciavo sassi ai cerchioni. Oppure saltavo
gi dalla veranda di June e atterravo sul selciato con le ginocchia.
Nessuna azione sembrava abbastanza temeraria.
Cos, un pomeriggio alla fine dell'estate seguii June in casa
sua per la prima volta.
L'ingresso era buio, c'era odore di fumo stantio e di bambini
sporchi. Appeso sul divano malconcio c'era un orologio
a forma di sole, sul tavolino un mucchio di riviste e di
fazzolettini accartocciati. Sentii Terry, la madre di June,
tossire in un'altra stanza.
Mamma ha dei polipi nella gola, disse June. Io annuii.
Una donna mastodontica che indossava un pigiama da
uomo si affacci alla porta. Era bionda, coi capelli tenuti
indietro da due pinze di plastica e da una batteria di mollette.
L'avevo gi vista prima, seduta fuori in veranda: era
la sorella pi giovane di Terry, la zia di June. Dai racconti
di June sapevo che Annette era perfida fino all'osso, ma
guardandola era difficile credere che ne avesse, di ossa. La
pelle, lucida come se fosse tesa oltre ogni limite, sembrava
imbottita di un grasso denso, esplosivo.
Andate a giocare da un'altra parte, ci disse.
 anche casa mia, rispose June.
La donna aggrott le ciglia. Che cosa ho detto?.
Posso rimanere, cara Annette, disse June.
Annette l'afferr per un braccio. Non fare la testa di
cazzo, disse. E non portare qui quelle teste di cazzo delle
tue amiche. Mi diede un pizzico sul braccio.
Considerai la possibilit di scappare via di corsa. Invece
dissi: Ci vediamo dopo, June, e mi incamminai fuori con
nonchalance.
 una famiglia sfortunata, mi disse mia madre quando
quella sera glielo raccontai. Cerca di capire. Mia madre
era convinta che si dovesse provare simpatia per la maggior
parte della gente e compassione per gli altri, cosa che va
bene solo se si ha il carattere giusto. Io non ce l'avevo.
E nemmeno mio padre. Mi consigli di ignorare Annette
o di smettere di giocare con June se la cosa mi dava
cos fastidio, oppure di risponderle a tono. Dille: Sei
improponibile, ma l'aspetto non  tutto, mi sugger per
aiutarmi. Rotto il ghiaccio, June mi invitava di continuo a
casa sua, e Annette era sempre l, sempre stizzita. Una
sera che tornai a casa particolarmente turbata, pap si offr
di parlarle, se pensavo che la cosa potesse essere d'aiuto.
Immaginai mio padre che affrontava Annette con la sua
lista di insulti e rifiutai.
Non volevo pi tornare in quella casa, ma sapevo di
doverlo fare. C' solo una cosa peggiore di aver paura di
fare qualcosa, ed  provarci una volta e arrendersi per paura.
Annette stava con un rozzone di nome Brian, e quando
c'era lui era un po' pi calma: imprecava meno agguerrita e
cercava di farmi lo sgambetto cos svogliatamente che riuscivo
facilmente a farla franca. Brian parlava di rado. Passava
un sacco di tempo ad aggiustare la sua auto di fronte a
casa, con una profusione di piedi di porco e martelli. 
bello, diceva June, ma io riuscivo a vedere solo i brufoli, il
gil di pelle, i capelli neri arruffati. Ripensai a cosa aveva
detto mio padre quando lo aveva visto per la prima volta:
Cos'altro ci toccher vedere, in questo quartiere?.
Mio padre fissava l'auto dalla veranda, sbigottito. Chi
diavolo pu averlo fatto?. Qualcuno aveva staccato il paraurti
cromato, lasciandolo appeso solo a un'estremit.
Penzolava come una corteccia spellata. Quello stesso qualcuno
stava terrorizzando l'intero quartiere. Aveva cominciato con
quelli che all'inizio erano sembrati scherzi di Halloween
fuori stagione (qualche uova spiaccicata sulle macchine, un
bidone d'immondizia rovesciato sullo zerbino), ma poi aveva
continuato con scherzi sempre pi pesanti.
Mio padre era infuriato e credeva fosse colpa di uno dei
due Friel, Jeff o Johnny. Cos testava le sue teorie su di me
all'ora di cena. Visto che June era mia amica, pensava che
io fossi a conoscenza di informazioni riservate.
Deve essere per forza un ragazzo, disse, dal momento
che se la prende soprattutto con le macchine. E deve
essere molto giovane, dato che ha cos poca inventiva.
Pu darsi. Io ero convinta che una tale stupida meschinit
non potesse che venire da Annette. O da Johnny,
che anche sua madre chiamava stronzo di merda, il che
non era tanto un insulto quanto una classificazione scientifica.
Ma mio padre aveva ragione: io ero una ragazzina, e
non ero interessata agli atti vandalici, n miei, n di altri.
Ho un segreto, mi disse June un giorno.
Portava un top che le lasciava scoperta la pancia e si
gratt distrattamente l'ombelico con una scatola di caramelle
al limone. Da un momento all'altro l'avrebbe fatta
scivolare nella tasca dei pantaloncini. Poi anch'io avrei dovuto
fare altrettanto: mi stava dando una lezione.
Le dissi di stare zitta. Non sapevo rubare, ma mi sembrava
ovvio che dovesse essere fatto in silenzio.
Non vuoi sapere cos'?.
Volevo saperlo, naturalmente, ma ero sicura che la vecchia
dietro il banco mi avrebbe beccata da un momento
all'altro. Mi aveva gi accusato ingiustamente una volta,
per cui ora sembrava giusto farlo davvero. Ma da Mac's
anche le caramelle erano polverose e per nulla attraenti.
Phoebe, disse June.
Cosa?, sussurrai. Cosa c'?. Mi misi a esaminare lo
scaffale delle caramelle. Tre ripiani: quelle in basso venivano
cinque centesimi l'una, sei per un quarto di dollaro,
quelle al centro dieci centesimi l'una, sei per mezzo dollaro,
quelle in alto, quindici centesimi l'una, otto per un dollaro.
All'improvviso l'idea di rubare mi angosci, mi sembrava
una cosa cos meschina.
Hai presente mia zia Annette?.
Come se potessi dimenticarmela.
June fece scivolare in tasca le caramelle, si sent un rumore
secco quando toccarono il fondo della tasca. Non 
mica mia zia.
Cos', il gorilla di famiglia?. Afferrai un pacchetto di
Bull's-eyes, che mi facevano schifo.
In realt  mia sorella.
Cosa?. Nella mia limitata capacit di comprendere
come funzionava una famiglia (per quanto negli ultimi
tempi avessi fatto passi da gigante), non credevo che quanto
mi aveva appena detto June fosse davvero possibile.
Mamma l'ha avuta quando aveva quindici anni, prima
di sposarsi, e la nonna l'ha presa con s.
Allora perch il suo nome non comincia per J?, domandai.
La mia domanda mi sembrava di una logica impeccabile,
ma June si limit a sgraffignare un po' di liquirizia.
Andiamocene, dissi.
No. Lo devi fare. Hai detto che lo facevi.
Guardai ancora una volta le caramelle. No.
Ragazze, allora? Non comprate niente?. La vecchia si
sporse dal bancone. Ehi, tu, disse a me. Non ti ho gi
buttato fuori da qui?.
No, risposi.
S invece.
Dunque allora, continu June. Come ti stavo dicendo....
Uscite immediatamente, voi due, disse la donna. Conosco
le vostre madri. Glielo dir.
Ci scusi, disse June. Allora, mi credi?.
Che cosa devo credere?, risposi avvicinandomi alla
porta.
June mi prese per un braccio. Quello che ti ho appena
detto. Devi dirmelo prima che ce ne andiamo.
Sto contando, disse la donna. Uno. Due....
S!, esclamai. Ti credo! Qualsiasi cosa tu abbia detto!.
June mi lasci il braccio. Comunque, non  questo il
segreto. Non  il vero segreto.
Spingemmo la pesante porta di vetro e lasciammo entrare
Ghost, il cane che viveva da Mac's.
Cos', allora?.
June stava gi scartando un lecca-lecca. Che?.
Il segreto, risposi.
Alz le spalle. Sapevo che non me l'avrebbe detto: non
avevo superato la prova. Lanci in aria il pacchetto di caramelle
al limone e lo riprese al volo. Tua madre odia questo
posto.
Lo so.
Scommetto che se ne andr.
Pu anche darsi, abbozzai. Penso che potremmo
tornare a Portland.
No, disse June. Voglio dire, solo tua madre. Potrebbe
lasciare te e tuo padre. Mamma  pronta a scommetterci.
L'idea che June pensasse che mia madre fosse tanto
volubile da preferire l'Oceano Pacifico a me, mi offese a
morte. E mi fece anche paura, dal momento che certe notti
anch'io sognavo di tornare nell'Oregon in autostop e di
affidarmi ai miei tranquilli ex vicini con il loro pane fatto in
casa. E poi Terry aveva detto questo? Era una stupida, non
aveva il diritto di parlare di me e dei miei genitori.
Tua madre  grassa, dissi.
E con questo?, rispose June. Il lecca-lecca le aveva
tinto di rosa le labbra. Le caramelle al limone sbattevano
nella scatola mentre lei la lanciava sempre pi in alto.
Tu non sai niente di niente, ribadii.
June rise. Senti chi parla, tonta.
Il vandalismo continu, sempre peggio. Qualcuno incise
parolacce sulla carrozzeria di tutte le auto del quartiere,
poi incominci a rivolgere il proprio interesse alle case,
frantumando le finestre e sradicando gli steccati. Pap aveva
ragione. Si trattava di atti criminali inconsulti, apprezzabili
soltanto per l'assoluta assenza di preferenze. Mio
padre cominci ad alzarsi nel mezzo della notte per fumare
sulla veranda.
Solo per dare un'occhiata fuori, diceva.
Intanto, come se non bastasse, qualcuno si era messo a
picchiare June. Cominci tutto con dei lividi sulle sue
braccia candide, cosa che, mi dispiace dirlo, mi riemp di
soddisfazione: Annette e June, quando vincevo a un gioco
da tavola, mi facevano venire gli stessi segni. Un giorno,
per, arriv con un occhio nero. Un altro, con un labbro
spaccato.
Cos' successo?, domandai.
Lo sai, rispose. Era una risposta che mi bloccava, perch
capivo che aveva ragione: avrei dovuto saperlo. Una
volta ero stata intelligente e capivo le cose. Ma ora non pi.
June trov una copia di La valle delle bambole nella
stanza di Annette, e io decisi che probabilmente era successo
questo: Annette aveva immaginato chi l'aveva presa,
ma June, testarda, si era rifiutata di confessare. Il libro era
consumato nelle parti pi oscene prima ancora che noi ci
mettessimo mano: si apriva da solo sempre l. Ci piaceva
soprattutto una scena ambientata in una piscina.
Senti, e June mi leggeva ad alta voce: Oh Ted, no,
nell'acqua no, poi, con voce roca, Perch no? L'abbiamo
fatto in ogni altro modo possibile.
Quella frase mi prendeva allo stomaco. Ogni altro
modo. Non riuscivo a immaginare molti altri modi: a dire
il vero, se non fosse stato per La valle delle bambole, non
sarei stata in grado di immaginarne neanche uno. Sapevo i
dettagli fisici, ma non che certe cose solitamente si facessero
a letto. Questa informazione non faceva parte delle
spiegazioni di mia madre: e allora l'uomo lo infila l, come
se stesse mettendo un litro di latte in frigorifero.
Un giorno, dopo aver letto quella scena tre volte, June
disse: Possiamo farlo anche noi.
Non abbiamo una piscina, dissi io prudentemente.
No, scema, disse. Vieni qui.
La seguii nella camera da letto che condivideva con la
madre, che era andata di sopra a trovare i genitori. Fuori,
attraverso una piccola finestra, si vedeva un tramonto che
assomigliava all'occhio pesto di June. Riuscivo anche a
vedere mio padre che sorvegliava la strada fumando in
veranda. June accese una lampada. Ai cassetti mancavano
quasi tutte le maniglie, il letto di Terry era un fagotto di
lenzuola e mutandoni di nylon. La rete di June era stata
richiusa e infilata in un angolo.
June sal sul letto della madre. Okay. Io sono la donna
e tu sei l'uomo.
Non voglio fare l'uomo, obiettai. Nei giochi che conoscevo,
le parti migliori erano sempre quelle femminili.
Si distese. Vieni sopra di me.
Seduta?.
Siediti qui, mi disse, e si tocc le tasche davanti dei
pantaloncini. Io le salii sopra e mi sedetti di traverso. June
mi prese una caviglia e mi gir per mettermi a cavalcioni
sopra di lei.
Adesso, disse. Fai finta di essere pazzamente innamorato
di me.
Come?.
Mi disarcion con una sgroppata. Ero cos minuta che
quasi volai via, ma mi sentivo fin troppo grande. Abbastanza
da farle male col mio peso, troppo vicina al soffitto,
sempre pi grande, ogni minuto di pi. Era un'orribile
sensazione, e dissi: Non voglio giocare.
Stiamo facendo sesso, disse June.
No, che non lo facciamo. Non sono cos scema.
Okay, stiamo facendo finta. Continua.
Non so cosa fare, dissi.
S che lo sai.
Le rivolsi uno sguardo ebete, vacuo.
Tir un sospiro, come faceva ogni volta che mi spiegava
qualcosa, il kickball, il ciuffo ribelle.
Okay. Togliti e stenditi.
Ubbidii, e lei si mise sopra di me.
Sei cos carina, mi disse. Per un attimo pensai che lo
dicesse sul serio (lo aveva detto nel solito tono scontroso),
ma vidi la sua espressione sognante e capii che stava fingendo.
Spegni la luce, sussurrai.
Lei rispose: Voglio guardarti. Questo era un passo di
La valle delle bambole, e sapevo che l'aveva detto per convincermi.
Ma aveva gli occhi chiusi, quello sano e quello
nero, che stava diventando verdastro. Riuscii a raggiungere
l'interruttore e a spegnere la lampada, con l'unico risultato
di far sembrare ancora pi forte la luce del salotto.
Chiudi la porta, dissi.
Non c' nessuno. Spalanc le braccia e le agit in
aria. Pensai che stesse facendo un incantesimo. Poi disse:
Hai delle gran belle tette.
Scoppiai a ridere. June cerc di aprire l'occhio nero,
ma non riusc ad alzare la palpebra abbastanza da sembrare
arrabbiata, cos la richiuse e si risistem a cavalcioni.
All'improvviso si distese su di me, bacino contro bacino,
gambe sulle gambe, anche se i miei piedi le arrivavano agli
stinchi. Affond il volto nel mio, e ancora oggi, a volte,
quando bacio un uomo,  il viso di June che vedo, e mi
sembra un peccato che tutti si assomiglino cos tanto da
vicino, ma  ovvio che sto temporeggiando, perch non 
vero. Era una ragazzina con una crosta sul labbro, la faccia
livida, gli occhi gonfi, e pensavo che dovevano farle male.
Scosse un po' le anche.
June, dissi, con un buco nello stomaco. Da quando ero
arrivata a Watertown, mi sentivo una stupida, perch c'erano
troppe cose che non sapevo. Prima ero un po' presuntuosa,
convinta com'ero di aver sempre saputo tutto: ricordavo
le lezioni, ma non chi me le aveva date. Improvvisamente capii
che ci sono cose che non si imparano da soli.
Come fai a sapere come si fa?, domandai.
Lo sai, rispose.
No. Dimmelo.
Brian, mi sussurr all'orecchio. Lo far vedere anche
a te, se vuoi. Mi ha detto di non dirlo a nessuno, ma
scommetto che lo farebbe anche con te.
Ero inorridita, paralizzata. Il viscido ragazzo di Annette.
Non lo avevo mai sentito dire nulla, pensavo che fosse
innocuo, forse la sola persona innocua in quella casa.
June apr gli occhi, entrambi con le palpebre socchiuse.
Penso, disse, penso che dovremmo toglierci i vestiti.
Non avevo mai sentito June esitare quando proponeva
qualcosa. La cosa mi rese audace.
Voglio andare a casa.
Mi teneva ancora inchiodata al letto. Phoebe, disse.
Non era l'uomo che parlava alla ragazza, era June, sola,
nell'oscurit. Le sfiorai la testa e sentii un'altra crosta tra i
capelli. Mormorai: Non lo voglio fare.
Rotol via e sbuff. Dovevo immaginarlo, disse, tornando
la vecchia June. Poi si sedette e si pettin i capelli
con le dita. Aveva una canottiera rossa e quando lasci
cadere il braccio una bretella le scivol gi dalla spalla.
Cosa sta cercando tuo padre?, domand, facendo un
cenno con la testa verso la finestra.
Io mi alzai e mi avviai alla porta. Non lo so. Quello
che sta rovinando le case e le auto.
Beh, disse, tirandosi su la canottiera per grattarsi,
guardandomi per un istante, tanto non mi prender mai.
Cercai di incrociare ancora il suo sguardo senza dire
nulla, ma non ci riuscii. Quando dissi: June, lei mi guard
fisso e si sfreg la spalla, e capimmo entrambe che era
una minaccia. Non c'era pi nulla da dire.
Quando uscii di casa, Brian e Annette stavano bevendo
qualcosa in veranda. Mi fermai sulla soglia, li odiavo.
Ehi rincoglionita!, inton Annette. Testa di cazzo.
Ti sei divertita?.
Partii cos in fretta che il mio piede nemmeno tocc la
sua gamba tesa.
Quella notte, a letto, mi toccai il bacino dove si era distesa
June. Non volevo pensare a quel pomeriggio, perch
ogni volta mi chiedevo se Brian e Annette non avessero
sbirciato dalla finestra. A volte pensavo: forse non ci hanno
visto. Altre volte mi dicevo: fortuna che non mi sono
tolta i vestiti. Non pensavo a June che mi aveva detto che
mio padre non sarebbe mai riuscito a prenderla: pensarci
aumentava il rischio di parlarne, e parlarne mi avrebbe
messa in pericolo, ne ero sicura.
Il mattino seguente ci dissero che erano stati uccisi tre
gatti nel quartiere, tutti quanti strangolati con uno spago.
La vigilanza di mio padre non pagava, mia madre pensava
che se la fosse presa troppo. Ci nonostante, pap
cominci a dormire sul divano, nella speranza di sentire i
passi. Speranza ridicola, dal momento che aveva il sonno
pesante, e russava. Quella notte, quando uscii in pigiama,
non si mosse nemmeno.
Non ero mai stata fuori da sola di notte. Sentii un'auto
passare nella strada in fondo all'isolato e poi solo degli
scatti sommessi, provenire dai lampioni o dalle linee elettriche.
Anche da Mac's era tutto spento, e chiudeva solo
quattro ore, dall'una alle cinque di notte. Le luci delle case
erano tutte spente. La strada, almeno lei, stava dormendo.
Presi un piede di porco dal cortile dei Friel, mi spostai
qualche centinaio di metri e iniziai a rotearlo. Gracile com'ero,
non riuscivo ad alzarlo abbastanza da raggiungere i
parabrezza appena riparati o gli specchietti retrovisori: andai
dritta alla carrozzeria. La sbarra era abbastanza pesante e
acuminata da lasciare profonde ammaccature e lunghi tagli
nella vernice. Dopo un po' incominciarono a dolermi le
braccia. Abbandonai il piede di porco sul marciapiede.
Era cos che si sentiva June? Gettai una manciata di
sassi contro una macchina: rimbalzarono per terra senza
colpo ferire. La verit era che non sapevo esattamente
come mi sentivo. June aveva dei segreti, questo solo pensavo.
Allo stesso tempo, ero furiosa con lei per avermeli confidati,
per averne affidato uno anche a me. Colpii a mani
nude uno specchietto retrovisore, gli diedi una botta con il
palmo. Niente. June in questo era migliore di me, anche in
questo. Diedi un calcio alla rete di una recinzione e la
ascoltai vibrare.
Mentre mi appoggiavo alla rete cercando di deformarla,
mi chiedevo cosa spingesse una persona a fare una cosa
del genere. La stavo facendo, e ancora non capivo. Forse
se avessi potuto farlo per pi di una notte avrei capito, ma
mi beccarono, ovviamente. Non solo mio padre, ma anche
alcuni vicini e un poliziotto che, dopo l'uccisione dei gatti,
aveva deciso che era ora di pattugliare il quartiere.
Mi consegnarono a una squadra di psicologi, che credevano
di aver capito perch avessi confessato tutto, tranne i
gatti. Non era disgusto o paura per me stessa, ma mero
amore per i gatti. Non volevo che i miei genitori mi proibissero
per sempre di averne uno.
Ero a terra, naturalmente: non tanto per la punizione,
ma soprattutto perch i miei genitori credevano che avessi
costantemente bisogno di amore, prediche, merende. Mia
madre mi guardava con occhi tristi, sicura di essere lei la
causa che mi aveva portato a fare cose tanto deprecabili:
pensava fosse stata la sua ambivalenza nei confronti del
nuovo quartiere a farmelo odiare.
Invita qui i tuoi amici, diceva. Chiedi a June di venire.
Ma June l'avevo perduta. Non voleva pi parlare con
me, n vedermi. A volte la vedevo in fondo alla strada. La
riconoscevo subito: nessuno camminava come lei, con le
gambe divaricate e le mani nelle tasche didietro. Correvo a
raggiungerla, ma non la trovavo pi.
Cominciai a far visita a Terry, la madre di June. Era l'unica
a trattarmi come prima, forse le sembrava naturale
che tutti i ragazzi finissero male, prima o poi. Sedevo con
lei in veranda mentre beveva, e lei mi raccontava i pettegolezzi
del quartiere. La vecchia che abitava dall'altra parte
della strada aveva fatto dormire il marito in veranda, la
cicciona della porta accanto era rimasta incinta. Pensavo
di essermela guadagnata, di fare ormai parte del quartiere
e forse anche della famiglia, e che June avrebbe finito col
riconoscerlo. Saremmo state sorelle, come lei stessa aveva
suggerito nel caso mia madre avesse lasciato Watertown.
Ma alla fine Terry mi disse che non dovevo stare da lei
cos tanto, perch June non tornava a casa finch io ero
nei paraggi.
Senn rimane fuori tutta la notte, disse Terry. Magari
le piace pure. Ma sai, lei  mia figlia e tu hai i tuoi genitori
e la tua casa.
Vorrei poter dire che le cose andarono bene a June, che
l'avevo in qualche modo salvata. Ma mi presi una colpa
che non meritavo e di conseguenza ebbi attenzioni che
non mi spettavano: tutta quella gente che mi chiedeva cosa
non andava, cosa mi aveva spinto, alla fine mi fece sentire
amata e interessante. Tutto ci spettava di diritto a June.
Solo a sedici anni capii che forse lei avrebbe potuto averne
bisogno, e ancor pi tardi mi resi conto che forse non
avrebbe ricevuto lo stesso trattamento, perch lei era lei e
io ero io. Perch i suoi genitori non erano i miei.
L'anno seguente lei and alle medie del quartiere e io
venni mandata in una scuola dall'altra parte della citt
(Un cambiamento d'aria, lo chiam mio padre), e quando
ci incontravamo non dicevamo nulla, andavamo dritte
a casa.
A volte sognavo di traslocare ancora, cos avrei potuto
rivivere la scena della partenza da Portland che ancora
ricordavo tanto chiaramente: una bambina al finestrino
posteriore di un'auto, un'altra sul marciapiede, che in lacrime
si scambiavano promesse. Ero sicura che, se avessi
lasciato Watertown, io e June avremmo potuto essere di
nuovo amiche. Ma entrambe continuammo a crescere l, io
andai al college e June rimase incinta e si spos. Ora i
negozi di un tempo non ci sono pi, i vecchi edifici stanno
andando in rovina e al loro posto spunta un ristorante italiano
dopo l'altro. Ma quando torno a trovare i miei genitori,
vedo ancora June e i suoi due bambini, anche se del
marito non c' traccia. Credo che sia lei che vedo seduta in
veranda, immersa nell'oscurit, che con una sigaretta tra le
labbra sorseggia l'aria della notte.

 SEGRETARIO DI STATO.

I.
Benny, Fannie, Rosey, Mosey, Abie, Libby, Idy, Sadie,
Essie: i Barron al gran completo in ordine decrescente di
et, con mia madre, la pi piccola, in coda. Era lei la pi
veloce nel recitare quella sfilza di nomi, finch arrivavano
a confondersi e a sembrare le parole di una poesia, di una
filastrocca, di un ritornello: da Benny a Essie in due secondi
netti. Che importava se zio Abraham era sempre stato
chiamato Bram e mai Abie, o se zio Mose non sopportava
quella y vezzosa alla fine del suo nome: lei li ripeteva di
corsa tutti in fila, ogni nome una base da guadagnare per
fare il giro completo del campo. Come se temesse che, nel
caso si fosse dimenticata di dirne uno, il fratello o la sorella
in questione avrebbe potuto scomparire, o, ancor peggio
ma pi verosimilmente, scoprirlo e aversene a male.
Un toc-toc improvviso alla finestra della cucina, un volto
accigliato e familiare premuto contro il vetro.
Erano capaci di tutto, i Barron.
Non erano tanto seccati perch mia madre aveva sposato
un inventore, quanto piuttosto perch non aveva sposato
Thomas Alva Edison in persona. Del resto, se Edison fosse
venuto a chiedere in sposa la piccola Essie, i suoi fratelli e
le sue sorelle avrebbero trovato da ridire anche su di lui.
Effettivamente, mio padre, come la maggior parte degli
inventori, non era una persona di successo. Ma neanche
un fallito, visto che le cose che inventava di solito funzionavano.
La mia infanzia fu piena di piccole comodit escogitate
da lui: portariviste girevoli, un'infallibile paletta per
il gelato, mobili che si ripiegavano a libro. Anche cose
grandi. Quando da giovane lavorava per la Eli Lilly Farmaceutici,
invent un anestetico per cardiopatici che viene
utilizzato ancor oggi, ma siccome era un dipendente, non
ne ricav n denaro n riconoscimenti. Questo fu una
grande tragedia per la famiglia di mia madre, che riteneva
la stima degli altri indispensabile nella vita. Solo mio zio
Ellis (Barron acquisito) ammirava pap esclusivamente per
le sue capacit di inventore. Ogni volta che vedo tuo padre,
mi disse una volta, penso: quest'uomo ha salvato
pi vite di chiunque altro io conosca.
Nonostante l'evidente predisposizione di mio padre per
le invenzioni salvavita, mia madre, spinta dalla sua famiglia,
lo convinse a lasciare l'impiego di chimico. I Barron,
zii e zie, organizzavano votazioni su qualunque cosa. Quale
politica estera dovevano adottare gli Stati Uniti? Quali
film meritavano maggior successo? Sacco e Vanzetti erano
colpevoli o innocenti? A differenza di Lyndon Johnson o
di John Wayne, mio padre ebbe il buon senso di prendere
in moglie una Barron, e di conseguenza l'obbligo di seguire
i consigli della famiglia. Ancora oggi, a volte, mi capita
di pensare di aver avuto dieci genitori divisi in due squadre:
mio padre da una parte e i Barron dall'altra. Il mio
bagaglio di conoscenze pratiche deriva interamente da
pap: lui mi ha insegnato a cucinare, a prenotare
telefonicamente un biglietto aereo, a montare le veneziane o aggiustare
una lampada, a guidare, a stirare e a preparare un
pasto bilanciato. L'alfabeto, l'algebra, il risparmio, li ho
imparati da lui. Mia madre, da parte sua, mi ha imbottito
di filosofia Barron. Si deve essere coraggiosi, onesti a tutti
i costi, brillanti e spiritosi e divertenti. Ma i Barron non mi
hanno mai detto come mettere in pratica quei loro consigli,
e da mio padre ho ereditato le capacit di un uomo
modesto.
La maggior parte degli zii e delle zie vivevano vicino a
Chicago, vicino a noi, dove erano cresciuti. Solo un paio si
sparpagliarono per il paese: zio Bram a Indianapolis, dove
faceva il medico, Ben a St Louis, zia Libby, che aveva sposato
un dentista matto, nel Vermont. Zii e zie erano convinti
che solo i matti potessero vivere nel Vermont. Ogni
tanto qualcuno faceva una toccata e fuga da zia Libby e
ritornava con la valigia piena di racconti sul Vermont: tutta
gente strana e taciturna, cibi immangiabili e da selvaggi,
e poi tutto quel verde, come se l'intero stato, troppo a lungo
trascurato, avesse finito coll'andare a male. Togliete di
mezzo tutte quelle montagne e quegli alberi, dicevano
agli indigeni, e vi insegneremo come si fa un perfetto
uovo alla coque. Vi rimetterete in pari in quattro e quattr'otto.
Nessun fratello o sorella di mia madre aveva famiglie
numerose, solo uno o due figli, a parte Libby nel Vermont
che ne aveva tre. Ovvio: anche se tra loro andavano d'accordo,
penso che si sentissero in qualche modo defraudati.
Immagino la loro prima notte di nozze, la mogliettina o il
giovane marito che dice: Voglio un sacco di bambini, anche
tu?, e il Barron, lasciando da parte ogni romanticismo:
Tesoro, lascia decidere a me che ho esperienza.
Meglio di no.
Tuttavia, la famiglia rimase unita. I Barron si radunavano
ogni domenica per dare il via a una discussione-dibattito
con relativo rinfresco. In quell'occasione gli zii e le zie
mettevano il vestito della festa, anche se non erano degli
elegantoni. Apprezzavano i buoni affari e i bei vestiti, ma
c'era sempre qualcosa di stonato nel loro modo di portarli.
Non credo che mia madre abbia mai indossato una maglia
che non le andasse un po' troppo stretta. Zia Sadie, pelle e
ossa com'era, prediligeva rigorose sottane scure che la
facevano sembrare un ombrello rovesciato da una raffica
di vento. Le camicie fantasia di zio Mose conservavano
quasi sempre le pieghe che avevano preso nel cassetto: zio
Mose era approssimativo, sgargiante e vertiginoso quanto
una dettagliatissima carta geografica.
Di tutti i suoi parenti, era a Ida che mamma era pi affezionata.
Zia Ida aveva tutto come la mamma, solo di pi.
Era pi pesante, ma con lo stesso seno grosso e le stesse
gambe secche, e gracchiava di continuo con lo stesso tono
nasale che in mia madre si sentiva appena. Era ancora pi
apprensiva e dava voce a ogni pi piccola paura che mia
madre riusciva a tenere per s.
Ida si era occupata di mia madre quando erano piccole:
a ogni Barron grande era stato affidato un Barron pi piccolo.
Ida, ansiosa anche da piccola, almeno una volta al
mese si alzava nel cuore della notte, vestiva mia madre e la
portava fuori. Non che avesse sentito odore di fumo, si era
semplicemente ricordata che c'era sempre pericolo di un
incendio.
Forse poteva scoppiare un incendio, forse poteva morire
qualcuno, ma di certo dimenticarsi una scarpa slacciata
equivaleva a cadere e rompersi il naso. Ida non era pessimista.
L'apprensione era il suo credo, E se era il mantra
che teneva lontana ogni catastrofe. E se e Conoscevo
uno che e Me lo sento. E mia madre era stata una
buona allieva. In tutte quelle notti trascorse sull'erba umida,
aveva imparato la lezione. Poteva scoppiare un incendio,
ma non scoppiava mai. Evidentemente avevano fatto
bene.
Il giorno che mio padre decise che ne aveva abbastanza
dei Barron era una domenica come tante. Zia Ida ci accolse
alla porta.
Sophie, cara, mi chiese subito, vuoi del gelato?.
Aveva il freezer costantemente stracolmo di gelato, ed era
ossessionata dal pensiero di sbarazzarsene.
No, grazie, risposi, perch c'era mia madre e io in
teoria ero a dieta, anche se questo per mia madre significava
farmi rifiutare qualsiasi cosa che non mi fosse offerta
direttamente da lei. Cos finivo per mangiare solo il doppio
della maggior parte della gente.
Certo che ne vuoi un po', insistette zia Ida.
No, davvero.
Zia Ida guard fisso mio padre, come se stesse cercando
di capire chi fosse. Infine disse: Entra, Frank. Ci avviammo
in salotto.
Non le importava niente, stava dicendo zia Rose.
Ha semplicemente sbattuto quella povera donna fuori di
casa, col bambino e tutto.
Che donna senza cuore, disse zio Mose.
Senza cuore, s, ecco com'era, intervenne mia madre,
togliendosi la giacca.
Com'era chi?, domandai io.
La moglie di Abramo, rispose mia madre. Sara. Nella
Genesi.
Mio padre era ancora sulla porta. Di solito si rifugiava
in cucina con lo zio Ellis, il marito di Ida. Sembrava intento
a studiare il percorso pi sicuro attraverso quel campo
minato. Stavo per avvicinarmi a lui (io stessa mi sentivo
sempre un po' in pericolo), quando zia Ida mi diede un
colpetto sulla spalla.
Vuoi del gelato?, mi chiese di nuovo.
No, grazie, risposi.
Mio padre mi guid in cucina, o forse io guidai lui. Zio
Ellis era seduto l, che leggeva un giornale giocherellando
con un mazzo di carte. Si era rassegnato a essere dirottato
in cucina, ma si rifiutava di farsi cacciare del tutto fuori
dalla porta di casa.
Ciau ciau, mi disse. Mio padre si sedette di fronte a
lui.
Ho del gelato variegato e del sorbetto, disse zia Ida,
affacciandosi alla porta della cucina.
Sophie non vuole nessun gelato, intervenne mia madre
dal salotto.
Lasciala decidere da sola, rispose zia Ida. Pensi che
le faccia bene essere sempre guidata da te? Cosa succeder
quando si sposa?. Mi guard, la faccia seria, come se questa
fosse per me una vera prova di carattere. Quale vuoi?.
Nessuno dei due, risposi.
Visto?, fece mia madre.
Cos'altro poteva dire?  educata, non vuol far arrabbiare
sua madre. Magari pi tardi.
Sentii la voce di zia Sadie: Rose, ne hai dette tante di
sciocchezze in vita tua, ma questa  la pi grossa.
Oh, per amor del cielo, esclam Rose.
Cosa?, chiese zia Ida.
Rose, disse zia Sadie, dice che Manet  pi bravo di
Monet.
Monet, aggiunse zia Rose,  solo un bluff.
Zio Ellis scosse la testa. Il matrimonio, mi disse, e
rise. Tua zia Ida vuol sapere quando ti sposerai? Guarda
me. Cominci a mescolare le carte. Sei convinto di aver
sposato una donna, e salta fuori che ne hai sposate una
mezza dozzina.
Ellis, disse zia Ida.
A me non mi hai sposata, sbrait zia Sadie, che era
rimasta zitella. Se me l'avessi chiesto, avrei risposto di no.
Una mezza dozzina di belle ragazze, continu zio Ellis.
E una ragazza carina come te, Sadie? Un uomo affascinante
come me? Non essere cos sicura di quello che
avresti risposto.
Non dire stupidaggini, intervenne zia Ida. Mi appoggi
qualcosa di freddo sul braccio.
Cos'?.
Mi guard con un sorriso innocente.  il gelato che mi
hai chiesto.
Zio Ellis cominci a dare le carte.  la solita domenica,
disse. Pos il mazzo, poi si allung verso mio padre e
gli sfior una mano con la punta delle dita. Non preoccuparti,
Frank, disse. Un altro paio d'ore e anche per oggi
 andata.
I Barron non giocavano a carte: distoglievano troppo
dalla conversazione. Io restavo in cucina con Ellis e pap,
contenta di ascoltare il solito mishegoss dei Barron nella
stanza accanto. Non so perch, ma mia madre mi piaceva
di pi quando era con la sua famiglia: era pi brillante e
vivace di quanto non lo fosse a casa e quando si scaldava
diventava bella, le si infiammava il viso e io ne ero elettrizzata.
A volte mi faceva sedere sulle sue gambe e mi passava
distrattamente una mano tra i capelli. Non si innervosiva
mai. Al ritorno da casa di Ida, gi ne sentivo la mancanza,
sapendo che per un'altra settimana non l'avrei pi vista
cos. In quei momenti era come se una luce la facesse
risplendere e illuminasse tutti i lati oscuri del suo carattere.
Sentii zia Ida che diceva: Siamo molto preoccupati per
Tillie.
Di solito, mamma e zia Ida facevano questo gioco da
sole, quando Ida e mia cugina Tillie venivano a trovarci.
Sceglievano una preoccupazione e incominciavano a parlarne.
Dapprima erano serie, ma dopo un po' la conversazione
prendeva una strana piega. Tillie sta troppo china
sui libri? Sposer un gobbo. Le mie sfrenate abitudini alimentari?
Scappo e finisco a lavorare in un circo come
donna cannone, mangiatrice di spade e piccola cannibale,
La Ragazza che Ingoia di Tutto. Tillie viene investita da
un'auto, sopravvive, ma le rimane CADILLAC stampato in
fronte vita natural durante. Io non trovo marito cos alla
fine apro un museo della sporcizia e sto sulla porta ad attirare
i passanti.
In quel modo le nostre madri tenevano lontana la sfortuna,
dicendole: Le nostre bambine non fanno per te,
non troveresti niente qui. Lo avevano imparato dal padre
che, quando andava a scuola a iscrivere i figli, non voleva
mai dire quanti erano: contarli portava sfortuna, e se qualcuno
stava ascoltando poteva pensar male. Molti, diceva.
Diciamo abbastanza.
Quel giorno guardavano nel futuro di Tillie, che era
intimorita dai ragazzi a scuola. Pensava fossero brutti e
maneschi. Ben presto si pass a fare previsioni sulla sua
vita sentimentale. Zia Ida paventava il fatto che Tillie
avrebbe sposato il primo uomo che si fosse mostrato gentile
con lei. Mi trasferii in salotto: mi piaceva ascoltare le
disgrazie di Tillie. Aveva quattro anni meno di me, un po'
smorfiosa, avara, e molto, molto carina.
Zia Ida disse: Tillie si innamorer di un suonatore d'organetto.
Di quelli con la scimmietta.
Italiano, aggiunse mia madre.
Italiano, continu zia Sadie, e vecchio.
Zio Mose si sedette pi dritto. Anche la scimmia. Molto
vecchia. Una scimmietta avanti con gli anni.
Ma ama Tillie con tutto il cuore....
Il suonatore d'organetto, vuoi dire, precis mia madre.
S, certo, assent zia Ida. La scimmietta se ne frega
di Tillie. Anzi no: la odia. E morde anche.
Di male in peggio, disse mia madre. E il suonatore
d'organetto non  neanche bravo.
Zia Ida guard mia madre. Come si fa a non essere
bravo a suonare l'organetto?.
Non ci mette il cuore. Non  allegro. Era il mestiere
del padre.
Un tragico suonatore d'organetto, comment zio Mose.
Ovvio.
E cos, continu mia madre, dal momento che si
amano, si sposano. Ma non fanno un soldo.
Tillie si alz all'improvviso. Basta, disse.
E poi..., disse zia Ida.
Non  vero, disse Tillie. Si arrampic in braccio alla
madre. Non lo far mai. Povera Tillie. Avevo la netta
impressione che mentre io ero vista come una che si sarebbe
rovinata a causa delle proprie pessime abitudini e del
suo cattivo gusto, Tillie sarebbe semplicemente andata alla
deriva di sfortuna in sfortuna, accettando infime proposte
di matrimonio e cadendo nelle mani di gentaglia tutt'altro
che raccomandabile.
Per piacere, disse a mia madre e a zia Ida, come se
pensasse che volessero davvero farle fare quelle cose. Ma
loro non riuscivano a fermarsi: se avessero lasciato la storia
a met, prima di arrivare al peggio e all'inverosimile, il
malocchio alla rovescia non avrebbe funzionato. Tillie fu
costretta a vedersi spinta sull'orlo del disastro e ancor oltre,
come un milione di altre volte. Poteva scoppiare un incendio,
e c'era un solo modo di impedire che accadesse.
Tillie si rannicchi in grembo alla madre, cercando di
ispirare compassione e tenerezza, ma zia Ida si limit a
carezzarle i capelli e a offrirle del gelato, mentre continuava:
E allora la scimmietta muore, tragedia, e loro sono
talmente poveri, e Tillie  talmente magra che deve indossare
il completino rosso della scimmietta. E alla fine la seppelliscono
vestita cos, visto che quello era il suo abito
migliore.
Mammaaaa, gemette Tillie.
Un bellissimo completino, aggiunse zia Ida. La
scimmietta l'aveva indossato una volta sola.
Mio padre detestava ascoltare questi discorsi almeno
quanto Tillie. Lo vidi avviarsi accigliato verso la porta.
Mio padre era bello come un divo del cinema: questo dicevano
i Barron, anche se detto da loro sembrava quasi una
pecca. Ora i suoi capelli scuri erano pettinati da un lato,
gli occhi azzurri si erano fatti seri. Era gi abbastanza
grave che Ida ed Esther parlassero di cose del genere
quando erano sole. Ma qui, con tutti quanti... Fece un
cenno a mia madre per attirare la sua attenzione e le disse:
Esther.
Mia madre gli fece un cenno di rimando, ma zia Sadie
stava parlandole e le aveva preso il polso per reclamare la
sua attenzione.
Le ragazze sono cos sensibili, disse zia Ida, con Tillie
ancora rannicchiata in grembo.
Alcune s, disse zia Rose.
E allora?, disse mio padre. Si schiar la gola. Che
colpa ne ha lei?.
Ecco, rispose zia Rose.  proprio cos che si viziano
i bambini.
Zia Sadie, seduta all'altro capo della stanza, disse: Spesso
gli uomini non ci sanno fare con le figlie.
Non tutti gli uomini, interloqu zio Mose.
Non tutti, ma alcuni s. Se non si  cresciuti tra le donne,
spesso non si sa come prenderle.
Voltarono le spalle a mio padre e cominciarono a discutere
su cosa potesse indurre un uomo a comportarsi cos,
senza degnarlo pi nemmeno di uno sguardo.
Suppongo che quelle lugubri profezie avrebbero potuto
spaventare anche me come spaventavano Tillie e mio
padre. Ma se riguardavano il futuro di Tillie, che mi stava
alquanto antipatica, le trovavo gustose e divertenti. Se il
futuro in questione invece era il mio, non riuscivo a credere
di essere davvero la protagonista di quelle storie, non
pi di quanto credessi ai trucchi con le carte che mio
padre a volte mi mostrava. Era la magia Barron. Quelle
storie parlavano di una ragazza orfana di padre che per
caso aveva il mio nome, il mio volto e tutte le mie cattive
abitudini. Curatrice di un museo della sporcizia? Riuscivo
a immaginarmelo questo museo, i suoi cumuli di argilla
rossa della Georgia, di shmiitz cittadino, stracci, fango,
catrame, briciole. Li avrei custoditi con amore.
In ogni caso ero sicura che mio padre mi avrebbe salvata
da un futuro spiacevole. Forse era proprio quella una delle
ragioni per cui mia madre faceva quel gioco: vedeva che
cominciavo a preferire mio padre, e spedirmi sulle cascate
del Niagara dentro un barile era l'unico modo che conosceva
per attirarmi a s. Nell'attimo immediatamente precedente
la catastrofe, era lei la mia unica speranza al mondo.
In auto, mentre tornavamo a casa, mio padre disse: Lo
devi proprio fare?.
Cosa?, domand mia madre.
Quelle terribili profezie, rispose pap. Non le sopporto.
Sono morbose. Non capisco come puoi dire certe
cose.
Mia madre si volt a guardarlo. Devo allenarmi.
Svoltammo nella nostra strada. Ma perch?.
Mia madre pos entrambe le mani in grembo, tenendo
gli occhi bassi. Io e Ida amiamo le nostre figlie, disse.
Immaginare le cose peggiori che possano capitare loro...
 la cosa peggiore che possa capitare a noi. Se riusciamo a
prevedere tutte le disgrazie possibili, possiamo riuscire a
superarle. Si volt verso di me, seduta dietro. Mi spezza
il cuore dire certe cose, sai.
Mio padre imbocc il vialetto e spense la macchina.
Esther, Esther, sospir, guardando davanti a s. Perch
mai devi spezzarti il cuore con le tue stesse mani?.
Una volta a casa, riprendemmo ognuno la propria postazione.
Pap and in cucina, io gi nel seminterrato, e mia
madre si rifugi nella sua stanza. Mentre leggevo distesa sul
pavimento, mio padre apparve sulle scale all'improvviso.
Scese lentamente, sprofondato nei suoi pensieri.
Forse dovrei fare il bucato, disse, prendendo un flacone
di detersivo da una cesta di panni sporchi. Sembrava
sempre che ogni cosa che faceva gli fosse appena venuta in
mente. Sapone, amido, candeggina. Non bisogna mescolare
la candeggina con l'ammoniaca, Sophie. Le esalazioni
sono letali. Accese la lavatrice. Poi vag per il seminterrato
in cerca forse di calzini spaiati, un lavoretto per tenersi
occupato. La lavatrice sciacquava e sussultava. Di tanto in
tanto pap si fermava e mi picchiettava il sedere affettuosamente
con la punta della scarpa.
Cammin fino all'altro capo della stanza e sbirci fuori
attraverso una delle finestrelle in alto, da cui non si vedeva
altro che la griglia di alluminio che riparava il vetro, qualche
sasso, il bordo del vialetto.
Tua madre, disse, dovrebbe prendere la patente.
Perch?, gli domandai. Mamma non aveva mai imparato
a guidare. Era una delle tante cose di cui si occupava
mio padre. Lui trattava mia madre con la deferenza che si
concede solo ai grandi pensatori.
Beh. Giochicchi con la tendina della finestra, poi la
lasci cadere. Penso che dovreste andare da sole a casa di
Ida d'ora in poi. Io non sono un ospite gradito.
Non  vero. Mi rizzai a sedere e chiusi il libro. Ma
sapevo che aveva ragione pap, avevo sentito come mia
madre e i Barron parlavano dei rispettivi mariti e delle
mogli, come se il resto del mondo facesse parte di un'altra
famiglia, una famiglia di maleducati. Beh, non  certo alla
nostra altezza, dicevano di qualcuno (e qualche volta
quel qualcuno era mio padre). Mi vergogno di dire che in
parte ci credevo anch'io, tanto erano sicuri di quel che
dicevano.
S, replic. Si volt e mi strizz l'occhio. La lavatrice
fece uno scatto e inizi un nuovo ciclo. E la sai una cosa?
Anch'io non ho nessuna voglia di andare da loro. Cos almeno
non mi dovr pi preoccupare di quello che pensano.
Allora, pensi che tua madre lo far?.
Tornai a distendermi sulla pancia, riaprii il libro. Volevo
far finta di niente. Allora posso stare a casa anche
io?.
Mio padre scoppi a ridere e venne verso di me. Tu,
rispose, fai parte della famiglia. Tu sei una di loro, Sophie,
e se ti tenessi con me non mi perdonerebbero mai.
Mi diede un colpetto col piede, io alzai gli occhi e sorrisi.
Poi mi accarezz il fondo della schiena con la punta della
scarpa.
Mio padre adorava la fisicit del contatto con me e studiava
i modi pi strani per avvicinarmisi facendo finta di
nulla. Quando facevo i compiti in sala da pranzo, si metteva
dietro la mia sedia e si sporgeva a guardare. In cucina
mi accerchiava con un braccio per raggiungere qualcosa, o
mi faceva assaggiare quel che stava preparando tenendomi
il mento con una mano. I miei colletti avevano regolarmente
bisogno di essere aggiustati, la mia faccia reclamava
sempre di essere pulita con un fazzoletto che lui aveva inumidito
di saliva. Era come se desiderasse disperatamente
qualcosa che non si azzardava a chiedere e avesse deciso di
introdurre quel qualcosa nella sua routine di lavoro quotidiano
cos che nessuno avrebbe potuto negargliela. Mi
sgridava se lasciavo tutto in disordine, ma anche allora la
sua voce restava calma e amorevole. Mi lasciavo guidare,
mi trascuravo sempre di pi in attesa che la mano di mio
padre si prendesse cura di me.
Mi permisero di assistere alla maggior parte delle lezioni
di guida. Ero convinta di capire l'intera operazione meglio
di mia madre. Lei si spazientiva quando mio padre a
volte si voltava per spiegare anche a me come funzionavano
le candele, per esempio, cosa che per mia madre non
aveva nulla a che fare con la faccenda in questione.
Il giorno della lezione finale, mia madre guid fino a
casa di zia Ida. Era una domenica pomeriggio. Mamma
guidava nello stesso modo in cui faceva ogni altra cosa: ci
si buttava anima e corpo e spiattellava un commento ininterrotto
su quanto accadeva. Pigiava la frizione anche in
curva, a tratti afferrava improvvisamente la leva del cambio
come per rassicurarla della propria presenza.
Ehi tu, disse al comprensibilmente prudente autista
di un camioncino del latte. Cosa fai? Forza, ragazzo,
sorpassami. Eravamo fermi a un semaforo, in salita, e mia
madre, che non era brava nelle partenze in salita, si rifiutava
di partire con qualcuno dietro.
Non ti preoccupare, Esther, disse mio padre. Lo sai
come si fa. Basta che stai calma.
L'hai terrorizzato, dissi io da dietro.
Io? Sono io che ho paura di lui. Io sono talmente piccola,
guarda quant' grosso lui. Mia madre credeva che
con lei al volante la nostra grande Chevy verde diventasse
un po' come lei: un'auto piena di buone intenzioni, forse
un po' nervosa, ma comunque educata. Tir fuori la mano
dal finestrino e gli fece segno di superarci. Questo era il
pi grande talento di mia madre: aspettare che le cose si
sistemassero.
Quando arrivammo da zia Ida, mia madre si present
esibendo le chiavi della macchina, come se fossero uno stupendo
gioiello che mio padre le aveva finalmente donato.
Tu vieni, Frank?, domand zia Ida dalla veranda.
Guardai mio padre: era appoggiato al parafango dell'auto
e osservava mia madre con le chiavi in mano, due
passi avanti a me. Pap sorrideva, ma a nessuno in particolare.
Prima ancora che potesse rispondere, zia Ida si rivolse
alla mamma: Non dirmi che hai guidato tu fin qui.
La mamma annu, e zia Sadie, da dentro, invece di salutarla
disse: Guidare? Guidare  facile, una volta imparato.
Neanche lei sapeva guidare, ma era chiaro che avrebbe
potuto, se solo avesse voluto.
Forse, disse piano mio padre. Si sedette sul cofano
della macchina con un'espressione un po' stramba e un
po' divertita. Forse entro, e forse no.
Mio padre tenne fede alla promessa di non lasciarsi
affliggere dai Barron per qualche tempo. O perlomeno
cos sembrava. Li vedeva ancora, ma solo a piccole dosi o
per le vacanze, e in quelle occasioni mi sembrava fosse pi
a suo agio rispetto a prima. A volte faceva persino qualche
tiro mancino agli zii e alle zie. Una sera, durante una cena,
fece levitare il tavolo: il t freddo di zia Ida si rovesci e lui
non la smetteva pi di ridere. Altre volte sprofondava nei
suoi pensieri, si estraniava il pi possibile. E anche se io
continuavo ad andare da zia Ida, dove nessuno sent mai la
mancanza di pap, sapevo che in questo modo i Barron
stavano perdendo la maggior parte del loro potere su di
me: io crebbi figlia di mio padre.

II.
Zio Benny, il primogenito, era il dandy di famiglia.
Quando veniva in visita dal Missouri, sembrava sempre
appena uscito da una lavanderia. E se ne portava dietro
anche l'odore, un odore gradevole di vapore bollente.
Aveva dieci anni pi dei miei genitori, era un uomo di successo,
e lo esibiva anche, il proprio successo. Queste erano
le parole che i Barron usavano per descriverlo, pronunciandole
con un misto di ammirazione e perplessit. Ben
aveva un'agenzia immobiliare, cosa che i Barron non approvavano,
n capivano fino in fondo.
Non era facile dire se Ben fosse davvero un uomo di
successo. Viveva a St Louis con zia Lillian, una donna
scialba, completamente eclissata dal marito. Venivano in
citt solo di tanto in tanto. Ben non si metteva mai tranquillo
a chiacchierare, ma vagava per casa, palpando le
carte che gli gonfiavano le tasche: contromarche del treno,
appunti di lavoro, numeri di telefono, e i propri biglietti
da visita che distribuiva ai bambini come fossero giocattoli
educativi.
Noi, da parte nostra, di certo non eravamo persone di
successo, e avevamo pi difficolt economiche del resto
della famiglia. Mio padre, dopo aver lasciato l'impiego alla
Eli Lilly, continu a cambiare lavoro senza mai sistemarsi
definitivamente. Per un po' insegn, poi si mise a scrivere
libri di testo e a curare la rubrica scientifica di una rivista
didattica, cose che almeno gli lasciavano il tempo di fare i
suoi lavoretti in casa. In seguito, fu anche comproprietario
di un ristorante.
Dopo il fallimento del ristorante, pap mi disse: Trovo
cos triste che in una vita non ci siano abbastanza pasti per
tutti i men che ho accumulato. Sul fornello bolliva una
vellutata di verdure, una focaccia di granturco era in forno
ad abbrustolire. Non potevi mai sapere in cosa ti saresti
imbattuto addentando la focaccia di granturco di pap.
Mio padre, il chimico, era sempre in cerca di un composto
miracoloso.
Ti voglio aiutare, disse una sera zio Benny a mio padre,
subito dopo il fiasco del ristorante.
Non voglio favori, Ben, rispose pap.
No, sul serio. Ho un'idea, ho bisogno di un socio.
Non sono un uomo d'affari, disse mio padre. Tu hai
bisogno di qualcuno che ci sappia fare.
No, ribad zio Benny. Ascoltami: Esther  mia sorella,
e io ovviamente voglio che sia felice. Sar onesto, non
ho bisogno di un socio, ma  un buon affare, farai un po'
di soldi, e in fretta anche....
Ben, fa mio padre.
Sul serio, Frank. Fidati, risponde zio Benny.
O qualcosa del genere. Io non c'ero quando mio padre
accett di mettersi in societ con zio Ben per una compravendita
di appartamenti a St Louis. Non so cosa disse zio
Ben per convincere pap che quegli appartamenti erano
un affare: avevo sentito mio padre dire a mia madre che
non voleva pi rischiare dei soldi in vita sua. Ma perch
avrebbe dovuto dubitare di Ben? Col suo cappello sempre
perfetto, i vestiti senza una piega, Ben sembrava proprio
uno che sapeva il fatto suo. Senza dubbio disse qualcosa
come: Frank, tu non sei un uomo d'affari. Ascolta i consigli
di chi ne sa pi di te. Accetta.
Mamma si schier con i Barron, unanimi nel dire: Certo,
investi con Ben. Ben era in gamba, un genio degli affari.
Pap doveva essere pazzo per non accettare.
Ma soprattutto questa era la prima volta che i Barron
coinvolgevano mio padre in qualcosa. Il che signific
senza dubbio tanto per lui, e lo spinse a credere che alla
fine la sua vita avrebbe avuto una svolta positiva.
Cos mio padre invest e i Barron parteciparono all'evento
con grande eccitazione. Il fatto che tutti sapessero i
suoi affari metteva a disagio pap, ma tutti quanti si congratularono
con lui. Ben sa il fatto suo, pontific zio
Mose. Sei in buone mani.
Ben presto mio padre cominci ad appassionarsi alla
faccenda. Ogni opportunit di ricerca lo rallegrava, cos
and subito a cercare in biblioteca una dozzina di libri
sugli immobili. Dopo aver lasciato il lavoro alla ditta farmaceutica,
aveva perso ogni scopo nella vita, e da allora si
aggrappava a ogni interesse nella speranza che si tramutasse
in una vera passione. Si fece cos prendere che, per la
prima volta da quando mia madre aveva imparato a guidare,
decise di accompagnarci alla solita riunione domenicale.
Forse si sentiva finalmente parte della famiglia e voleva
festeggiare. Dopo la scuola superiore, io avevo ottenuto
una borsa di studio all'universit di Chicago. Avevo un
lavoro e un piccolo appartamento in citt, ma tornavo a
casa quasi tutti i week-end. Sentivo la mancanza dei miei
anche se erano a soli trenta minuti di distanza.
Quella domenica gli zii e le zie erano alle prese con la
loro fantasticheria preferita: cosa avrebbe fatto ognuno di
loro quando la famiglia sarebbe salita al potere. La discussione
finiva sempre allo stesso modo: Ida, ovviamente,
avrebbe diretto la Biblioteca del Congresso, lo zio Bram,
che era medico, sarebbe diventato ministro della Sanit.
Zio Benny, zia Fannie e zio Mose erano tutti laureati in
giurisprudenza, cos ci fu qualche discussione sulla nomina
del ministro della Giustizia. Si accordarono sulla base
del fatto che comunque gli altri avrebbero fatto parte della
Corte Suprema, solo che l'idea era cos allettante che in
breve tutti e tre vollero essere nominati giudici della Corte
Suprema. Ebbe cos inizio un'altra discussione: uno era
troppo impulsivo per fare il giudice, l'altro troppo emotivo
o troppo indolente. La Corte Suprema dei Barron. Sarebbe
piaciuto a tutti ascoltare attentamente la testimonianza
di ognuno sulle vicende della propria vita, per poi
aggiornarsi ed emettere insieme il verdetto finale.
Mio padre percorse la stanza con lo sguardo. Mi mise
una mano sulla spalla e disse: Stammi vicino.
Zia Rose esclam: Mose dovrebbe essere eletto presidente.
Era evidente dal suo tono di voce che desiderava
che qualcuno la contraddicesse, ribattendo: No, meglio tu,
Rose. Saresti grande.
Invece Sadie disse: Un presidente ha bisogno di una
First Lady.
Buchanan, obiett zia Ida sfoderando il suo tono migliore
di bibliotecaria, non era sposato.
Ben dovrebbe fare il presidente, intervenne zia Sadie,
perch  sposato, ha un bell'aspetto, ed  anche intelligente.
E Lillian dovrebbe fare la First Lady?, domand incredula
mia madre.
Oh, divorzierei subito dopo l'elezione, disse Ben. Zia
Lillian era rimasta a St Louis, e lui non provava alcun senso
di lealt verso di lei.
Ben prenderebbe un sacco di voti, continu Sadie.
Ha la stoffa del leader. Oggettivamente parlando, credo
proprio che verrebbe eletto.
Non sono un leader, disse zio Ben. Sono un uomo
d'affari.
Voglio dire, disse zia Sadie, che hai le qualit dell'uomo
politico.
I Barron si accordarono su Benjamin Barron come il
candidato Barron alla presidenza.
E io sar a capo della Biblioteca del Congresso, disse
zia Ida, sicura del proprio ruolo.
Distribuirono le cariche scrupolosamente, ma sempre
un po' a malincuore. A me fu concessa l'Ambasciata di
Spagna dato che mi stavo laureando in spagnolo. Messico
o Spagna, disse mia madre. Il Messico  pi vicino.
Ebbe inizio una discussione: certo, se fossi stata ambasciatrice
in Messico, sarei tornata a casa pi spesso, ma mi
venne assegnata la Spagna perch gli zii e le zie erano del
parere che fosse un paese pi bello.
Mi piacerebbe diventare Segretario di Stato, disse
mio padre all'improvviso.
Zio Mose si schiar la gola, zia Sadie gratt via qualcosa
dalla sua gonna scura. Bisognava essere nominati per ottenere
una carica tra i Barron, non bastava richiederla.
Perch?, domand Ida.
Mi sembra un bel lavoro, rispose pap. Divertente.
Ma quali sono le tue qualifiche?, chiese ancora Ida.
Pap alz le spalle. Ho la testa sulle spalle.
Zia Ida scosse la testa. No, sei un tipo nervoso e non
sei neanche abbastanza aggressivo. Poi si trattenne (era la
padrona di casa, in fin dei conti) e disse in tono pi gentile:
Intendo dire che non credo che ti piacerebbe.
Come dici scusa?, replic pap, non saprei quanto
seriamente.
No, sbott zia Ida. Mi dispiace, ma non si pu proprio
fare.
Mamma diede una pacca affettuosa sulla spalla di pap.
Vivrai con Sophie, nell'ambasciata, disse. Vedrai che ti
piacer.
Sinceramente, intervenni. Dovete proprio continuare
su questo tono? Non si pu proprio fare una conversazione
normale?.
Ma  una conversazione normale, rispose Mose.
Certo, aggiunse Rose.
Sophie, disse mia madre, perch non dovrebbe essere
una conversazione normale?.
Sospirai. Da quando ero all'universit, facevo fatica a
stare con la mia famiglia. Date le circostanze, certo.
Quali circostanze?, domand zia Ida.
Le leggi dei Barron.
Ma i tuoi amici a scuola, disse zio Mose, loro non
fanno questo tipo di conversazioni?.
No.
Zio Mose si vers una tazza di caff. Gente che parla
poco, i tuoi amici, eh?.
Beh, s, risposi. E non cercano neanche di essere
cos... polemici. Parlano delle loro cose, chiacchierano e
basta.
Gli zii e le zie per un attimo si fecero seri. Zio Mose
accese una sigaretta e col fiammifero ancora acceso si ravvi
i capelli.
Poi soffi fuori il fumo e dichiar: A volte dormo in
pigiama e a volte no.
Gli zii e le zie, tutti contemporaneamente, si lanciarono
in accese argomentazioni su questo tema appassionante.
Ben ci telefon un mese dopo la famosa proposta, d'estate.
Non era rammaricato, solo spieg che non ci aveva
visto giusto. Gli appartamenti erano in pessime condizioni
e dopo aver speso tutto il denaro a disposizione per rimetterli
un po' a posto, i pavimenti erano crollati. Un vero
peccato: avrebbero potuto fare grandi cose assieme, ma
purtroppo, disse lo zio Benny, gli affari sono affari. La
prossima volta che avrebbe avuto qualcosa si sarebbe fatto
vivo, promesso.
Quando mio padre riattacc, aveva uno sguardo stanco,
gli occhi lucidi, continuava a chiedere scusa senza motivo.
Pi tardi, vers qualche lacrima. Disse: Non potr
essere presente a cena.
Io rimasi di sotto, ma mia madre and su in camera con
lui per coccolarlo un po'.
Chiamami se hai bisogno, le dissi.
Senz'altro.
Non mi chiam, e non torn nemmeno gi.
Rimasi a lungo seduta sul divano. Alzavo le braccia e
fantasticavo di appoggiarle sulle spalle di mio padre per
confortarlo, ma non riuscivo a immaginare cosa avrei potuto
dirgli. Ero davvero egoista, pensai, a starmene l a
preoccuparmi della mia inadeguatezza invece di essere
addolorata per quel che era successo. Cos mi sentii ancora
peggio: ero inutile ed egoista, non ero in grado di fare
nulla per mio padre.
L'ansia mi spinse di sopra. Mi fermai davanti alla camera
dei miei genitori e li sentii parlare. Buon segno, pensai: fin
da quando ero piccola mi avevano insegnato che il dialogo
 sempre la soluzione migliore. Mi accostai alla porta e udii
mio padre ripetere tra i singhiozzi: Essie, mi devi aiutare,
Essie. Mi devi aiutare. Tra una frase e l'altra, si inseriva
mia madre: Non so cosa fare. Proprio non so che fare.
Guido io, disse mia madre.
Scossi la testa. No, faccio io.
No, ribad lei. Cos io mi sedetti dietro con mio padre,
quasi addormentato. Non avevo la pi pallida idea di
cosa gli fosse successo, ma mia madre aveva preso in mano
le redini della situazione e, senza perdere la calma, aveva
detto che dovevamo portarlo subito in ospedale. Guid
pi sciolta di quanto avesse mai fatto, come per dire a mio
padre: Ho imparato da te.
Il peso morto di pap mi spavent. Emanava uno strano
odore di menta piperita. Avrei voluto parlargli, ma riuscii
solo ad appoggiare le braccia sullo schienale del sedile anteriore
per dire a mia madre: Qui a sinistra. Dritto. Gira a sinistra.
Dopo il semaforo. Sapevamo entrambe che se io
avessi smesso di parlarle, o se lei avesse smesso di ascoltarmi,
non saremmo pi state capaci di andare avanti.
Aiutai mia madre a compilare il modulo d'accettazione,
e di conseguenza imparai tutto ci che ancora non sapevo
di mio padre. La sua et, per esempio, riguardo alla quale
aveva sempre mantenuto il silenzio, non so per quale motivo.
Non sapevo che fosse la terza volta che gli succedeva
una cosa simile: gli era gi capitato al liceo, e poi un'altra
volta quando lavorava alla Eli Lilly, prima che io nascessi.
Non sapevo che mio padre fosse uno di quelli che, se stanno
male, sono capaci di ingoiare l'intero contenuto dell'armadietto
dei medicinali, incluse le pillole per la dieta, tre
pasticche di sonnifero, del Valium, dell'aspirina, un po' di
sciroppo per la tosse e un intero tubetto di dentifricio.
Mia madre lo sapeva, ma non me l'aveva mai detto.
Siccome non ero quasi mai a casa, non mi ero resa conto
dello stato in cui era piombato mio padre. Mia madre si
era vista costretta a far la spesa un poco per volta, quasi
ogni giorno, perch lui aveva preso l'abitudine di cucinare
tutto quel che trovava in casa. Era gi un po' che era
depresso, mi disse mia madre, e io rimasi male per non
averlo capito da sola. Da quel momento, in ogni cosa rinvenni
i segni della tristezza che l'aveva portato all'esaurimento
nervoso: nel suo bisogno di avere sempre una pentola
sul fuoco, nei vestiti sempre macchiati dei suoi intrugli,
nel modo in cui commentava il cibo di qualunque
ristorante in cui andassimo, nella tenerezza che dimostrava
nei confronti dell'argenteria.
Persino nel modo in cui, tre mesi prima, aveva tanto
gentilmente domandato la carica di Segretario di Stato. Se
si fosse sentito bene, mio padre avrebbe annunciato che il
giorno in cui i Barron fossero andati al governo, lui avrebbe
chiesto asilo politico in Canada.
 colpa mia, disse mia madre.
Non  vero, le dissi, mentre aspettavamo sedute sulle
sedie ammuffite della sala d'attesa. Tu non lo sapevi.
No, rispose. Sono stata io a dirgli di mentire. Gliel'ho
chiesto io.
E perch mai?, domandai.
Cosa avrebbero detto i miei fratelli e le mie sorelle?
Un ragazzo di ben sette anni pi giovane di me? E con un
esaurimento nervoso alle spalle? Non lo avrebbero mai
accettato. Tuo padre conosce la scienza. E io... io conosco
la mia famiglia. Li avrei persi.
E chi se ne importa?, risposi, improvvisamente furiosa
con chiunque avesse avuto un ruolo in quella storia.
A me, rispose. Aveva le mani strette in grembo, come
se stesse tenendo la mano a se stessa per tranquillizzarsi.
Amavo troppo tuo padre per non sposarlo..., scosse la
testa, ma amavo troppo la mia famiglia per deluderli.
Immagina se l'avesse saputo Ida. Sarebbe rimasta sveglia
la notte per anni.
Era nato a Queens, non nel Connecticut. Da piccolo
era stato malato di cancro, senza speranza, era parso allora.
Il nome da ragazza di sua madre era Reilly. Aveva sempre
vissuto con il fantasma della depressione.
Ai Barron non sarebbe andata a genio la sua vera identit,
cos mio padre, per amore di mia madre, si trasform
in una persona leggermente diversa. Non si tratt di un
vero e proprio inganno, bens di una debole contraffazione,
di un lieve ritocco d'immagine.
E tutto questo per cosa?, domandai a mia madre.
Per amore, rispose. Per amore di tutti.
A mia madre non fu permesso vedere mio padre finch
lui rimase nel reparto psichiatrico, anche se ogni giorno lei
rimaneva per ore in sala d'aspetto. Non nomin mai Ben,
dato che in fin dei conti non era lui la vera causa dei problemi
di mio padre, ma solo un pretesto, diciamo. Una
domenica, due settimane dopo, decidemmo che era ora
che io andassi da zia Ida. Mamma disse che ancora non ce
la faceva. Se fosse troppo stanca, o imbarazzata, oppure se
si fosse risolta a cambiare atteggiamento, questo non lo
sapevo. So solo che alla fine mi venne accordato il ruolo di
ambasciatrice della famiglia Savitz presso i Barron.
Non riuscivo a decidere cosa mettermi. I colori accesi
erano troppo allegri, il nero proibito. Non volevo attirare
l'attenzione su di me infrangendo le regole Barron per
l'abbigliamento: niente bianco, era per le spose e le infermiere,
n jeans, che facevano troppo cowboy. Dovevo sottopormi
a quei dettami. Infine scelsi una camicetta e una
gonna blu, e mentre mi guardavo allo specchio mi resi
conto che non volevo andare da zia Ida, che non avrei mai
pi voluto metterci piede. Ma dovevo. Se non l'avessi fatto,
si sarebbe preoccupata.
L'atmosfera era un po' cupa, ma non abbastanza per i
miei gusti. Stavano parlando di un libro che tutti quanti
avevano letto e mangiavano una sofisticata torta (dall'aspetto
un po' troppo asciutto) che aveva fatto Ida. Era evidente
che si sforzavano di non parlare dei miei genitori.
Dopo un'ora gi non ne potevo pi e mi scusai dicendo
che per me era ora di tornare a casa.
Zia Ida si lasci scappare: Povera Sophie.
Avevo gi preso in mano la borsa. Feci cenno di s con
la testa, seria. Poveri noi, la corressi. Dicevo davvero.
Partirono tutti quanti, zii e zie, in coro.
Oh, Sophie, esclam zio Mose. Siamo cos preoccupati
per tua madre.
Lei la sta prendendo molto bene, dissi.  per pap
che c' davvero da preoccuparsi.
Dover aspettare che Frank schiantasse, comment
zia Sadie. Senza poter dire una parola di quel che sapeva
di lui.
Posai la borsa. Domandai: Che cosa sapeva di lui?.
Gli zii e le zie si guardarono imbarazzati. Vedi, lo sapevamo
tutti che sarebbe successo prima o poi. Voglio dire,
con il suo passato, era destino. Sai, disse zia Rose, tuo
padre non ha mai finito la specializzazione.
Come?.
Lo so, disse zia Sadie.  terribile.
No, dissi io. Non posso credere che stiate davvero
parlando di lui in questo modo.
Come dovremmo parlarne?, chiese zio Mose. La sua
camicia sgargiante, che un tempo mi avrebbe divertito, ora
mi stancava e basta. Siamo preoccupati per nostra sorella.
E per vostro cognato, no?, domandai.
Per lui?, disse zia Ida. Non riusciva proprio a usare
la parola cognato. Un parente acquisito non era nulla,
era un estraneo. Mio padre aveva confermato quel che i
Barron avevano sempre saputo, che lui non era all'altezza
della famiglia, era una nullit, un pazzo.
Tuo padre  un uomo meraviglioso..., attacc zia Ida.
Zio Mose grugn, Rose gli diede una gomitata.
 un brav'uomo, si corresse zia Ida. Sentiva che per
lei bravo era meglio di meraviglioso. Prese in mano il proprio
piatto, aspettando che l'aiutassi. Ma non ce la feci.
Mio padre sta soffrendo, dissi.
Certo, certo, disse zia Ida. Ma che vita dovr fare
Esther dopo tutto questo? Ecco cosa mi dispiace davvero,
ecco a cosa penso in continuazione.
Santo Iddio, non riesco a credere che siate davvero cos,
esclamai.
Dai, Sophie....
Sophie, cara....
 tutta colpa vostra, continuai. Possibile che non lo
capiate?.
Ci fu un istante di silenzio. Zia Ida si morse il labbro,
chiedendosi se non avessi ragione. Poi zio Mose, astutamente,
scoppi a ridere: l'arma segreta dei Barron. Ascolta,
Ben stava solo cercando di farvi un favore.
Un favore?, gli feci eco. Mangiandosi i nostri soldi?.
Come poteva immaginare..., disse zia Rose.
Era un buon affare, solo che  andato male. Succede,
soggiunse zia Sadie.
Sono cose che capitano con gli immobili, disse zio
Mose. Gli affari sono cos. Tuo padre sapeva quali rischi
correva.
Anzi,  meglio cos, intervenne zia Ida, ora pi sicura.
Era destino che dovesse accadere prima o poi. Tutto
questo..., e fece un ampio gesto come a indicare una
grande assurdit. Aveva in mano un pezzo di torta e alcune
briciole volarono in aria. Non andava bene per niente.
Che cosa?, domandai.
Tuo padre, rispose. Voglio dire, prima o poi sarebbe
crollato. Noi lo vedevamo, lo sapevamo. Tua madre non
poteva continuare a preoccuparsi ogni santo giorno per
quello che sarebbe potuto accadere. Certo, ora le cose
vanno male, ma potevano anche andare peggio. Per quanto
tempo, mi chiedo, poteva ancora andare avanti cos?.
Per sempre, se non fosse stato per voi, risposi. Magari
fosse ancora andata avanti cos: era la mia vita, e adesso
l'ho persa.
Quando tornai a casa, mia madre era in cucina che lavava
distrattamente un piatto, spalle alla porta.
Sbottai: Zia Ida dice che  un bene che sia successo
quello che  successo. Dice che lei se l'aspettava. Respirai
profondamente. Non avrei dovuto dire nulla, avrei dovuto
far finta di niente. Li odio.
Lei alz una spalla, poi l'altra, lentamente, non per lavare
i piatti, ma come se stesse soppesando due oggetti
preziosi tra le mani. Pensai che forse si stava solo chiedendo
come mai in quel momento era l, davanti al lavandino,
le mani immerse nell'acqua, a fare una cosa di cui si era
sempre occupato mio padre. Poi il piatto cadde nell'acqua
e lei si volt.
Sorrise. Ero certa che, come ogni Barron, avrebbe cercato
di spiegarmi cos'era successo e perch era inevitabile.
Si pass una mano bagnata tra i capelli.
Le sue parole esatte furono: Razza di imbecilli.
Imbecilli?, feci io, attonita.
Trattarti cos. Senza nessun riguardo per te, o per me,
o per tuo padre. Imbecilli, ripet. Dalle sue mani, l'acqua
colava sul pavimento.
Quando zia Ida quella sera le telefon, mia madre si
sfog. Hai fatto male a dire quelle cose a mia figlia. S che
le hai dette. Avresti dovuto avere un po' di riguardo per
noi. S Ida, io sono matta, e tu fatti gli affari tuoi.
Tu fatti gli affari tuoi. Come abbia avuto il coraggio
di dire una cosa simile a una della famiglia ancora non lo
so. Dichiarare apertamente che la sua vita apparteneva solo a lei e non ai Barron, che non era cosa che si potesse discutere
in assemblea, significava una sola cosa per zia Ida:
Non vi amo pi.
Mi ha sbattuto il telefono in faccia, disse mia madre.
All'et di cinquant'anni, mia madre aveva fatto il primo
passo per allontanarsi dalla sua famiglia.
Venne a sedersi sul divano accanto a me.  sconvolta,
mi disse. Stava preparando una zuppa di pollo, ha
detto che gliel'ho rovinata.
Che tragedia, dissi io. La dovr buttare.
La dovr buttare, s, ripet mia madre. Ma... mentre
si avvicina al lavello, scivola, rovescia la pentola. Anzi, si
rovescia tutta la zuppa addosso e si rompe una gamba.
Quando arriva l'ambulanza, gli infermieri si accorgono
della zuppa, continuai. Sanno che devono portare zia
Ida in ospedale, ma se poi la zuppa va a male per strada?.
Zia Ida ne morirebbe, fece mia madre. Cos l'avvolgono
nel cellophane per mantenerla al fresco.
Poi la portano via in ambulanza, ma lungo la strada gli
infermieri si distraggono: zia Ida ha un profumo delizioso.
Non possono far altro che pensare al pollo, seguit
mia madre. Si fermano in una tavola calda. La povera Ida
 ancora sull'ambulanza, ma come criticarli? Lei emanava
proprio il vecchio profumino che sentivano da piccoli nella
cucina della mamma.
 pi che comprensibile, confermai io.
Certo, disse mia madre. E per una sciocchezza del
genere Ida non mi rivolger pi la parola.
Non saprei dire se stesse ancora scherzando, oppure no.
Zia Ida e mia madre si erano arrese, avevano smesso di
catalogare tragedie immaginarie che ora sfioravano disordinatamente
le nostre vite.
Io e mia madre eravamo l sedute sul divano, a immaginarci
Ida in ambulanza, che lisciava la sua stola di cellophane
con le dita sporche di zuppa, guardava fuori dal
finestrino e pensava che forse era il caso di andare a dire
qualcosa agli infermieri per cercare, con grande tatto e
diplomazia, di sollecitarli.
In quel momento le volevamo bene davvero. Sentivamo
gi la sua mancanza.
Tre mesi pi tardi zia Ida mor di un attacco cardiaco.
Non aveva pi rivolto la parola a mia madre.
Aveva il cuore spezzato, disse zia Sadie, che ci chiam
per informarci. Esther, le hai proprio spezzato il cuore.
Come poteva essere? Il cuore di Ida si era gi spezzato
tante di quelle volte. Era lei che se lo voleva spezzare: bastava
che qualcuno non mangiasse il gelato, oppure la minima
sfortuna della figlia, un abito rovinato, qualsiasi cosa
che non andasse secondo i suoi piani. Certo tutte quelle
preoccupazioni dovevano aver tenuto il suo cuore in esercizio,
come se avesse fatto delle flessioni. Certo, quei piccoli
maltrattamenti dovevano averle reso il cuore pi forte,
abituandolo alle ferite, magari rendendolo anche desideroso
di essere maltrattato. Era in grado di sopportare il dolore.
Non aveva forse dedicato la propria vita a immaginare
come dovesse essere?
Nonostante ci, gli zii e le zie telefonarono a mia madre
per annunciarle che non l'avrebbero pi chiamata, che ne
avevano abbastanza di lei. Le parlarono uno alla volta, e
ognuno cerc di farla sembrare una decisione autonoma.
Che follia, diceva mamma ogni volta che riattaccava.
Non ho mai visto degli adulti comportarsi in maniera cos
infantile.
Mia madre, da vera Barron, non pianse, n si pent. Per
anni non parl pi della morte della sorella preferita, quasi
si fosse trattato di un ultimo, imperdonabile affronto.
Mio padre ritorn a casa, ma non fu mai pi lo stesso.
In ospedale gli avevano fatto l'elettroshock e ora aveva uno
sguardo stranamente intenso: fissava le persone in modo
troppo diretto. Non gli interessava pi inventare cose nuove.
Parlava sempre sottovoce e bisognava avvicinarsi per
sentire quel che diceva: forse gli piaceva, quell'improvvisa,
premurosa vicinanza.
E cos mio padre e mia madre si riorganizzarono per
vivere quel tanto che restava loro da vivere. Mamma si
incaric di tutti quei piccoli lavori di cui prima si occupava
mio padre. Sapevo che, a dispetto di tutto, lei aspettava
ancora che tutto svanisse, che qualcuno chiamasse.
Ero ancora al liceo quando al corso di giornalismo mi
chiesero di scrivere il mio necrologio. Ne ricordo le ultime
parole: Miss Savitz lascia due zii e sei zie. Ero sicura che
mi sarebbero sopravvissuti. Allora non sapevo ancora che la
longevit non  una questione di logica e di volont. Ida fu
solo la prima. Mose mor in seguito a un'appendicectomia
mal riuscita, e poi fu la volta di Bram, che mor di cancro.
Mia madre, avendo dimenticato di essere una Barron, 
sana come un pesce e felice di vivere con mio padre, senza
fratelli e sorelle attorno. Racconta ancora le storie della
propria infanzia con la stessa nostalgia di sempre. Quando
parla di casa sua, intende sempre la casa di Chicago, non
quella in cui vive ora, quella in cui sono cresciuta io.
Adesso vorrei aver ereditato la passione di mio padre
per le invenzioni, ma non perch voglia rendere la vita pi
lunga, o pi facile, o pi veloce alla gente. Ci sono gi
abbastanza invenzioni che cercano di farlo e non sono
neppure sicura che sia giusto. Ecco cosa vorrei.
Ci sono queste trappole per turisti (ce n' una almeno
in ogni stato): il Villaggio dei Padri Fondatori,
Westernlandia, i Tempi di Fort Alamo, dove viene fatto rivivere il
passato. Sono pieni di gente in costume che fa finta di non
sapere nulla dei giorni nostri, delle comodit moderne. Io
sogno di mettere su il Mondo dei Barron. Vorrei farlo per
la mamma, per ricreare il mondo della sua infanzia.
Guarda. Laggi c' la veranda, e il cavallo che ha dato
quel calcio a Benny, l seduto al piano c' quel ragazzo
malaticcio che Sadie adorava, e c' anche Sadie che lo sta
adorando, e poi Bram tra i suoi libri, e Ida che ha appena
finito di piangere, i tuoi genitori e l'intera sfilza dei
Barron, non manca nessuno. E tu non devi far altro che
scivolarci dentro, mamma, e sar come se non te ne fossi mai
andata.

 LE COSE CAMBIANO.

Nel 1936 io e mia moglie Rosie vivevamo in una piccola
cittadina chiamata Madrid, pronunciata non come la capitale
della Spagna, ma con l'accento sulla prima sillaba, con
una a larga e piatta come la pianura che la circonda:
MaaaanA. Un mattino alla fine di maggio mi alzai dal
letto, mi vestii e ammazzai mia moglie. Ricordo che avevamo
avuto una discussione la sera prima a proposito di alcune
arance e Rosie mi aveva minacciato di andarsene.
Ricordo che faceva freddo in quel letto.
Poi, sotto il portico, vidi delle impronte sul lardo che
Rosie aveva preparato per fare il sapone. Procioni. Non
riuscivo a ricordare da che parte fosse la citt. Avevo le
mani piene di schegge grigie e le dita che non volevano
staccarsi dal manico di legno. Avete presente il dolore al
braccio dopo aver trasportato qualcosa di pesante e come
il fantasma di quel peso permanga? Io lo sento ancora, di
continuo.
Lungo la strada su cui m'incamminai in cerca di qualcuno
che mi catturasse c'era un forte odore di polli. Trovai
il mio amico Nelson, un ufficiale di polizia. Si cur lui di
tutto. Avendo ammesso la mia colpevolezza fin dall'inizio,
venni condannato all'ergastolo anzich a morte, anche se,
credetemi, le due cose non sono tanto diverse. Il passato 
come un abito vecchio: o lo si indossa, o lo si butta via.
Guardarlo solamente non serve a nulla.
Ora vivo a Benson House, un centro di recupero gestito
dalla chiesa di Cottage Grove.  la seconda volta che
esco di prigione. Il reverendo Massey, il pastore che dirige
il centro, mi conobbe nel carcere di Fort Madison e mi
invit ad andare a Benson House, disse che potevo anche
restare per sempre, se volevo. Cos eccomi in recupero
permanente. Disse che avrei potuto mantenermi lavando i
piatti o cucinando: ma io dico, dove potrei aver imparato a
cucinare? Il reverendo Massey  un bel giovanotto con la
barba, e gli altri qui (siamo in tredici) lo chiamano Dave.
Io sono per tutti il signor Green, anche per Eddie, il cuoco
che lavora con me in cucina. Eddie arriv a Benson House
quattro anni fa, incominci a dare una mano in cucina e
divent cos bravo che gli offrirono un lavoro fisso.  un
uomo di colore, magrissimo, con le treccine, e quando mi
accompagna al cinema o in giro per il centro commerciale
ci guardano tutti. Io sono abbastanza in forma per i miei
settantasei anni, ho ancora i miei denti e le gambe non mi
tradiscono, ma accanto a Eddie sembro alquanto fragile.
Una volta un tipo pieno di tatuaggi si  avvicinato e mi ha
chiesto se era tutto a posto.
Sembra un criminale, mi ha detto, indicando Eddie
con gli occhi.
Ragazzo mio, ha risposto Eddie. Si  levato il cappello di tweed e lo ha guardato fisso. Se solo sapessi.
Eddie si prende cura di me. Mi fa: Signor Green, hai
bisogno di esercizio, e andiamo a fare una passeggiata.
Vede uno psicologo due volte alla settimana e quando
torna ha sempre qualche consiglio per me. Dovresti tenere
un diario, dice. Ti tieni dentro troppe cose.
Lasciamole dove sono, gli rispondo io.
Scuote la testa e le treccine sbatacchiano. Cos non va.
Gli altri non nominano mai ci che ho fatto, anche se lo
sanno tutti. Sono stato in prigione cos a lungo che i giornali
hanno dato entrambe le volte la notizia del mio rilascio.
Detengo un record: in tutto lo stato sono quello che
ha passato pi anni consecutivi in prigione. Da queste
parti nel 1936, una condanna all'ergastolo veniva presa
alla lettera: rimanevi dentro per tutta la vita, e niente libert
sulla parola. Ma pi o meno nel 1984, il governatore
(che nel 1936 aveva quattro anni), cominci a interessarsi
al mio caso. Decise che ero rimasto abbastanza a Fort Madison,
o forse piuttosto che Fort Madison ne aveva abbastanza
di me, e mi commut la pena a novantanove anni,
cosa che mi diede diritto a essere rilasciato sulla parola gi
dalla primavera successiva. La logica matematica di tutto
questo mi sfugge, e dire che io insegnavo matematica. Il
ragionamento era questo: le leggi dal 1936 erano cambiate,
la gente faceva quel che avevo fatto io e anche peggio, ma
veniva liberata prima. Non era giusto, pens il governatore,
che io fossi vittima di un anacronismo.
Ogni notte a Fort Madison sognavo nuovi modi di morire.
Inciampavo e cadevo dalla cima di un edificio altissimo,
venivo sbranato da un cane rabbioso, oppure finivo
per diventare il magro bottino di un cacciatore nel bosco.
Una notte immaginai di smontare il mio corpo pezzo per
pezzo, svitando prima i piedi, poi i polpacci, aprendomi il
torso come un armadietto e armeggiando l dentro per
estrarre i reni. Poi il braccio rimasto, che nel sogno ancora
funzionava, mi impacchettava in una valigia, vene e intestini
ben raggomitolati per occupare meno spazio, i muscoli
ripiegati come lenzuola, i polmoni incastrati l'uno sull'altro,
e mi gettava in un fiume.
Le mie morti avvenivano sempre fuori di prigione, tutte
quante. Era la mia tecnica per sopravvivere. Non volevo
morire l dentro, impedivo a me stesso anche solo di immaginarlo.
Dato il mio grado di istruzione, a Fort Madison ottenni
un lavoro di sorvegliante. Guadagnavo tre dollari al giorno,
ma cercavo di risparmiarli: non comprai la tv quando
ce lo consentirono, leggevo solo le riviste che gli altri buttavano.
Quando uscii avevo messo da parte la bellezza di
settecento dollari, cos decisi che mi sarei trattato bene.
Salii su un autobus per Des Moines e trovai una stanza da
un affittacamere nell'East Side. Ma non ero preparato a
quello che mi aspettava. Sono un uomo istruito (anche i
giornali l'avevano sottolineato all'epoca), e mi ero sempre
tenuto al corrente di quel che accadeva nel frattempo nel
mondo.
Ero a conoscenza dei grandi cambiamenti, ma furono
quelli piccoli a prendermi in contropiede. Le porte del
supermercato che si scansavano prima ancora che allungassi
la mano per aprirle, tutte quelle confezioni eccessive,
sigillate e impossibili da aprire. I quarantanove anni che
avevo vissuto fuori dal mondo erano andati perduti. Non
conoscevo personaggi arcinoti, la gente normale era scomparsa.
Non riuscivo a trovare da nessuna parte n un pennello
da barba n le mie caramelle preferite, le luci nei
negozi erano troppo abbaglianti, se ordinavo una zuppa e
un sandwich in un self-service non spendevo meno di cinque
dollari. Le situazioni pi semplici mi confondevano,
non riuscivo a capire il cartelloni pubblici pi semplici. I
volti della gente, visti da vicino, sembravano completamente
diversi, la pelle di una consistenza nuova, i capelli
di una sostanza sconosciuta.
Le donne, in special modo, mi sembravano strane, come
se ora fossero fabbricate in modo diverso. Siamo onesti,
dopo cos tanti anni fu un problema vedermele davanti
con quelle gambe nude e quei lunghi capelli sciolti, cos
disinvolte, sempre fresche come appena alzate. E poi tutte
in giro per strada: mi piazzavo in un angolo in centro e me
ne stavo a guardare le ragazze che mi volteggiavano attorno
a gruppi di due o tre, oppure in compagnia di un uomo.
Le commesse nei negozi accennavano sempre un piccolo
flirt, mi sfioravano il palmo con le dita nel darmi il
resto, a volte mi strizzavano persino l'occhio. Nessuno riuscir
mai a convincermi che vada bene cos.
Mi lamentai con il giudice.
Lei sembra il personaggio di un romanzo di H. G.
Wells, comment.
Io non ero d'accordo, non mi sembrava assolutamente
di essere il frutto dell'immaginazione di un romanziere.
Anzi, proprio l'opposto: mi sentivo la sola cosa reale su
questa terra, come se il mondo non fosse altro che un prodotto
della mia fantasia, creato giorno dopo giorno, dettaglio
su dettaglio, in quei quarantanove anni.
Lo sanno tutti quello che ho fatto, dissi. Hanno paura
di me, si vede.
 lei che ha paura, mi rispose. Signor Green, in questa
citt quello che lei ha fatto  una goccia nell'oceano. E
io che mi illudevo di aver fatto qualcosa di straordinario.
Non ero pronto per quella vita e pensavo che non lo
sarei mai stato. Credetemi, non sono un uomo violento per
natura: la mia rabbia, quando insorge, mi mette in imbarazzo.
Rubai un trincetto e andai a parlare con quel giovane
giudice che al momento sembrava essere la fonte di
tutti i miei problemi. Mi scagliai su di lui, cos tutti avrebbero
finalmente capito che ero pericoloso e che facevo sul
serio, ma gli diedi il tempo di alzare le braccia prima di
colpirlo.
Tempo una settimana ed ero di nuovo a Fort Madison,
dove trascorsi altri due anni.
Adesso  la seconda volta che sono fuori, e le cose vanno
meglio. Ci sono anche degli aspetti positivi, se si sa dove
cercarli: i fari delle auto che la notte rischiarano la mia
finestra, il profumo che si mettono tutti ogni mattina. Io
mi alzo alle quattro e mezzo, un'ora prima degli altri, e mi
preparo la colazione. Ho imparato a fare le uova alla coque.
Ieri guardavo un ovetto nel pentolino, il guscio si era
rotto ed era uscito un po' di albume nell'acqua: sembrava
la coda di una cometa. Mi sono sentito felice.
A volte me ne vado in giro per strada con la testa all'ins
per guardare il cielo, soprattutto di notte, prima dell'alba.
Adoro vedere il sole alla fine della giornata, quando reclina
il capo all'orizzonte, tutto rosso e affannato come una donna
dopo le faccende. Lo scorso autunno, quando uscii per
la prima volta, passai ore a guardare gli uccelli diretti a sud
trasmigrare tra cieli di nuvole grigie e pesanti come il
cemento. Immaginavo che in quei giorni di cielo coperto gli
uccelli dovessero orientarsi guardando in terra invece che
in alto, svoltando ai semafori invece che in corrispondenza
delle stelle. Potevo quasi vederli piegare un'ala, allungare il
collo: Questo  il fiume che abbiamo attraversato l'altra
volta, ecco l'autostrada, e l c' la stazione di servizio.
213
E poi c' Eddie, e Dave Massey, e c' la gente della chiesa
di Cottage Grove, tutte brave persone che a volte mi vengono
persino a cercare per fare due chiacchiere. C' sempre
qualcuno che si prende cura di me, non devo andare al
ristorante, n a fare la spesa, n pagare le bollette. Passo le
vacanze in parrocchia, mangio a pranzo e a cena nella sala
di sotto con gli altri anziani che non hanno una casa.
Con questo non voglio dire che la mia vita sia priva di
preoccupazioni. Per esempio tre mesi fa andai al cinema
con Eddie. Un'attrice dai capelli rossi interpretava la parte
della fidanzata dell'eroe: non appariva spesso, ma quando
c'era mi ricordava qualcuno. A ogni nuova inquadratura mi
sembrava di riconoscere alcune espressioni del volto, ed
era come se ricevessi ogni volta una pugnalata. Alla fine,
dopo un'ora, compresi: era Rosie. Dovetti uscire dalla sala.
Mi sedetti su una panca nell'ingresso, tremante, furioso,
ma senza sapere con chi. Mi sentivo vittima di uno scherzo.
Eddie usc.
Signor Green, tutto bene?.
La ragazza che vendeva i popcorn mi stava fissando.
Tossii e scossi la testa.
Eddie compr un succo di frutta e una scatola di caramelle
al limone. Si venne a sedere accanto a me.
Non  un gran film, mi disse. Poi mi prese la mano e ci
poggi una caramella. La infilai in bocca e la masticai senza
curarmi dello zucchero che si appiccicava ai denti. Poi allungai
la mano per averne un'altra. Restammo l seduti finch
la folla non usc dalla sala. Eddie continu ad allungarmi
una caramella alla volta, io a mangiarle come se potessero
dissolvere quel gusto di cenere che mi invadeva lo stomaco.
Quando arrivammo all'auto, stavo gi molto meglio.
E sto bene quasi sempre, riesco a ignorare la realt, a
dirmi: oh no, non devi pensarci. Riesco persino ad accettare
di essere una specie di fenomeno da baraccone, quasi a
esserne contento. Lo scorso autunno una stazione televisiva
decise che io ero un novello Rip Van Winkle e mand
una giornalista a intervistarmi. Con voce calma e paziente
mi pose una domanda pi insolente dell'altra. L'avevo
fatto davvero? Dissi s. Perch? Non lo sapevo. Credevo in
Dio? Certo, perch no? Infine, mi chiese: di tutte le cose
che fino a quel momento avevo visto del mondo esterno
(la TV, i computer, quell'invasione di sesso dilagante, la
bomba atomica), cosa mi aveva meravigliato di pi?
E io risposi: me stesso.
A Fort Madison non pensavo alla mia famiglia, anzi, in
verit non pensavo affatto. Mi concentravo sul mio lavoro,
sulle riviste che leggevo, sulla pulizia della mia persona, e
su come non morire. Era come se avessi ucciso tutti quelli
che avevo incontrato in vita mia, come se le persone che
conoscevo un tempo fossero semplicemente sparite e non
mi fosse permesso sapere nulla di loro, n parlare di loro,
n dispiacermi per loro.
Non avere notizie dei miei non era una cosa nuova per
me: avevamo rotto ogni rapporto da quando mi ero sposato.
La mia famiglia viveva a Indianapolis, Madrid era la
citt di Rosie.
Mio padre mi diceva spesso: Non fraintendermi, ma
tu sei pi intelligente di me. E non era un complimento.
L'ultima volta lo disse una sera a cena, la settimana in cui
mi diplomai.
Sei un uomo istruito, disse scuotendo la testa.
Aveva un negozio di mobili dove voleva che andassi a
lavorare anch'io, e nessun rifiuto, nessuna manovra dissuasiva
riusciva a fargli cambiare idea. Avevo provato con la
gentilezza, con le offese, con le minacce. All'et di ventun
anni scoppiavo in lacrime la mattina a colazione, facevo un
incidente dopo l'altro con l'auto di famiglia, spendevo e
spandevo senza ritegno. Sempre senza successo.
Mia sorella Evelyn non avrebbe dovuto lavorare in
negozio, dal momento che secondo mio padre gli uomini
non avrebbero mai comprato un mobile da una donna.
L'anno precedente si era iscritta alla Butler University e
aveva appena iniziato a frequentare il ragazzo che in seguito
sarebbe diventato suo marito. Era un po' svampita e
ultimamente rideva in continuazione. Sapevo che si sarebbe
sposata, che le sarebbe stato permesso di appartenere a
un'altra famiglia, che avrebbe avuto tutt'altre responsabilit.
Era seduta a tavola e calciava distratta le gambe della
mia sedia, con il volto gi illuminato dal futuro che la
attendeva. Non avrebbe dovuto lavorare in quel negozio
polveroso, dove la gente aveva sempre da cavillare sui
prezzi, sempre in cerca di un graffio o di un cardine traballante,
di qualunque cosa pur di pagare meno. Ogni
colpo del suo piede me lo ricordava.
Non verr a lavorare con te, dissi a mio padre.
Mio padre stava armeggiando con una forchetta, per
cercare di raddrizzarne un dente. Invece s, rispose. Mi
guard e sorrise. Te ne freghi dei tuoi doveri familiari? Fa
lo stesso. Si tratta di una transazione d'affari. Tu mi devi
qualcosa, e io voglio riscuotere il mio debito.
La settimana seguente andai a Madrid a trovare un
amico. In seguito scoprii che voleva farmi conoscere sua
sorella Irene, ma io passai tutto il tempo in cucina con
Rosie Roach, la domestica. Cos la chiamavano sempre in
famiglia, nome cognome e descrizione, come fosse il
personaggio di un fumetto. Era irlandese e lentigginosa come il
budino di riso che faceva sempre, pallido e con una punta
di cannella. Si trovava bene con la famiglia del mio amico,
e ogni volta che la inseguivo per parlarle mi diceva: Irene
ti sta cercando, oppure  una cara ragazza, Irene, o
Per l'amor del cielo.... Ma Irene era chiassosa e sgraziata,
con un naso trapezoidale come lo stato del Nevada.
Dopo quella visita scrissi qualche lettera a Rosie e alla
fine mi trasferii a Madrid per stare con lei e sposarla. La
lettera di mio padre diceva: Hai scelto quella ragazza per
fare dispetto a noi, e questo poteva anche essere vero.
L'attivit di famiglia, si era espresso cos quella sera a
tavola, come se il negozio fosse una voglia, un particolare
colore di capelli, oppure una determinata corporatura ereditata
dal padre, e non fosse possibile scrollarselo di dosso
con un semplice rifiuto.
Ma sposare Rosie funzion.
Ero a Benson House da sei mesi quando Eddie mi disse
che c'era una telefonata per me.
Telegramma, signor Green, disse.
In tono molto professionale l'impiegata lesse: Caro
Joseph. Arrivo dieci agosto a mezzogiorno. Tua sorella
Evelyn. Le invieremo copia del testo immediatamente.
Esitai qualche secondo, incerto su quale parte del messaggio
fosse di Evelyn e quale dell'impiegata. Fate cos
adesso, eh?, esclamai.
Come scusi?.
Per telefono. Toglie un po' di enfasi.
La prassi  questa, signore, rispose la donna e riattacc.
Mi domandai se fosse proprio per conferire enfasi al
suo arrivo che Evelyn mi aveva mandato un telegramma o
se faceva sempre cos. Non era il primo messaggio che mi
inviava. Nel 1965, a Natale, mi aveva spedito una lettera.
In realt, non era espressamente indirizzata a me: era intitolata
Bollettino annuale e cominciava con Cari amici.
Raccontava tutto ci che era accaduto a Evelyn e alla sua
famiglia nell'anno appena trascorso, incluso questo passo:
Sono certa che molti di voi sapranno che mio padre 
scomparso nel luglio di quest'anno. Aveva settantacinque
anni. La lettera era stata duplicata, e le parole sembravano
sfuocate, proiettate sulla pagina, staccate dalla carta.
Il Natale seguente ricevetti un altro Bollettino annuale,
e l'anno dopo ancora c'era anche un pacco allegato,
pieno di frutta candita e di dolcetti stantii, imballati secondo
le modalit previste dal regolamento del carcere (il che
significa che aveva telefonato per informarsi). Evelyn continu
la corrispondenza per tutto il tempo che rimasi a
Fort Madison, senza per mai concedermi il lusso di un
indirizzo a cui rispondere. I primi anni i bollettini arrivavano
da Indianapolis, poi cominciarono ad arrivare da
Boynton Beach, Florida. Conservai quelle lettere e continuai
a rileggerle, consolandomi con liste di parenti che
non avevo mai e mai avrei conosciuto, con racconti di matrimoni,
di nascite, e morti, e mai un cenno su di me.
Il giorno del telegramma, mentre ero al telefono, Eddie
rimase a scrutare la mia faccia. Non ricevo mai telefonate,
era preoccupato. Eddie, come tutti qui,  sempre un po' spaventato,
pensa sempre che qualcuno chiami per dire: Abbiamo
commesso un errore. Dovete ritornare subito dentro.
Mia sorella, spiegai. Mi viene a trovare. La settimana
prossima.
Hai una sorella, disse.
Pi giovane di me, risposi. Non la sento dal 1935.
Nemmeno adesso: era un telegramma.
Ah, disse Eddie. Ha anche lui i suoi problemi familiari,
incluso un ragazzino che lo viene a trovare ogni tanto
e piange in continuazione.
Bene, dissi io infine. Sono contento.
Ma fui nervoso per tutta la settimana. Quando Eddie
nominava Evelyn, abbassava la voce come per scaramanzia.
Questa donna, tua sorella, mi disse. Non lasciare
che ti sconvolga.
No, non sono certo il tipo, risposi.
Rimase un attimo in silenzio. Non parli mai del tuo
passato, disse. Non va bene. Non si pu pensare di curare
ci che non va semplicemente ignorandolo.
Stronzate da psicologi, risposi. Parlare non sistema
tutto. Ero furioso con Eddie, forse per la prima volta. Ma
non lo lasciai trapelare. Eddie, conclusi. Le parole non
sono tutto.
Qualsiasi cosa non andasse in me, non  ancora andata
a posto. Qualunque cosa sia, cominci quel mattino del
1936, quando mi svegliai nella nostra camera da letto in
mansarda e sentii che la casa non aveva pi i suoi soliti
odori perch Rosie Roach, la domestica, li aveva messi
tutti in valigia assieme ai suoi vestiti e alle padelle. Lei era
di sotto che dormiva, aspettando che uno dei suoi amanti
la venisse a salvare. Dissi al giudice che non avevo nulla da
dire al riguardo, e non ho nulla da dire neppure ora. Non
l'ho superata, no, per niente, non la superer mai.
I giovani hanno un bel credere che le cose cambiano,
prima o poi.
Il mattino della visita di Evelyn, rimasi ad aspettare in
camera. Non volevo stare alla finestra. Eddie di tanto in
tanto infilava dentro la testa. Era dispiaciuto per la nostra
discussione, e io pure, ma ero troppo nervoso per scusarmi.
Siccome lavoravamo l, eravamo gli unici a rimanere a
Benson House durante la settimana quando gli altri andavano
al lavoro e Dave Massey in chiesa.
Tutto bene, signor Green?.
Annuii.
Andr tutto bene?.
Presumo di s.
Sar nei paraggi, in caso avessi bisogno di me.
Alle due Eddie buss alla porta.
Una visita per te, annunci formalmente.
Il cuore cominci a schizzarmi in petto come acqua su
una piastra ardente. Per un attimo pensai che stesse per
evaporare del tutto.
Andai in salotto, ed ecco Evelyn, una donna gi vecchia,
improvvisamente vecchia, e infestata di strass. Ne
aveva dappertutto: sulle orecchie, sulle dita, sulla strana
borsetta di plastica che stringeva in mano. Ce n'erano persino
alcuni, grigi e pesanti, aggrappati al collo del suo maglione.
Provai un brivido di piacere quando mi resi conto
che era vestita alla maniera di trent'anni prima: quell'aria
dmod, unita al fatto di averla notata, mi addolc e il mio
cuore si chet un poco.
Joseph, disse.
Si alz in piedi e mi strinse la mano, forte. Poi per un
attimo sembr a disagio.
Accomodati, le dissi indicando il divano polveroso
che una delle parrocchiane aveva avuto la gentilezza di
donarci in punto di morte.
Evelyn mi guard e vidi che si preparava a parlare, a
raccontarmi le notizie degli ultimi cinquant'anni, le notizie
della sua vita. Non riuscivo a vedere nulla della Evelyn con
la quale ero cresciuto, una ragazza nervosa che non si era
sempre comportata proprio in maniera impeccabile e che,
al contrario di me, non era la speranza della famiglia. La
donna che avevo di fronte era calma e un po' sciatta: il rossetto
sbavato, i capelli tagliati corti, grigi. I tratti delicati
del volto non si intonavano n al maglione vistoso e pieno
di lustrini, n alla gonna a fiori, che sembravano appartenere
a una donna molto pi giovane, e forse era proprio
cos: erano appartenuti alla ragazza di trent'anni prima.
Quella che vedevo era la Evelyn che avevo conosciuto leggendo
le lettere: una donna che, avendo la responsabilit
della corrispondenza natalizia, sembrava sentire su di s
tutto il peso della famiglia e forse anche del mondo intero.
Sembrava l'ospite di una trasmissione televisiva. Ero terrorizzato
da quanto avrebbe potuto dire.
Disse: Ti ricordi la scala di servizio nella casa di Williams
Street?.
Da piccoli avevamo vissuto in Williams Street. Io e Evelyn
trascinavamo i nostri carretti di legno su per la scala di
servizio e poi ci buttavamo gi come fossimo su una slitta.
Una volta il carretto di Evelyn atterr male e lei si ruppe
una clavicola.
Sogno ancora quei tuffi, continu, e quando mi sveglio,
ho male dappertutto finch non mi rendo conto che
era solo un sogno.
Vi prego di considerare queste parole: Ti ricordi. Dicono
tutto.
Ti ricordi  il gioco degli innamorati e degli amici,
oltre che degli estranei che hanno fatto la stessa scuola e si
incontrano per caso alla fermata dell'autobus. Le coppie
sposate ci passano una vita, credo, a dirsi: Ti ricordi il
nostro primo incontro, il nostro primo appuntamento, la
nostra separazione. C' qualcosa di molto confidenziale e
affettuoso in questa frase.
Era una frase che nessuno mi aveva pi rivolto da cinquant'anni.
Quelle cassette. Scossi la testa.
Quel pomeriggio ricordammo nell'ordine: la maestra
della scuola di quartiere a cui un bambino turbolento aveva
rotto il naso; l'aula di disegno dei piccoli al John Herron
Art Institute; Portia Alberghetti, la vicina di casa italiana
che aveva i piedi palmati e li mostrava a chiunque
glielo chiedesse; come a quel tempo pensassimo che tutti
gli italiani avessero i piedi palmati; Mae West; il 5046L, il
nostro numero di telefono di allora; il festival che si tenne
in citt un'estate; nostro padre che ci trascin a casa a viva
forza dal festival; Brother, Can You Spare a Dime; le torte
di zia Fanny, che sapevano sempre di metallo; ogni scricchiolio
di casa nostra e tutte le storie che ne conseguivano.
Cari, vecchi amici.
I nostri ricordi si fermarono al 1935, tutti ricordi alquanto
insignificanti. Evelyn faceva funzionare la mia memoria
come fosse una macchina a gettone, ripetendo
Ricordi questo? e Ricordi quello?.
Infine dissi: Sei stata coraggiosa a venirmi a trovare.
Lo puoi dir forte. Si appoggi una mano sulla pancia.
Ero talmente nervosa che avevo pensato di svignarmela
dal retro. Adesso sto bene, aggiunse.
E cos... Come stai?.
Bene. Strinse le labbra. Mio marito  morto.
Mentre lo diceva, la riconobbi per la prima volta. Quel
poco che era rimasto della Evelyn che conoscevo si mostr
attraverso quella punta di stizza che le comparve sulle
labbra.
Quando?, domandai.
Oh, circa un mese fa. Ha avuto un infarto. Cos ho
messo in vendita la casa e ho lasciato la Florida.
Adesso dove abiti?.
Da nessuna parte, rispose. Aveva gli occhi un po'
lucidi, ma sembrava divertita. Sono in vacanza. Giro.
Ogni sera mando una cartolina a mia figlia per dirle: Sono
qui, non ti preoccupare, sto bene. Alz gli occhi. Sei
l'unico della famiglia a sapere dove mi trovo.
Riuscii a dire solamente: Non stai scherzando?.
Tir fuori dalla sua strana borsa un mazzo di cartoline
legate da un elastico.
Sai, disse all'improvviso, sei ancora un gran bell'uomo.
Lo voglio mettere nella cartolina di stasera.
Non stai scherzando, ripetei. Mi sono sempre chiesto
se avevi mai parlato di me ai tuoi figli.
S. Rise. Mi dispiace dirti che l'idea li mette tremendamente
a disagio e si rifiutano di raccontare di te ai miei
nipoti.
Il mio sangue irlandese si risvegli. E cos, deludevo le
generazioni future. Del resto, li capivo anche.
Evelyn lesse ad alta voce mentre scriveva. Cara Mandy.
Sono venuta nel Midwest a trovare mio fratello Joseph,
che  un uomo molto distinto....
Pensavo di essere bello.
...e anche bello. Io sto bene e stasera parto per Chicago.
Di' che la saluto.
Tuo zio Joseph ti manda i suoi saluti. Ti abbraccio,
mamma.
Era la lettera pi bella che avessi mai sentito, non per il
bello o il distinto, ma perch mi aveva chiamato zio.
L'accompagnai alla macchina. Sul sedile posteriore, tra
un cumulo di valigie e cesti della biancheria, c'era persino
un vecchio ukulele. Evelyn prese due scatole e me le diede.
La prima era una grande scatola piatta contenente un
ventilatore smontato, con l'etichetta del prezzo in un angolo
mezza cancellata.
Mi sembrava facesse un caldo tale, disse.
La seconda conteneva un vecchio paio di scarpe.
Erano di pap. Voleva che le avessi tu, non chiedermi
perch. Sono in giro da un pezzo. Mi ripromettevo sempre
di mandartele.
Erano un paio di mocassini bordeaux, parecchio sformati.
Mio padre aveva i piedi larghi quanto una lama di
accetta, e all'improvviso mi ricordai che le scarpe gli stavano
sempre troppo strette: lo rividi seduto sulla sua sedia
dopo una lunga giornata in negozio, che si massaggiava i
piedi doloranti.
Caro, Evelyn si tocc l'angolo della bocca, dolcemente.
Per tutti questi anni ho pensato a te come a un fantasma.
Mi lisciai i capelli. Non sapevo dove mettere le mani.
Risposi: Ma non sono un fantasma.
No, disse lei, e non saprei dire se fosse sollevata o
spaventata. Hai ragione.
Bene, aggiunse. Mi aspetta un lungo viaggio. Si
alz in punta di piedi come una ragazzina e mi baci sulla
guancia. Ti mander una cartolina da Chicago.
Io non mi muovo da qui, risposi.
Un tempo anch'io dicevo cos.
Le aprii lo sportello dell'auto.
Ti voglio bene, Joe, disse.
Io risposi: Anch'io.
Guid lentamente fino in fondo alla strada, sventolando
la mano fuori dal finestrino finch non svolt. Io pensai:
ecco mia sorella che se ne va.
Avevo la netta sensazione che non l'avrei mai pi rivista.
Ma andava bene cos.
Era una giornata stranamente fresca per agosto, ma
d'altra parte io non me ne intendo molto di tempo, e se 
per questo non so nulla nemmeno delle stagioni. Portai
dentro le mie scatole.
Eddie era in piedi nell'ingresso.
Non mi hai presentato, disse.
Alzai le spalle.
Non fa niente. Come ti senti, signor Green?.
Bene. Mi sembrava di avere la bocca piena di nebbia.
Tutto bene.
Posso fare nulla?.
Guardai le mie scatole. S. Puoi chiedere a qualcun
altro di lavare i piatti stasera? Penso che andr subito a
coricarmi.
Guard l'orologio. Le quattro e mezza, osserv. Sicuro
che stai bene?.
S. Sono solo un po' stanco, tutto qui.
Certo. Ti capisco. Queste visite qualche volta ti buttano
proprio a terra. Buon riposo, signor Green.
Okay. Ci vediamo domattina.
Puoi contarci, mi rispose.
Nella mia stanza feci tutti i giochi di un tempo. Ripassai
mentalmente la nostra conversazione, inserendovi quel che
avrei voluto dire: qualche battuta raccapricciante, qualche
verit in pi. Per esempio, quando lei diceva davanti alla
macchina: Ti voglio bene, io aggiungevo alla mia vera risposta:
Mi manchi, cara, avrei voluto conoscerti meglio.
Il ventilatore era un aggeggio complicato: ventola girevole
a supporto fisso, recitava la scatola, a tre velocit. Era
smontato in una dozzina di pezzi. Mi intrufolai in cucina
senza farmi sentire da Eddie e presi un coltello.
Mentre lavoravo al ventilatore, pensavo a Evelyn con il
suo ukulele, in viaggio da una camera d'albergo all'altra, i
figli solo un lontano ricordo.
Eddie disapproverebbe. Mi dice sempre: Non fuggire
dai problemi, perch di certo quei dannati correranno pi
veloci. Dice: Soppesali, prendi una decisione, e te ne
libererai.
Nel 1936 ero un bell'uomo,  vero.
Nel 1936, il giudice scrut il rapporto della polizia e
chiese: Non capisco, era un'ascia o un martello?, e io
risposi piangendo: L'uno o l'altra, signore, non stiamo a
sottilizzare. Un poliziotto rise, subito imbarazzato.
Nel 1936, un mese prima, mio padre mi aveva mandato
una lettera che diceva: Hai ancora tutta la vita davanti a
te. Anche questo era vero.
Non so ancora che cosa successe: i documenti che mi
consegnarono quando uscii non lo dicevano.
Non me ne potr mai liberare, mai.
Infine, dopo un'ora, riuscii a montare quel dannato ventilatore.
Era un po' traballante, per quando attaccai la spina
funzionava. Il sole non era ancora tramontato, ma io scostai
le coperte.
Sistemai quell'affare in modo che, girando, mi avrebbe
rinfrescato dalla testa ai piedi e ritorno. Parcheggiai le scarpe
sotto il letto.
Durante la notte sentii freddo, e mi svegliai due o tre volte con i brividi. Ogni volta mi acquattavo di pi sotto le coperte e guardavo il ventilatore girare lentamente la testa come un uccello preistorico, passare in rassegna la stanza e, paziente, sospendere il giudizio fino al mattino dopo.
...
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FINE.
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RINGRAZIAMENTI.
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Ringrazio la James Michener e la Copernicus Society, il Fine Arts Work Centre di Provincetown e il National Endowment for Arts per il loro generoso sostegno. Grazie
anche a Karen Adelman, Karen Bender, Joshua Clover, Allan Gurganus, Bruce Holbert, Sue Miller, Rob Phelps, Max Phillips, Pike Porter, Henry Dunow, Susan Kamil, Karen Rinaldi, Jason Kaufman, Deb West, e in particolar modo ad Ann Patchett. E, ovviamente, grazie alla mia famiglia.
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FINE.